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Le 10 battaglie identitarie: case della comunità e medicina territoriale

in Battaglie identitarie

La sanità deve essere vicina prima che diventi un’emergenza

La salute non comincia in ospedale.

Comincia nel quartiere in cui viviamo, nel rapporto con il medico di famiglia, nell’assistenza domiciliare, nella prevenzione e nella possibilità di ricevere una risposta prima che un problema diventi urgente.

Per questo considero le Case della comunità e il rafforzamento della medicina territoriale una delle battaglie decisive per il futuro della sanità piemontese.

Non devono essere soltanto nuovi edifici o targhe finanziate con il PNRR. Devono diventare luoghi realmente aperti, accessibili e riconoscibili, nei quali le persone trovino professionisti, servizi e una presa in carico continua.

Oltre una sanità centrata sugli ospedali

Il Piemonte continua ad avere una sanità troppo concentrata sull’ospedale e troppo debole nei territori.

Quando mancano servizi di prossimità, assistenza domiciliare e continuità delle cure, le persone sono costrette a rivolgersi al pronto soccorso anche per problemi che potrebbero essere seguiti fuori dall’ospedale.

Questo produce:

  • sovraffollamento;
  • lunghe attese;
  • ricoveri evitabili;
  • maggiore pressione sul personale;
  • disuguaglianze tra chi riesce a orientarsi nel sistema e chi rimane solo.

Rafforzare la medicina territoriale non significa indebolire gli ospedali. Significa permettere loro di occuparsi meglio delle situazioni che richiedono davvero cure specialistiche e intensive.

Una buona rete territoriale protegge anche la sanità ospedaliera.

Cosa devono essere le Case della comunità

Le Case della comunità devono diventare il punto di riferimento sanitario e sociale di un territorio.

Al loro interno devono lavorare in modo integrato:

  • medici di medicina generale;
  • pediatri di libera scelta;
  • infermieri di famiglia e di comunità;
  • specialisti ambulatoriali;
  • assistenti sociali;
  • psicologi;
  • operatori sociosanitari;
  • servizi per la prevenzione;
  • personale amministrativo capace di orientare le persone.

Non basta riunire diversi professionisti nello stesso edificio. Serve un vero lavoro di équipe, fondato sulla condivisione delle informazioni e sulla costruzione di percorsi comuni.

La persona non deve essere costretta a ricominciare ogni volta da capo, raccontando la propria storia a servizi che non comunicano tra loro.

Prevenzione e presa in carico

Una medicina territoriale forte deve intervenire prima che la malattia peggiori.

Deve seguire in modo continuativo le persone con:

  • patologie croniche;
  • disabilità;
  • fragilità sociali;
  • problemi di salute mentale;
  • bisogni legati all’età;
  • situazioni di non autosufficienza;
  • necessità di riabilitazione;
  • condizioni che richiedono controlli periodici.

Le Case della comunità devono essere anche luoghi di prevenzione: screening, vaccinazioni, educazione alla salute, promozione di corretti stili di vita e individuazione precoce delle fragilità.

La prevenzione non può essere affidata alla capacità individuale di cercare informazioni o prenotare esami.

Deve essere il sistema sanitario a raggiungere le persone che rischiano maggiormente di restare escluse.

L’integrazione tra sanitario e sociale

Una malattia non esiste mai separata dalle condizioni di vita.

Reddito, abitazione, solitudine, lavoro, mobilità e rete familiare influenzano profondamente la possibilità di curarsi.

Per questo le Case della comunità devono collegare concretamente sanità e servizi sociali.

Una persona anziana dimessa dall’ospedale può avere bisogno contemporaneamente di cure infermieristiche, assistenza domiciliare, ausili, adattamento dell’abitazione e sostegno al caregiver.

Se ogni servizio procede separatamente, la famiglia diventa l’unico punto di coordinamento.

La presa in carico deve invece essere unitaria, con responsabilità chiare e un progetto costruito intorno alla persona.

Assistenza domiciliare e infermieri di comunità

La casa deve poter diventare, quando appropriato, un luogo sicuro di cura.

Per farlo servono assistenza domiciliare sanitaria e sociale, infermieri di famiglia e di comunità, strumenti diagnostici, riabilitazione e collegamento costante con medici e specialisti.

La domiciliarità non può significare lasciare il peso dell’assistenza sulle famiglie.

Deve essere una scelta sostenuta da servizi pubblici forti e da professionisti presenti.

Gli infermieri di famiglia e di comunità possono svolgere una funzione essenziale nel monitoraggio delle cronicità, nella prevenzione, nell’educazione sanitaria e nel collegamento tra servizi.

Ma per essere realmente efficaci devono essere numericamente adeguati e integrati nelle équipe territoriali.

Il rischio delle strutture vuote

Il PNRR ha finanziato la realizzazione di nuove strutture, ma le mura da sole non garantiscono il diritto alla salute.

Il rischio è inaugurare Case della comunità prive di personale sufficiente, con orari ridotti o con servizi semplicemente trasferiti da altre sedi.

Questo non sarebbe un rafforzamento della sanità territoriale. Sarebbe un cambiamento di indirizzo.

Per questo chiedo alla Regione trasparenza su:

  • personale previsto per ogni struttura;
  • servizi effettivamente attivati;
  • giorni e orari di apertura;
  • presenza dei medici di medicina generale;
  • integrazione con i servizi sociali;
  • bacino di popolazione servito;
  • tempi di piena operatività;
  • risultati raggiunti.

La qualità non si misura nel numero delle inaugurazioni, ma nelle risposte ricevute dalle persone.

Tutelare la sanità pubblica

Le Case della comunità non devono diventare contenitori attraverso i quali esternalizzare progressivamente servizi e funzioni al settore privato.

Il privato accreditato può svolgere una funzione integrativa, ma la programmazione, la presa in carico e il governo dei percorsi devono rimanere saldamente pubblici.

Una medicina territoriale affidata prevalentemente al mercato rischia di concentrare i servizi dove sono più remunerativi e di abbandonare periferie, aree interne e persone con bisogni complessi.

La prossimità deve essere un diritto universale, non un’opportunità legata al territorio in cui si vive o alla possibilità di pagare.

Cosa sto chiedendo alla Regione

Il mio impegno si concentra su obiettivi concreti:

  1. rendere operative tutte le Case della comunità previste;
  2. garantire personale sufficiente e stabile;
  3. assicurare aperture ampie e servizi realmente accessibili;
  4. integrare medici, infermieri, specialisti e servizi sociali;
  5. rafforzare assistenza domiciliare e prevenzione;
  6. garantire una presa in carico unitaria delle persone fragili;
  7. ridurre le disuguaglianze tra territori;
  8. monitorare pubblicamente attività e risultati;
  9. coinvolgere Comuni, professionisti e comunità locali;
  10. mantenere pubblico il governo della rete territoriale.

La barricata

Contro una sanità che interviene soltanto quando le persone arrivano in ospedale e contro Case della comunità ridotte a edifici senza personale, servizi e identità.

Il futuro

Una rete pubblica di prossimità, capace di prevenire, curare, accompagnare e collegare salute e condizioni di vita.

La sanità deve essere presente ogni giorno, non soltanto quando diventa un’emergenza.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 Battaglie identitarie: biodiversità e tutela degli animali

in Battaglie identitarie

La natura non è un bersaglio

La biodiversità piemontese è un patrimonio comune, già sottoposto alla pressione della crisi climatica, della perdita degli habitat, dell’inquinamento e del consumo di suolo.

In questo contesto continuare ad ampliare le possibilità di caccia, indebolire i divieti o consentire strumenti sempre più invasivi significa ignorare la fragilità degli ecosistemi e trattare gli animali selvatici come una risorsa da prelevare, invece che come parte essenziale dell’ambiente nel quale viviamo.

La mia posizione è netta: la tutela della fauna deve venire prima degli interessi venatori.

Non credo in una presunta “caccia sostenibile” utilizzata per giustificare nuove aperture, deroghe e liberalizzazioni. Credo in una politica capace di ridurre la pressione sugli animali, proteggere le specie più vulnerabili e restituire alla scienza un ruolo centrale nelle decisioni pubbliche.

La pernice bianca, simbolo di una montagna che cambia

La pernice bianca è una delle specie alpine più esposte agli effetti dell’aumento delle temperature.

Vive negli ambienti freddi di alta quota e dipende da habitat che il cambiamento climatico sta rapidamente riducendo e trasformando. Proprio per questo ho chiesto che fosse esclusa definitivamente dalle specie cacciabili in Piemonte.

Nella stagione precedente, nel comprensorio alpino CATO1, era stato autorizzato il prelievo di dodici esemplari. Un numero presentato come limitato e sostenibile, ma che pone una questione politica più profonda: perché continuare a consentire l’abbattimento di una specie già minacciata dalla trasformazione del suo ambiente?

La conservazione non può consistere nel calcolare quanti animali sia ancora possibile uccidere senza provocare un danno immediatamente visibile.

Deve significare ridurre i fattori di pressione e applicare il principio di precauzione, soprattutto quando le popolazioni sono piccole e le condizioni climatiche stanno cambiando rapidamente.

Fermare l’estensione della caccia

Durante la discussione della legge regionale di riordino ho presentato, con il contributo delle associazioni impegnate nella tutela della fauna, una serie di emendamenti per contrastare l’ulteriore espansione dell’attività venatoria.

Le proposte riguardano in particolare:

  • l’esclusione permanente della pernice bianca dalle specie cacciabili;
  • il divieto di caccia e controllo faunistico con archi e frecce;
  • il divieto di visori notturni e dispositivi ottici capaci di aumentare artificialmente la capacità di individuare gli animali;
  • limiti più rigorosi alla caccia nel mese di gennaio;
  • il ripristino del divieto di caccia in tutte le domeniche di settembre;
  • il contrasto all’impiego di strumenti che trasformano la caccia in un’attività sempre più tecnologica e invasiva.

Sono scelte che partono da un principio essenziale: un animale selvatico non è un bersaglio da rendere più facilmente individuabile attraverso la tecnologia.

La sproporzione tra i mezzi a disposizione del cacciatore e le possibilità di fuga dell’animale deve essere ridotta, non aumentata.

Controllo faunistico e caccia non sono la stessa cosa

La gestione dei conflitti tra fauna selvatica, agricoltura, sicurezza stradale e attività umane richiede risposte serie e basate sui dati.

Ma il controllo faunistico non può diventare una scorciatoia per ampliare l’attività venatoria o affidare sistematicamente ai cacciatori funzioni che dovrebbero essere guidate e controllate dalle istituzioni pubbliche.

Occorre agire prima di tutto attraverso:

  • prevenzione;
  • protezione delle colture;
  • corretta gestione dei rifiuti e delle fonti alimentari;
  • corridoi ecologici;
  • riduzione della frammentazione degli habitat;
  • monitoraggio scientifico;
  • metodi non cruenti;
  • interventi selettivi soltanto quando realmente necessari.

Ogni intervento deve essere motivato, proporzionato e sottoposto a controllo pubblico.

La gestione della fauna non può essere costruita intorno all’interesse di chi pratica la caccia.

La scienza deve venire prima della pressione politica

Le decisioni sulla fauna selvatica devono fondarsi sui dati prodotti dagli enti scientifici e sulle condizioni reali degli ecosistemi.

Troppo spesso, invece, il dibattito viene condizionato dalla forza organizzativa delle associazioni venatorie, mentre la tutela degli animali e della biodiversità viene rappresentata come una posizione ideologica.

È vero il contrario.

Ignorare la crisi climatica, la perdita degli habitat e la riduzione delle popolazioni animali è una scelta ideologica. Proteggere le specie vulnerabili significa applicare le conoscenze scientifiche e assumersi una responsabilità verso le generazioni future.

Il principio di precauzione deve prevalere quando i dati sono incerti e il danno potrebbe essere irreversibile.

Tutelare gli animali significa tutelare gli ecosistemi

Ogni specie svolge un ruolo nelle relazioni ecologiche del territorio.

La riduzione della biodiversità rende gli ecosistemi più fragili e meno capaci di reagire ai cambiamenti climatici, alle malattie e agli eventi estremi.

Difendere gli animali selvatici non è quindi una battaglia separata dalla tutela dell’ambiente.

Significa proteggere:

  • montagne;
  • boschi;
  • zone umide;
  • catene alimentari;
  • equilibrio degli ecosistemi;
  • qualità del paesaggio;
  • capacità della natura di rigenerarsi.

La fauna non appartiene a una singola categoria di persone. È un bene indisponibile della collettività.

Cosa sto chiedendo alla Regione

Il mio impegno si concentra su obiettivi precisi:

  1. escludere definitivamente la pernice bianca dalle specie cacciabili;
  2. fermare l’introduzione di nuovi strumenti e tecniche di caccia;
  3. vietare archi, visori notturni e dispositivi tecnologici invasivi;
  4. ridurre giornate e periodi di attività venatoria;
  5. tutelare maggiormente le domeniche e la fruizione sicura degli spazi naturali;
  6. rafforzare il ruolo degli enti scientifici;
  7. applicare il principio di precauzione;
  8. privilegiare metodi non cruenti nella gestione della fauna;
  9. proteggere habitat e corridoi ecologici;
  10. sottrarre la politica faunistica alla pressione degli interessi venatori.

La barricata

Contro l’idea che la fauna selvatica sia una riserva a disposizione dei cacciatori e contro ogni liberalizzazione che renda gli animali più vulnerabili.

Il futuro

Un Piemonte che protegge le specie fragili, governa i conflitti con strumenti scientifici e non cruenti e riconosce alla biodiversità un valore superiore agli interessi di parte.

Gli animali non sono bersagli. La natura non è un campo di tiro.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: cannabis terapeutica e diritto alla cura

in Battaglie identitarie

Chi si cura non deve essere trattato come un sospetto

La cannabis terapeutica è un farmaco prescritto da un medico a persone che convivono con dolore cronico, patologie oncologiche, neurologiche e altre condizioni complesse. Eppure, ancora oggi, chi vi ricorre incontra stigma, difficoltà di accesso, differenze territoriali e percorsi spesso incomprensibili.

La mia battaglia nasce da un principio semplice: una persona malata deve poter ricevere il farmaco che le è stato prescritto senza essere costretta a giustificarsi, spostarsi per centinaia di chilometri o sentirsi criminalizzata.

Pazienti convocati dalle forze dell’ordine

Nel 2026 sono emerse in Piemonte numerose segnalazioni di pazienti convocati in caserma per rispondere a domande sulle proprie terapie, sulle prescrizioni, sui medici e sulle modalità con cui ricevevano il farmaco.

Ho accompagnato personalmente una di queste persone durante la convocazione. Parliamo di pazienti regolarmente seguiti da un medico, non di persone coinvolte in attività illecite.

Alcune domande avrebbero riguardato anche informazioni particolarmente sensibili sul quadro clinico e sui percorsi sanitari. Tutto questo ha prodotto paura e un clima di sospetto attorno a persone già costrette ad affrontare malattie e dolore.

Ho portato il caso in Consiglio regionale attraverso un question time, chiedendo alla Giunta di tutelare i pazienti, fare chiarezza sul trattamento dei loro dati sanitari e garantire che nessuno venga intimidito per una terapia legalmente prescritta. L’interrogazione è stata discussa il 9 giugno 2026.

La cannabis terapeutica non può continuare a essere considerata diversamente da qualsiasi altro farmaco soltanto per il pregiudizio culturale che la circonda.

Un accesso ancora troppo difficile

Uno dei problemi principali è la difficoltà concreta di reperire i preparati prescritti.

Non tutte le farmacie sono attrezzate per realizzare o distribuire medicinali cannabinoidi e le regole regionali sono molto differenti. Alcune persone sono quindi costrette a rivolgersi a farmacie situate fuori dal Piemonte, affrontando costi, spedizioni, attese e complicazioni burocratiche.

Il risultato è una disuguaglianza evidente: la stessa terapia può essere facilmente accessibile in una Regione e trasformarsi in un percorso a ostacoli in un’altra.

Quando una persona non riesce a ottenere il medicinale attraverso il servizio sanitario, è costretta a pagarlo privatamente o a cercare soluzioni lontane dal proprio territorio.

Il diritto alla cura non può dipendere dal codice di avviamento postale.

La proposta per le farmacie territoriali

Per superare questi ostacoli ho proposto di modificare la legge regionale piemontese sulla cannabis terapeutica, consentendo l’erogazione dei medicinali cannabinoidi a carico del Servizio sanitario regionale anche attraverso le farmacie territoriali convenzionate e abilitate.

La proposta prende a riferimento modelli già adottati in altre Regioni e punta a costruire una rete più vicina alle persone, evitando spostamenti inutili e garantendo maggiore continuità nell’approvvigionamento.

Non si tratta di liberalizzazione e non è una discussione ideologica.

Si tratta di permettere a una persona di ritirare vicino a casa un farmaco regolarmente prescritto, con le stesse garanzie previste per le altre terapie.

Una rete regionale più semplice e sicura

La Regione deve costruire un sistema capace di garantire:

  • criteri omogenei di prescrizione e rimborsabilità;
  • farmacie territoriali abilitate;
  • continuità nella disponibilità dei preparati;
  • formazione per medici e farmacisti;
  • informazioni chiare per i pazienti;
  • tutela dei dati sanitari;
  • monitoraggio dei tempi di accesso;
  • riduzione delle differenze tra le aziende sanitarie.

Una rete territoriale più forte renderebbe il sistema non soltanto più accessibile, ma anche più sicuro e controllabile.

Quando il percorso legale è difficile, frammentato o troppo costoso, aumenta il rischio che persone fragili rinuncino alla terapia o cerchino alternative non certificate.

Superare lo stigma

Attorno alla cannabis terapeutica continua a esistere una confusione tra uso medico e uso ricreativo.

Questo pregiudizio coinvolge pazienti, medici e farmacisti. Può scoraggiare i professionisti dal prescriverla, indurre le persone a nascondere la terapia e impedire un confronto sereno basato sulle evidenze cliniche.

Come ogni medicinale, la cannabis terapeutica non è adatta a tutte le persone e deve essere prescritta e monitorata da professionisti. Ma la valutazione deve essere medica, non morale.

Lo Stato non può autorizzare una terapia e contemporaneamente far sentire sospetto chi la utilizza.

Cosa sto chiedendo alla Regione

La mia battaglia ha obiettivi precisi:

  1. garantire l’accesso uniforme alla cannabis terapeutica in tutto il Piemonte;
  2. consentire l’erogazione attraverso le farmacie territoriali abilitate;
  3. assicurare la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario regionale nei casi previsti;
  4. tutelare la riservatezza dei dati sanitari;
  5. formare medici, farmacisti e operatori;
  6. ridurre tempi, costi e spostamenti per i pazienti;
  7. superare lo stigma che circonda questa terapia;
  8. coinvolgere le associazioni dei pazienti nella costruzione dei percorsi.

La barricata

Contro un sistema che trasforma una terapia legale in un percorso a ostacoli e tratta persone malate come se dovessero difendersi da un’accusa.

Il futuro

Una rete territoriale accessibile, farmacie abilitate, regole uniformi e pazienti liberi di curarsi con dignità e senza paura.

Una terapia prescritta è un diritto alla cura, non un indizio di colpevolezza.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie: mirafiori e futuro industriale

in Battaglie identitarie

La transizione ecologica è la condizione per salvare e creare lavoro

Mirafiori non è soltanto uno stabilimento. È un patrimonio di competenze, ricerca, capacità produttiva e storia collettiva che appartiene a Torino e al Piemonte.

La crisi che attraversa oggi non nasce dalla transizione ecologica. Nasce dal fatto che la transizione non è stata governata con investimenti, nuovi modelli, innovazione e una politica industriale all’altezza.

Mettere in contrapposizione lavoro e ambiente significa condannare entrambi. Senza decarbonizzazione, elettrificazione e innovazione, l’industria automobilistica piemontese rischia di perdere competitività, produzioni e occupazione. La vera scelta non è tra difendere i posti di lavoro e cambiare il sistema produttivo.

La scelta è tra guidare la trasformazione oppure subirla quando sarà troppo tardi.

Torino non può vivere di annunci

Negli ultimi anni Mirafiori è stata accompagnata da promesse, piani industriali e dichiarazioni di rilancio che non hanno prodotto volumi produttivi sufficienti.

Fermate, cassa integrazione e incertezza sono diventate una condizione quasi permanente. Centinaia di lavoratrici e lavoratori con contratti temporanei rischiano di essere i primi esclusi, mentre l’intera filiera dell’indotto soffre la riduzione degli ordinativi.

Ho chiesto alla Regione di assumere un ruolo più forte nei confronti di Stellantis e del Governo nazionale.

Torino ha bisogno di:

  • nuovi modelli elettrici e a basse emissioni;
  • volumi produttivi credibili;
  • investimenti verificabili;
  • tutela e stabilizzazione dell’occupazione;
  • sviluppo della ricerca e della progettazione;
  • sostegno alla riconversione dell’indotto;
  • formazione sulle nuove tecnologie.

Non basta annunciare un’automobile. Bisogna sapere quando verrà prodotta, in quali quantità, con quanti lavoratori e con quale quota della filiera radicata in Piemonte.

La transizione è una politica industriale

L’elettrificazione dell’automobile, lo sviluppo delle batterie, il riciclo dei materiali, il software, la mobilità condivisa e il trasporto pubblico rappresentano una grande opportunità per Torino.

Il Piemonte possiede università, centri di ricerca, ingegneri, tecnici, operai specializzati e imprese della componentistica. Ha quindi tutte le condizioni per diventare uno dei poli europei della mobilità sostenibile.

Ma questo risultato non arriverà spontaneamente.

Occorre una politica industriale capace di orientare investimenti pubblici e privati verso:

  • produzione di veicoli elettrici accessibili;
  • batterie e sistemi di accumulo;
  • recupero e riciclo delle materie prime;
  • componentistica innovativa;
  • trasporto pubblico e ferroviario;
  • ricerca, software e progettazione;
  • riqualificazione professionale;
  • riduzione dei consumi energetici nei processi produttivi.

La transizione ecologica non è un vincolo esterno imposto all’industria. È il mercato, la tecnologia e la direzione nella quale si sta muovendo il mondo.

Ritardarla significa perdere lavoro. Governarla significa crearne di nuovo.

Il nodo dei lavoratori precari

La crisi produttiva colpisce con maggiore durezza chi dispone di meno tutele.

Nel 2026 centinaia di contratti temporanei erano in scadenza a Mirafiori. Per queste persone una riduzione della produzione può significare la perdita completa del lavoro e l’esclusione dai nuovi processi industriali.

Ho portato questa situazione in Consiglio regionale chiedendo un confronto urgente, percorsi di stabilizzazione e strumenti di formazione e continuità reddituale.

La trasformazione industriale deve coinvolgere chi già lavora negli stabilimenti, non sostituirlo silenziosamente con una forza lavoro più piccola e precaria.

Le nuove competenze devono essere costruite insieme ai lavoratori, riconoscendo quelle già esistenti e investendo sulla loro evoluzione professionale.

Una filiera da proteggere e trasformare

La crisi di Mirafiori non si ferma ai cancelli dello stabilimento.

Coinvolge centinaia di imprese della componentistica, della progettazione, della logistica, della manutenzione e dei servizi. In queste aziende si trovano competenze che hanno richiesto decenni per essere costruite e che rischiano di disperdersi in pochi mesi.

Ho seguito numerose vertenze industriali piemontesi, tra cui quelle di Magna, Primotecs, SAPA e di altre realtà collegate direttamente o indirettamente all’automotive.

Non possiamo limitarci a intervenire quando arrivano gli esuberi. La Regione deve conoscere in anticipo lo stato della filiera, accompagnarne la diversificazione e sostenere la conversione verso le produzioni del futuro.

Serve un osservatorio permanente sull’automotive capace di mettere insieme imprese, sindacati, università, enti locali e lavoratori.

Le risorse pubbliche devono produrre risultati pubblici

Negli anni il settore automobilistico ha ricevuto importanti sostegni pubblici.

Ogni nuovo incentivo deve essere condizionato a impegni precisi su:

  • occupazione;
  • stabilizzazione dei contratti;
  • volumi produttivi;
  • ricerca;
  • riduzione delle emissioni;
  • permanenza delle attività sul territorio;
  • tutela dell’indotto;
  • applicazione dei contratti collettivi.

Le risorse pubbliche non possono servire a finanziare delocalizzazioni o ristrutturazioni che impoveriscono il territorio.

Se un’impresa riceve sostegno dalla collettività, deve restituire lavoro stabile, innovazione e capacità produttiva.

Il ruolo della Regione

La Regione non può sostituirsi a Stellantis, ma può smettere di limitarsi al ruolo di spettatrice.

Deve:

  1. pretendere un piano industriale trasparente e verificabile;
  2. chiedere nuovi modelli elettrici destinati a Mirafiori;
  3. tutelare i lavoratori con contratti in scadenza;
  4. sostenere la trasformazione dell’indotto;
  5. investire in formazione e ricerca;
  6. condizionare gli incentivi a risultati occupazionali;
  7. promuovere una filiera piemontese della mobilità sostenibile;
  8. sostenere trasporto pubblico, batterie, riciclo e componentistica;
  9. monitorare produzione, investimenti e occupazione;
  10. costruire una strategia industriale che non dipenda dalle decisioni di una sola multinazionale.

La barricata

Contro il declino industriale presentato come inevitabile, contro gli annunci senza investimenti e contro chi usa la transizione ecologica come alibi per non assumersi responsabilità.

Il futuro

Una Mirafiori protagonista della mobilità sostenibile, capace di produrre innovazione, veicoli accessibili, ricerca e lavoro stabile.

La transizione ecologica non minaccia il lavoro: è la condizione per dargli un futuro.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitaria: scuola pubblica e diritto allo studio

in Battaglie identitarie

La scuola deve ridurre le disuguaglianze, non riprodurle

La scuola pubblica è il primo luogo nel quale una società decide se il futuro sarà davvero aperto a tutte e tutti.

Non può dipendere dal reddito della famiglia, dal Comune in cui si nasce o dalla possibilità di pagare libri, trasporti, attività educative e strumenti digitali. Il diritto allo studio deve essere concreto, non soltanto dichiarato.

La mia battaglia parte da qui: garantire a ogni bambina, bambino e adolescente le stesse opportunità di apprendere, crescere, sviluppare il proprio talento e costruire liberamente il proprio futuro.

Voucher scuola: troppe famiglie lasciate fuori

In Piemonte il sistema dei voucher scolastici continua a non rispondere alla dimensione reale del bisogno.

Nell’anno scolastico 2025-2026 sono state presentate oltre 115 mila domande, ma più di 70 mila studentesse e studenti sono rimasti senza contributo. Per il voucher destinato a libri, materiale didattico, trasporto e attività integrative, la soglia di accesso si è fermata a poco più di 7.500 euro di ISEE.

Significa che famiglie con redditi già molto bassi sono state escluse da una misura pensata proprio per sostenere il diritto allo studio.

Ho denunciato questa contraddizione e chiesto alla Regione di aumentare le risorse, ampliare la platea dei beneficiari e riequilibrare il sistema verso le spese essenziali della scuola pubblica.

I fondi regionali devono servire prima di tutto a garantire:

  • libri e materiale didattico;
  • trasporto scolastico;
  • strumenti digitali;
  • attività educative e culturali;
  • inclusione delle persone con disabilità;
  • contrasto alla dispersione;
  • sostegno alle famiglie con maggiore difficoltà economica.

Il diritto allo studio non può trasformarsi ogni anno in una lotteria nella quale migliaia di famiglie presentano una domanda senza sapere se riceveranno davvero il contributo.

Una scuola pubblica forte e accessibile

La disuguaglianza educativa non nasce soltanto dentro l’aula.

Comincia quando una famiglia non riesce a comprare i libri, quando una studentessa rinuncia a una gita, quando il trasporto costa troppo o quando le opportunità extrascolastiche sono accessibili soltanto a chi può pagarle.

Per questo servono politiche regionali capaci di sostenere l’intero percorso educativo, dalla prima infanzia fino all’università e alla formazione professionale.

Una scuola pubblica forte richiede:

  • edifici sicuri e accessibili;
  • servizi per la prima infanzia;
  • tempo pieno;
  • mense di qualità;
  • trasporti adeguati;
  • sostegno educativo;
  • contrasto alle classi sovraffollate;
  • attenzione alla salute psicologica;
  • piena inclusione delle studentesse e degli studenti con disabilità.

Investire nella scuola significa intervenire sulla principale infrastruttura sociale del Paese.

Educare alle relazioni significa prevenire la violenza

La scuola deve anche fornire strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e costruire relazioni libere dalla violenza.

Per questo ho contrastato le proposte nazionali che subordinano le attività di educazione affettiva e sessuale al consenso preventivo delle famiglie.

Educare al consenso, al rispetto dei corpi, alle differenze e alla parità non significa imporre un modello culturale. Significa aiutare ragazze e ragazzi a riconoscere un abuso, prevenire la violenza, contrastare il bullismo e l’omolesbotransfobia e sviluppare relazioni consapevoli.

Privare proprio le persone più vulnerabili di questi percorsi significa lasciare sole le nuove generazioni davanti a contenuti, pressioni e modelli che incontrano ogni giorno, soprattutto online.

La scuola pubblica deve essere laica, inclusiva e fondata sulle evidenze scientifiche. Deve collaborare con le famiglie, senza rinunciare alla propria responsabilità educativa.

Difendere l’autonomia della scuola

Insegnanti, educatori e dirigenti devono poter svolgere il proprio lavoro senza essere sottoposti a un controllo politico e ideologico crescente.

La libertà di insegnamento e l’autonomia scolastica sono principi costituzionali. Difenderli significa permettere alla scuola di affrontare i problemi reali della società: discriminazioni, disuguaglianze, violenza, crisi climatica, cittadinanza digitale e convivenza democratica.

Non voglio una scuola che censura le domande.

Voglio una scuola capace di fornire gli strumenti per trovare risposte, sviluppare spirito critico e riconoscere la complessità.

Il legame con i territori

La Regione deve lavorare insieme ai Comuni, alle scuole, alle famiglie, alle organizzazioni sindacali e alle comunità educanti.

Gli enti locali conoscono direttamente i bisogni relativi agli edifici, alle mense, ai trasporti, all’inclusione e ai servizi extrascolastici. Ma troppo spesso vengono lasciati soli, con risorse insufficienti e responsabilità crescenti.

Occorre una programmazione stabile, capace di superare bandi frammentati e finanziamenti occasionali.

La scuola non può vivere soltanto di emergenze e progetti temporanei.

Cosa sto chiedendo alla Regione

Il mio impegno si concentra su obiettivi concreti:

  1. aumentare stabilmente le risorse per il diritto allo studio;
  2. finanziare un numero molto più ampio di domande per i voucher;
  3. dare priorità alle spese essenziali della scuola pubblica;
  4. ridurre le disuguaglianze territoriali;
  5. sostenere trasporto, mense e servizi educativi;
  6. rafforzare l’inclusione delle persone con disabilità;
  7. contrastare dispersione e povertà educativa;
  8. difendere l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento;
  9. promuovere educazione affettiva, sessuale e al consenso;
  10. ascoltare stabilmente studenti, famiglie e personale scolastico.

La barricata

Contro una scuola nella quale le opportunità dipendono dal reddito e nella quale paura, censura e disuguaglianze limitano la libertà di imparare.

Il futuro

Una scuola pubblica accessibile, laica, inclusiva e capace di dare a ogni persona gli strumenti per costruire il proprio progetto di vita.

Il futuro del Piemonte comincia tra i banchi. E deve essere un futuro aperto a tutte e tutti.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: son autosufficienza e caregiver

in Battaglie identitarie

La cura non può dipendere dai tempi della burocrazia

La non autosufficienza riguarda migliaia di persone anziane, persone con disabilità, famiglie e caregiver che ogni giorno tengono insieme assistenza, lavoro, salute e vita quotidiana.

Dietro ogni ritardo amministrativo ci sono ore di assistenza domiciliare che rischiano di essere ridotte, progetti di vita indipendente che possono interrompersi, operatori che attendono risorse e famiglie costrette a colmare con il proprio tempo, il proprio reddito e le proprie energie ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire.

Per questo considero la non autosufficienza una delle principali questioni sociali del Piemonte.

Non è un tema riservato agli addetti ai lavori. Riguarda il diritto di ogni persona a vivere con dignità e il dovere delle istituzioni di non lasciare sole le famiglie.

Un sistema troppo fragile

Gli interventi per la non autosufficienza dipendono da una filiera complessa di programmazione e finanziamento.

Le risorse nazionali vengono assegnate attraverso il Fondo per le non autosufficienze e gli altri fondi sociali. La Regione deve poi approvare i propri atti di programmazione, ripartire le somme e trasferirle agli enti gestori dei servizi socioassistenziali, che organizzano concretamente gli interventi nei territori.

Quando uno solo di questi passaggi rallenta, l’intero sistema entra in difficoltà.

I consorzi socioassistenziali continuano però a dover garantire:

  • assistenza domiciliare;
  • sostegni alla vita indipendente;
  • interventi per persone con disabilità gravissima;
  • servizi semiresidenziali e residenziali;
  • contributi economici;
  • supporto alle famiglie;
  • continuità dei progetti individualizzati.

Non possono sospendere i bisogni in attesa di un decreto.

Il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse. Riguarda la loro certezza, tempestività e continuità.

Ho portato i ritardi dentro il Consiglio regionale

Ho più volte interrogato la Giunta sui ritardi nella programmazione e nel trasferimento dei fondi destinati alle politiche sociali e alla non autosufficienza.

Ho chiesto di sapere come la Regione intendesse garantire la continuità dei servizi durante l’attesa del Piano nazionale per la non autosufficienza e dei relativi riparti.

La risposta non può essere scaricare tutta la responsabilità sugli enti gestori.

I consorzi sono spesso costretti ad anticipare risorse proprie, utilizzare disponibilità destinate ad altri interventi o rallentare la programmazione. I Comuni, a loro volta, devono sostenere un sistema già sottoposto a una pressione crescente.

Nel frattempo, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità e la riduzione delle reti familiari rendono il bisogno di assistenza sempre più esteso.

La Regione deve quindi assumere un ruolo di garanzia, non limitarsi a trasferire risorse quando il percorso amministrativo nazionale si è finalmente concluso.

Un Fondo regionale per anticipare le risorse

La proposta che ho avanzato è quella di istituire un meccanismo regionale stabile di anticipazione finanziaria.

Quando i fondi nazionali sono stati assegnati ma non sono ancora materialmente disponibili, la Regione dovrebbe anticipare agli enti gestori le somme necessarie a garantire la continuità dei servizi.

Non si tratterebbe di sostituire in modo permanente il finanziamento nazionale, ma di creare una forma di protezione contro i ritardi.

Un fondo di anticipazione consentirebbe di:

  • evitare interruzioni nell’assistenza;
  • garantire maggiore certezza agli enti gestori;
  • proteggere i progetti già avviati;
  • programmare i servizi con maggiore stabilità;
  • impedire che i costi finanziari ricadano sui Comuni;
  • ridurre l’incertezza vissuta dalle famiglie.

È una proposta tecnicamente sostenibile e politicamente necessaria.

La Regione dispone infatti degli strumenti contabili per programmare anticipazioni e successivi reintegri, una volta perfezionati i trasferimenti nazionali.

Ciò che manca è la scelta di considerare la continuità dell’assistenza una priorità assoluta.

Dalla prestazione al progetto di vita

La non autosufficienza non può essere affrontata distribuendo singole prestazioni scollegate.

Ogni persona ha bisogni differenti, che possono riguardare contemporaneamente:

  • assistenza personale;
  • salute;
  • abitazione;
  • mobilità;
  • lavoro;
  • relazioni;
  • partecipazione sociale;
  • sostegno psicologico;
  • sollievo per la famiglia.

Per questo servono valutazioni multidimensionali e progetti individualizzati costruiti insieme alla persona, alla famiglia, ai servizi sociali e alla sanità territoriale.

Il principio deve essere quello del progetto di vita: non adattare la persona ai servizi disponibili, ma organizzare i servizi intorno alla sua vita, ai suoi desideri e al livello di autonomia possibile.

Questo richiede una reale integrazione tra sanità e sociale.

Troppo spesso, invece, le persone vengono costrette a muoversi tra enti, commissioni, modulistica e competenze frammentate. Le famiglie diventano coordinatrici involontarie di un sistema che dovrebbe prendersi cura di loro.

Il lavoro invisibile dei caregiver

La maggior parte della cura continua a essere sostenuta dalle famiglie e, all’interno delle famiglie, soprattutto dalle donne.

I caregiver garantiscono assistenza per anni, spesso senza formazione, senza riposo sufficiente e senza un riconoscimento economico o previdenziale adeguato.

Molte persone riducono l’orario di lavoro, rinunciano a opportunità professionali o abbandonano completamente l’occupazione. Altre affrontano isolamento, esaurimento fisico e psicologico e una progressiva riduzione della propria autonomia.

Non possiamo continuare a considerare questo lavoro una risorsa gratuita e inesauribile.

Servono:

  • servizi domiciliari più forti;
  • interventi di sollievo;
  • assistenza psicologica;
  • formazione;
  • sostegno economico;
  • conciliazione con il lavoro;
  • riconoscimento delle competenze maturate;
  • percorsi semplici per accedere alle misure.

Sostenere i caregiver non significa affidare definitivamente a loro l’assistenza. Significa permettere alle famiglie di scegliere e di non essere lasciate sole.

Domiciliarità non significa abbandono a casa

Tutte le persone devono poter rimanere nella propria abitazione e nella propria comunità quando questa è la soluzione desiderata e appropriata.

Ma la domiciliarità non può diventare un modo per trasferire integralmente il peso della cura sulle famiglie.

Per essere reale deve essere accompagnata da:

  • assistenza professionale adeguata;
  • continuità sanitaria;
  • ausili;
  • adattamento dell’abitazione;
  • servizi di prossimità;
  • sostegno economico;
  • teleassistenza quando utile;
  • interventi tempestivi nelle emergenze;
  • possibilità di sollievo per chi assiste.

La casa può essere il luogo della vita, non deve diventare il luogo dell’isolamento.

Integrare sociale e sanità territoriale

Molte persone non autosufficienti convivono con patologie croniche, disabilità, fragilità sociali e bisogni assistenziali complessi.

Per questo è indispensabile collegare i servizi sociali con:

  • medici di medicina generale;
  • infermieri di famiglia e di comunità;
  • servizi domiciliari sanitari;
  • Case della comunità;
  • strutture residenziali e semiresidenziali;
  • centri per la salute mentale;
  • servizi per le dipendenze;
  • ospedali.

La presa in carico non può terminare al confine tra una competenza amministrativa e l’altra.

La Regione deve garantire una regia unitaria, standard omogenei e strumenti condivisi di valutazione e programmazione.

Cosa ho chiesto alla Regione

Il mio lavoro si è concentrato su alcuni obiettivi precisi:

  1. garantire la continuità dei servizi durante i ritardi dei trasferimenti;
  2. istituire un fondo regionale di anticipazione;
  3. ripartire tempestivamente le risorse agli enti gestori;
  4. monitorare l’effettiva erogazione degli interventi;
  5. rafforzare l’integrazione sociosanitaria;
  6. sostenere la domiciliarità senza scaricarla sulle famiglie;
  7. valorizzare i progetti di vita indipendente;
  8. riconoscere il ruolo dei caregiver;
  9. ridurre le differenze territoriali;
  10. rendere più semplici e trasparenti le procedure di accesso.

La Regione deve conoscere non soltanto quanto stanzia, ma anche quanto tempo trascorre prima che una persona riceva concretamente il servizio.

La qualità di una politica sociale si misura nell’ultimo passaggio: quello che arriva nella vita delle persone.

La barricata

Contro un welfare che considera i servizi sociali una spesa rinviabile e costringe famiglie, caregiver, Comuni ed enti gestori a sostenere da soli i ritardi del sistema.

Il futuro

Finanziamenti certi, un Fondo regionale di anticipazione, servizi domiciliari forti, integrazione sociosanitaria e progetti costruiti intorno alla persona.

La dignità non può aspettare. La cura è una responsabilità pubblica.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: difesa del Sant’Anna e autodeterminazione

in Battaglie identitarie

La salute delle donne non si divide

Difendere il Sant’Anna significa difendere molto più di un ospedale. Significa tutelare un patrimonio pubblico di competenze, cura, ricerca e medicina di genere costruito nel tempo.

Ho contrastato il progetto di scorporo del Sant’Anna dalla Città della Salute perché separare ostetricia e ginecologia dalle altre specialità dell’adulto rischia di indebolire la multidisciplinarità e frammentare i percorsi di cura.

Una gravidanza complessa, una patologia oncologica o una malattia rara possono richiedere il lavoro coordinato di ginecologi, cardiologi, anestesisti, oncologi e molti altri professionisti. La salute delle donne non può essere confinata in una struttura isolata dal resto della medicina.

Per questo ho chiesto trasparenza, valutazioni tecniche indipendenti e il pieno coinvolgimento di professionisti, associazioni e società scientifiche. Il Consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno che impegna la Giunta a garantire continuità delle cure, sicurezza e multidisciplinarità nel futuro assetto.

Un ospedale pubblico deve rispettare le scelte delle donne

La mia battaglia riguarda anche l’autodeterminazione.

Ho denunciato l’affidamento di uno spazio all’interno del Sant’Anna ad associazioni ideologicamente contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza. Un ospedale pubblico non può diventare un luogo nel quale una donna si senta giudicata, colpevolizzata o sottoposta a pressioni nel momento in cui deve prendere una decisione personale e difficile.

Applicare pienamente la legge 194 significa garantire informazioni scientificamente corrette, personale sufficiente, consultori accessibili e percorsi liberi da condizionamenti ideologici.

Sostenere la maternità significa investire in servizi, reddito, abitazione, asili nido e lavoro. Non significa limitare la libertà di scelta.

Cosa difendo

La mia proposta è fondata su alcuni principi essenziali:

  • mantenere l’integrazione tra il Sant’Anna e le altre specialità;
  • garantire continuità e qualità dei percorsi clinici;
  • rafforzare la medicina di genere;
  • coinvolgere professionisti e associazioni nelle decisioni;
  • difendere la piena applicazione della legge 194;
  • potenziare consultori e servizi pubblici;
  • impedire che spazi sanitari pubblici vengano utilizzati per condizionare le scelte delle donne.

La barricata

Contro ogni riorganizzazione che indebolisca la qualità delle cure e contro l’ingresso dell’ideologia anti-scelta nella sanità pubblica.

Il futuro

Un Sant’Anna forte, pubblico e multidisciplinare. Una sanità capace di curare le donne nella loro interezza e di rispettarne sempre la libertà.

La salute delle donne non si divide. La loro libertà non si negozia.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: data center, ambiente e futuro dei territori

in Battaglie identitarie

L’innovazione non può essere subita: deve essere governata nell’interesse pubblico

I data center sono infrastrutture indispensabili per il funzionamento dei servizi digitali, del cloud, dell’intelligenza artificiale, delle imprese e della pubblica amministrazione.

Proprio per la loro importanza, non possono essere trattati come normali capannoni industriali né autorizzati valutando ogni progetto in modo isolato.

Consumano grandi quantità di energia, possono richiedere acqua per il raffreddamento, occupano suolo, incidono sulle reti elettriche e possono produrre effetti ambientali, urbanistici e paesaggistici rilevanti. La stessa Regione Piemonte riconosce che la crescita degli insediamenti pone questioni relative a consumo di suolo, fabbisogno energetico, risorsa idrica, rumore, paesaggio, qualità dell’aria e gestione del calore prodotto. 

La mia posizione è chiara:

non sono contraria all’innovazione. Sono contraria all’idea che basti chiamare “innovativo” un investimento per considerarlo automaticamente utile alla collettività.

Ogni progetto deve dimostrare la propria compatibilità con l’ambiente, la salute, le risorse disponibili e il futuro del territorio che lo ospita.


Una trasformazione che sta accelerando

La crescita dei servizi digitali e dell’intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente la domanda di capacità di calcolo.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030, avvicinandosi a 950 TWh all’anno. La domanda legata ai centri dedicati all’intelligenza artificiale dovrebbe crescere ancora più velocemente. 

Questo non significa che la trasformazione digitale debba essere fermata.

Significa che occorre decidere:

  • dove localizzare queste infrastrutture; 
  • quanta energia possono assorbire; 
  • da quali fonti deve provenire; 
  • quali risorse idriche possono utilizzare; 
  • quali territori devono essere esclusi; 
  • quali benefici devono restare alle comunità; 
  • quale occupazione stabile sarà realmente creata; 
  • chi controllerà il rispetto degli impegni. 

Senza una programmazione pubblica, il rischio è che ogni Comune sia chiamato a valutare singolarmente progetti di enorme complessità, mentre gli impatti complessivi si sommano su scala regionale.


Il Piemonte non può decidere un progetto alla volta

Negli ultimi mesi sono emerse numerose proposte di nuovi insediamenti in Piemonte, tra cui quelle di Grugliasco, Settimo Torinese, Moncalieri e Trino.

Di fronte a questa successione di richieste, ho presentato un question time urgente per chiedere alla Giunta quali criteri intendesse adottare immediatamente, anche prima dell’approvazione della futura legge regionale.

Ho sottolineato che, in assenza di regole uniformi, sindaci e comunità locali rischiano di essere lasciati soli davanti a decisioni che possono avere conseguenze ben più ampie dei confini di un singolo Comune. 

Non possiamo valutare ogni data center come se gli altri non esistessero.

Se in un territorio vengono presentati più progetti, bisogna considerare insieme:

  • il consumo elettrico complessivo; 
  • la capacità della rete; 
  • il fabbisogno idrico; 
  • le nuove infrastrutture necessarie; 
  • le emissioni dei sistemi di emergenza; 
  • il consumo di suolo; 
  • il traffico di cantiere; 
  • il rumore; 
  • la disponibilità di energia rinnovabile; 
  • gli effetti sugli altri utenti della rete. 

È questo il significato della valutazione degli impatti cumulativi.

Un singolo progetto potrebbe apparire sostenibile se analizzato da solo. La somma di molti progetti potrebbe non esserlo affatto.


Grugliasco: quando una decisione locale assume una portata regionale

Il caso di Grugliasco ha mostrato con particolare evidenza quanto sia urgente una normativa regionale.

Di fronte a un grande insediamento, un’amministrazione comunale deve confrontarsi con questioni energetiche, ambientali e sanitarie che richiedono competenze, dati e strumenti non sempre disponibili a livello locale.

La domanda non può essere soltanto:

“Il progetto rispetta formalmente le procedure?”

Bisogna chiedersi anche:

  • quale potenza elettrica richiederà; 
  • quali opere di rete saranno necessarie; 
  • quale sistema di raffreddamento verrà utilizzato; 
  • quanta acqua consumerà; 
  • quali gruppi elettrogeni saranno installati; 
  • quali emissioni produrranno durante prove ed emergenze; 
  • quale quantità di calore verrà generata; 
  • se quel calore sarà davvero recuperato; 
  • quanti posti di lavoro stabili verranno creati; 
  • quali benefici concreti resteranno alla città. 

Quando questi elementi non sono conosciuti, la partecipazione pubblica rischia di essere puramente formale.

Le comunità devono poter discutere su dati verificabili, non su promesse generiche.


Trino: quattro miliardi non cancellano le domande

Il progetto annunciato nell’area dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino mostra la dimensione che questa trasformazione può raggiungere.

La Regione ha presentato il “Cavour Hyperscale Campus” come un investimento da circa quattro miliardi di euro. Le stime rese pubbliche indicano 1.200 lavoratori durante la costruzione, con possibili punte superiori a 2.000, e 300–350 occupati qualificati a regime, oltre all’indotto dichiarato dai promotori. 

Un investimento di queste dimensioni merita attenzione. Ma proprio perché è così grande non può essere accompagnato soltanto da entusiasmo istituzionale.

Servono valutazioni indipendenti su:

  • fabbisogno energetico effettivo; 
  • provenienza dell’energia; 
  • eventuali nuovi elettrodotti; 
  • utilizzo dell’acqua; 
  • sistemi di raffreddamento; 
  • impatto acustico; 
  • gruppi elettrogeni di emergenza; 
  • recupero del calore; 
  • occupazione diretta e stabile; 
  • impatti cumulativi; 
  • bonifiche e condizioni ambientali del sito; 
  • ricadute economiche reali sul territorio. 

La qualifica di investimento strategico non deve ridurre la trasparenza né comprimere le garanzie ambientali.

L’accelerazione delle autorizzazioni non può diventare una scorciatoia nelle valutazioni.


L’energia deve essere aggiuntiva e realmente rinnovabile

Una delle questioni decisive riguarda l’approvvigionamento elettrico.

Non basta dichiarare che un data center utilizzerà energia rinnovabile attraverso contratti o certificati.

Bisogna verificare se l’energia sarà:

  • prodotta da nuovi impianti; 
  • realmente aggiuntiva rispetto a quella già disponibile; 
  • disponibile nelle ore in cui il centro ne avrà bisogno; 
  • compatibile con la capacità della rete; 
  • sottratta oppure no agli usi di famiglie e imprese; 
  • accompagnata da sistemi di accumulo; 
  • tracciabile attraverso dati pubblici. 

La domanda politica è semplice:

l’energia sarà davvero nuova, pulita e aggiuntiva, oppure verrà assorbita dalla stessa rete già utilizzata dalle comunità e dal sistema produttivo?

La proposta di legge regionale in preparazione ipotizza una quota minima di energia rinnovabile e una clausola di salvaguardia collegata all’aumento dei consumi elettrici regionali. È un primo elemento utile, ma quote, soglie e controlli dovranno essere definiti in modo rigoroso. 

La sostenibilità non può essere affidata all’autocertificazione dei promotori.


L’acqua è una risorsa pubblica

I server producono calore e devono essere raffreddati continuamente.

Le tecnologie utilizzate possono avere consumi idrici molto diversi. Per questo ogni progetto deve indicare con precisione:

  • il consumo annuo previsto; 
  • i picchi stagionali; 
  • la fonte di approvvigionamento; 
  • la qualità dell’acqua necessaria; 
  • la quantità restituita; 
  • gli effetti nei periodi di siccità; 
  • le alternative tecnologiche disponibili; 
  • gli eventuali sistemi di riciclo. 

Non è sufficiente parlare genericamente di “raffreddamento efficiente”.

Il Piemonte ha già sperimentato periodi di siccità e crescente pressione sulle risorse idriche. L’acqua destinata a una grande infrastruttura deve essere valutata insieme agli usi civili, agricoli, industriali ed ecologici.

La futura disciplina regionale ipotizza l’obbligo di sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico, ma dovrà indicare parametri misurabili, dati pubblici e procedure di controllo. 

L’acqua non può diventare una variabile secondaria di un investimento privato.


Il consumo di suolo non si compensa con un assegno

I data center richiedono superfici molto ampie e fortemente infrastrutturate.

La priorità deve essere il riutilizzo di:

  • aree industriali dismesse; 
  • suoli già impermeabilizzati; 
  • siti da bonificare; 
  • edifici esistenti; 
  • aree dotate delle necessarie infrastrutture. 

Terreni agricoli, aree naturali, zone a rischio idrogeologico e territori di elevato valore paesaggistico devono essere esclusi o sottoposti a limiti particolarmente rigorosi.

La proposta regionale distingue tra aree di attrazione, repulsione ed esclusione, indicando tra le zone preferenziali i siti già impermeabilizzati o dismessi e tra quelle da escludere parchi, riserve, siti Natura 2000, terreni di elevato interesse agronomico e aree ad alto rischio idrogeologico. 

È una direzione condivisibile, ma deve essere applicata senza deroghe costruite su misura.

Una compensazione economica non restituisce un suolo agricolo consumato.

Prima si evita l’impatto. Solo ciò che non può essere evitato può essere mitigato o compensato.


Anche l’aria e il rumore devono essere valutati

Un data center non produce emissioni soltanto attraverso l’energia che consuma.

Per garantire continuità operativa, queste strutture possono utilizzare numerosi gruppi elettrogeni di emergenza. Anche quando entrano in funzione raramente, devono essere sottoposti a prove periodiche che possono generare emissioni e rumore.

Occorre quindi conoscere:

  • numero e potenza dei generatori; 
  • combustibile utilizzato; 
  • durata e frequenza delle prove; 
  • emissioni previste; 
  • distanza dalle abitazioni; 
  • qualità dell’aria già presente nel territorio; 
  • effetti cumulativi con traffico e impianti esistenti. 

La proposta regionale ipotizza limiti al ricorso ai gruppi elettrogeni di back-up e considera qualità dell’aria e clima acustico tra gli obiettivi della legge. 

Questi limiti devono però diventare prescrizioni vincolanti, non semplici raccomandazioni.


Recuperare il calore, non disperderlo

Una grande quantità dell’energia assorbita dai data center viene trasformata in calore.

Quel calore può essere recuperato per alimentare:

  • reti di teleriscaldamento; 
  • edifici pubblici; 
  • impianti sportivi; 
  • processi industriali; 
  • serre; 
  • quartieri vicini. 

Ma il recupero non deve restare una possibilità teorica utilizzata per migliorare la presentazione del progetto.

Bisogna verificare:

  • se esiste una domanda termica nelle vicinanze; 
  • chi realizzerà le infrastrutture; 
  • chi sosterrà i costi; 
  • entro quali tempi; 
  • quale quota del calore sarà effettivamente utilizzata; 
  • quali benefici economici riceveranno gli utenti. 

La futura legge regionale considera la valorizzazione del calore di scarto uno degli obiettivi e ipotizza l’impiego di un indicatore specifico per misurarla. 

La mia posizione è che il recupero debba diventare obbligatorio quando tecnicamente possibile, con impegni verificabili già nella fase autorizzativa.


Non basta promettere posti di lavoro

I data center vengono spesso presentati come grandi occasioni occupazionali.

È necessario distinguere tra:

  • posti temporanei legati al cantiere; 
  • occupazione indiretta; 
  • personale altamente specializzato; 
  • manutenzione; 
  • sicurezza; 
  • servizi esternalizzati; 
  • occupazione stabile a regime. 

Un investimento può essere enorme dal punto di vista economico e relativamente limitato dal punto di vista dell’occupazione permanente.

Per questo chiedo che ogni progetto presenti dati trasparenti su:

  • numero di lavoratori nelle diverse fasi; 
  • durata dei contratti; 
  • qualifiche richieste; 
  • provenienza della manodopera; 
  • formazione finanziata; 
  • applicazione dei contratti collettivi; 
  • sicurezza sul lavoro; 
  • ricadute per imprese e competenze locali. 

Le compensazioni economiche non possono sostituire una vera politica industriale e occupazionale.

La Regione deve negoziare benefici pubblici concreti, non limitarsi a celebrare l’ammontare dell’investimento.


Valutazioni indipendenti, non studi pagati soltanto dai proponenti

I progetti devono essere accompagnati da studi tecnici, ma le valutazioni non possono dipendere esclusivamente dalla documentazione prodotta o commissionata da chi vuole realizzare l’opera.

Per i progetti più rilevanti servono:

  • istruttorie pubbliche rafforzate; 
  • competenze indipendenti; 
  • coinvolgimento di ARPA; 
  • dati accessibili; 
  • confronto con università ed enti di ricerca; 
  • monitoraggio continuo; 
  • possibilità di controllo da parte delle comunità; 
  • pubblicazione dei consumi reali dopo l’entrata in funzione. 

Le autorizzazioni devono contenere soglie, obblighi e sanzioni.

Se i consumi reali superano quelli dichiarati, se il recupero di calore non viene attivato o se gli impegni ambientali non vengono rispettati, devono esistere conseguenze precise.

La fiducia non sostituisce il controllo pubblico.


La partecipazione deve avvenire prima delle decisioni

La partecipazione non può iniziare quando il progetto è già definito e le scelte fondamentali sono state compiute.

Comuni, cittadini, associazioni, sindacati e attività economiche devono poter conoscere:

  • dimensione del progetto; 
  • consumo di energia; 
  • consumo di acqua; 
  • occupazione prevista; 
  • opere di rete; 
  • emissioni; 
  • rumore; 
  • compensazioni; 
  • alternative localizzative. 

La Regione ha avviato nel luglio 2026 una consultazione pubblica sulla futura legge, riconoscendo che le decisioni con effetti territoriali e ambientali richiedono il coinvolgimento delle comunità e dei portatori di interesse. 

È un passaggio necessario, ma la partecipazione deve continuare anche sui singoli insediamenti.

Non si può chiedere ai territori di esprimersi senza fornire tutti i dati necessari.


La futura legge regionale: un risultato politico ancora da costruire

Quando ho portato il tema in Consiglio regionale, la Giunta ha confermato l’intenzione di predisporre una legge specifica dopo la consultazione pubblica. 

La bozza di impostazione contiene alcuni elementi importanti:

  • applicazione ipotizzata agli impianti da almeno 1 MW; 
  • classificazione delle aree; 
  • requisiti energetici e ambientali; 
  • limiti ai gruppi elettrogeni; 
  • raffreddamento a basso consumo idrico; 
  • recupero del calore; 
  • soglia di efficienza energetica; 
  • procedimento autorizzativo differenziato; 
  • misure di compensazione territoriale. 

Ma una legge è efficace soltanto quanto lo sono le sue soglie, i controlli e le esclusioni.

La mia battaglia sarà impedire che il testo si riduca a una procedura di semplificazione per gli investitori.

La priorità deve essere governare il fenomeno, non accelerarlo indiscriminatamente.


I criteri che considero irrinunciabili

La legge regionale dovrà prevedere almeno:

  1. una pianificazione regionale del fabbisogno e della capacità massima sostenibile; 
  2. la valutazione degli impatti cumulativi; 
  3. priorità assoluta alle aree dismesse e già impermeabilizzate; 
  4. esclusione dei terreni agricoli di pregio e delle aree ambientalmente fragili; 
  5. valutazione ambientale rafforzata per i grandi insediamenti; 
  6. energia rinnovabile realmente aggiuntiva e tracciabile; 
  7. verifica preventiva della capacità della rete elettrica; 
  8. limiti vincolanti al consumo idrico; 
  9. pubblicazione dei consumi energetici e idrici effettivi; 
  10. limiti rigorosi ai generatori di emergenza; 
  11. obbligo di recupero del calore quando tecnicamente possibile; 
  12. monitoraggio indipendente di ARPA; 
  13. consultazione preventiva delle comunità; 
  14. accordi pubblici sulle ricadute occupazionali; 
  15. compensazioni ambientali e sociali aggiuntive, non sostitutive; 
  16. garanzie finanziarie per dismissione e ripristino; 
  17. sanzioni in caso di mancato rispetto degli impegni; 
  18. un registro regionale pubblico di tutti i progetti. 

Cosa abbiamo ottenuto

Abbiamo portato il tema dei data center dentro il dibattito del Consiglio regionale prima che la moltiplicazione dei progetti diventasse un fatto compiuto.

Abbiamo chiesto criteri regionali uniformi e misure urgenti per non lasciare soli sindaci e comunità.

Abbiamo imposto nel confronto pubblico questioni che inizialmente restavano sullo sfondo:

  • energia; 
  • acqua; 
  • suolo; 
  • salute; 
  • impatti cumulativi; 
  • trasparenza; 
  • ricadute occupazionali; 
  • interesse pubblico. 

La Giunta ha riconosciuto la necessità di una disciplina organica e ha avviato la consultazione sulla futura legge regionale. 

È un primo passo, non il punto di arrivo.


Cosa resta da fare

Ora dobbiamo:

  • esaminare il testo definitivo della legge; 
  • presentare emendamenti rigorosi; 
  • introdurre la valutazione cumulativa; 
  • definire soglie energetiche e idriche vincolanti; 
  • impedire consumo ingiustificato di suolo; 
  • garantire controlli indipendenti; 
  • rendere pubblici tutti i dati; 
  • coinvolgere realmente le comunità; 
  • verificare progetto per progetto l’interesse pubblico; 
  • monitorare Trino, Grugliasco, Settimo, Moncalieri e gli altri territori interessati; 
  • impedire che l’urgenza degli investimenti riduca le garanzie ambientali; 
  • assicurare che i benefici economici e occupazionali dichiarati diventino impegni concreti. 

La mia idea di futuro

Voglio un Piemonte capace di attrarre innovazione senza consegnare il proprio territorio a chi dispone di più capitale e potere contrattuale.

Un Piemonte che utilizzi la trasformazione digitale per migliorare servizi, ricerca, imprese e pubblica amministrazione, ma che sappia porre limiti quando sono in gioco acqua, energia, suolo e salute.

Un Piemonte che non metta in competizione la transizione digitale con quella ecologica.

Un Piemonte nel quale gli investimenti privati siano valutati sulla base dei benefici pubblici che producono e dei costi collettivi che generano.

Il futuro non è accettare tutto ciò che arriva.

Il futuro è avere la forza politica, le competenze e le regole per scegliere.

La barricata

Contro una trasformazione digitale senza limiti, nella quale energia, acqua, territorio e decisioni pubbliche vengono piegati alle esigenze dei grandi investitori.

Il futuro

Una legge regionale rigorosa, valutazioni indipendenti, energia realmente rinnovabile e aggiuntiva, tutela delle risorse, trasparenza e partecipazione delle comunità.

L’innovazione non è automaticamente progresso. Diventa progresso soltanto quando migliora la vita delle persone senza consumare il loro futuro.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: salute delle donne, prevenzione e contrasto alla violenza maschile

in Battaglie identitarie

La libertà delle donne comincia dal diritto di conoscere, scegliere e vivere senza paura

La salute delle donne non può essere affrontata come una questione marginale, né ridotta alla sola capacità riproduttiva.

Significa prevenzione, diagnosi tempestive, medicina attenta alle differenze di genere, sostegno psicologico, autodeterminazione, consultori pubblici accessibili e protezione dalla violenza.

Per troppo tempo il corpo delle donne è stato studiato meno, ascoltato meno e considerato attraverso modelli sanitari costruiti prevalentemente sul corpo maschile. Allo stesso tempo, le disuguaglianze economiche, sociali e culturali continuano a limitare la possibilità delle donne di scegliere liberamente e di accedere alle cure.

La mia battaglia parte da un principio semplice:

nessuna donna deve essere lasciata sola davanti a una diagnosi, a una scelta difficile o a una situazione di violenza.

La salute e la libertà non sono privilegi individuali. Sono diritti che le istituzioni devono rendere concretamente esigibili.


BRCA. Conoscere il rischio può cambiare il futuro

Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 possono aumentare sensibilmente il rischio di sviluppare alcuni tumori, in particolare quelli della mammella e dell’ovaio.

Sapere di essere portatrici di una mutazione genetica non significa ricevere una condanna. Significa poter accedere a controlli mirati, intensificare la sorveglianza, valutare percorsi preventivi e assumere decisioni consapevoli insieme a équipe mediche qualificate.

L’informazione genetica può quindi diventare uno strumento fondamentale di prevenzione.

Ma perché questo accada non basta disporre di un test. Servono:

  • criteri di accesso uniformi;
  • centri realmente qualificati;
  • percorsi multidisciplinari;
  • tempi certi;
  • consulenza genetica;
  • presa in carico delle persone e dei familiari;
  • supporto psicologico;
  • informazioni comprensibili;
  • uguaglianza territoriale nell’accesso alle prestazioni.

Nel marzo 2026, durante l’iniziativa “Geni che contano”, promossa dall’associazione Mettiamoci le Tette con il contributo del Consiglio regionale, è stato ricordato che per le donne portatrici di mutazioni BRCA il rischio di sviluppare un tumore mammario può raggiungere livelli molto elevati e che la conoscenza della mutazione permette di attivare percorsi personalizzati di prevenzione e cura.

La prevenzione non può però dipendere dal luogo di residenza, dalla capacità di orientarsi nel sistema sanitario o dalla disponibilità economica della singola persona.

Deve essere una responsabilità pubblica.


Un risultato concreto nel Piano sociosanitario regionale

Durante la discussione del Piano sociosanitario regionale ho lavorato per rafforzare e rendere più uniformi i percorsi dedicati alle persone portatrici di mutazioni BRCA.

Il mio intervento, approvato dal Consiglio regionale, ha indicato la necessità di costruire un sistema fondato su:

  • centri specializzati e qualificati;
  • percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali omogenei;
  • coordinamento regionale;
  • équipe multidisciplinari;
  • accesso appropriato ai test genetici;
  • presa in carico delle persone sane portatrici di mutazione;
  • attenzione ai familiari potenzialmente interessati;
  • supporto psicologico;
  • formazione degli operatori.

È un risultato importante perché trasforma la prevenzione genetica da opportunità lasciata all’iniziativa individuale a componente strutturale della sanità regionale.

La sfida, ora, è vigilare affinché quanto previsto venga applicato in modo uniforme in tutto il Piemonte.

Una norma o un indirizzo approvato non bastano, se una donna continua a incontrare liste d’attesa troppo lunghe, informazioni contraddittorie o differenze sostanziali tra un territorio e l’altro.


La medicina di genere non è una medicina “per sole donne”

La medicina di genere studia il modo in cui sesso biologico, condizioni sociali, ruoli, stili di vita e disuguaglianze influenzano la salute, l’insorgenza delle malattie, i sintomi e la risposta alle terapie.

Non è una specializzazione separata. È un metodo che dovrebbe attraversare tutta la sanità.

Per le donne, questa prospettiva è particolarmente importante perché molti sintomi sono stati storicamente sottovalutati, interpretati in ritardo oppure ricondotti troppo facilmente a componenti emotive.

Una sanità realmente universale non tratta tutte e tutti nello stesso modo. Riconosce le differenze per garantire la stessa qualità della cura.

Per questo considero fondamentali:

  • la formazione del personale sanitario;
  • la raccolta di dati disaggregati;
  • la ricerca;
  • percorsi diagnostici adeguati;
  • l’integrazione tra salute fisica e psicologica;
  • l’ascolto della persona;
  • il coinvolgimento delle associazioni delle pazienti.

La medicina di genere non deve restare un principio scritto nei documenti regionali. Deve diventare pratica quotidiana.


Difendere il Sant’Anna significa difendere una visione della salute

La difesa dell’ospedale Sant’Anna non riguarda soltanto l’organizzazione amministrativa di una struttura.

Riguarda il modello di sanità che vogliamo costruire.

Ho contrastato lo scorporo del Sant’Anna dalla Città della Salute perché separare ostetricia e ginecologia dalle altre specialità dell’adulto può compromettere la multidisciplinarità, frammentare i percorsi e indebolire la capacità di rispondere ai casi più complessi.

La salute delle donne non può essere confinata in un perimetro separato dal resto della medicina.

Una gravidanza complessa, un tumore ginecologico, una patologia cardiovascolare, una malattia autoimmune o una condizione genetica richiedono spesso il lavoro congiunto di molte specialità.

Difendere il Sant’Anna significa quindi difendere:

  • continuità assistenziale;
  • integrazione delle competenze;
  • sicurezza;
  • qualità clinica;
  • medicina di genere;
  • centralità della persona.

Ho ottenuto l’impegno a produrre una valutazione tecnica e a garantire il coinvolgimento dei professionisti, delle società scientifiche e delle associazioni nella definizione del nuovo assetto.

Il futuro del Sant’Anna non può essere deciso soltanto attraverso organigrammi e atti amministrativi. Deve essere valutato a partire dalla qualità delle cure.


L’autodeterminazione non può fermarsi all’ingresso di un ospedale

Difendere la salute delle donne significa anche difendere la loro libertà di scelta.

Ho denunciato l’apertura, all’interno dell’ospedale Sant’Anna, della cosiddetta “Stanza dell’ascolto”, affidata ad associazioni che dichiarano nei propri statuti una contrarietà esplicita all’interruzione volontaria di gravidanza.

La Regione ha destinato risorse pubbliche e spazi sanitari a realtà ideologicamente contrarie a una legge dello Stato e al principio di autodeterminazione sancito dalla legge 194.

Nella mia interrogazione ho evidenziato la contraddizione di concedere gratuitamente uno spazio dentro un ospedale pubblico ad associazioni che si oppongono alle scelte che quello stesso ospedale deve garantire. Ho sostenuto che quelle risorse dovrebbero essere destinate ai consultori, ai servizi pubblici, agli asili nido e agli strumenti capaci di sostenere realmente maternità e libertà femminile.

Un luogo di cura non può diventare un luogo di pressione, colpevolizzazione o giudizio.

Ogni donna deve poter ricevere informazioni complete, scientificamente corrette e libere da condizionamenti ideologici.

Applicare pienamente la legge 194 significa:

  • garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza;
  • rafforzare i consultori pubblici;
  • ridurre le disuguaglianze territoriali;
  • assicurare personale sufficiente;
  • sostenere la maternità con servizi concreti;
  • rispettare sempre la decisione della donna.

La maternità è libera soltanto quando è davvero possibile scegliere.


La violenza maschile non è un’emergenza: è un sistema

La violenza contro le donne viene spesso raccontata come una successione di episodi isolati, esplosioni improvvise o tragedie familiari.

Non è così.

La violenza nasce e cresce dentro una società ancora segnata da rapporti di potere diseguali, stereotipi, dipendenza economica, controllo, discriminazioni e una cultura che continua troppo spesso a considerare il corpo e la libertà delle donne come qualcosa di disponibile.

Per questo non basta intervenire dopo la violenza.

È necessario prevenirla.

La prevenzione richiede:

  • educazione alle relazioni e al consenso;
  • contrasto degli stereotipi di genere;
  • formazione nelle scuole;
  • autonomia economica;
  • servizi accessibili;
  • centri antiviolenza adeguatamente finanziati;
  • case rifugio;
  • personale sanitario e forze dell’ordine formati;
  • politiche contro le molestie sul lavoro;
  • contrasto alla violenza digitale;
  • percorsi rivolti agli uomini autori di violenza;
  • una comunicazione pubblica rispettosa e responsabile.

Sono stata prima firmataria di un ordine del giorno per chiedere alla Regione un approccio culturale, sociale e sistemico al contrasto della violenza maschile e di genere.

La violenza non si combatte soltanto aumentando le pene. Si combatte modificando le condizioni che la rendono possibile.


Educare alle relazioni significa prevenire la violenza

La scuola è uno dei luoghi fondamentali nei quali costruire libertà, rispetto e consapevolezza.

Per questo ho contrastato il disegno di legge nazionale che introduce il consenso preventivo delle famiglie per le attività educative sui temi dell’affettività, della sessualità e delle relazioni.

Subordinare questi percorsi a un’autorizzazione rischia di indebolire la scuola pubblica e di privare proprio le ragazze e i ragazzi più vulnerabili di strumenti essenziali.

Educare al consenso, al rispetto dei corpi, alla parità e al riconoscimento della violenza non significa sostituirsi alle famiglie. Significa svolgere una funzione educativa e di prevenzione indispensabile.

Ho sostenuto un ordine del giorno contrario a questo arretramento, sottolineando il ruolo dell’educazione affettiva e sessuale nel contrasto alla violenza di genere, alle discriminazioni e ai rischi per la salute.

La scuola non deve insegnare il silenzio.

Deve offrire parole e strumenti per riconoscere un abuso, chiedere aiuto, rispettare i confini e costruire relazioni libere.


La violenza attraversa anche il lavoro e lo spazio digitale

La disuguaglianza e la violenza non si manifestano soltanto nelle relazioni familiari.

Sono presenti nei luoghi di lavoro attraverso molestie, ricatti, discriminazioni, penalizzazioni legate alla maternità e precarietà economica.

Ho chiesto che la Regione affronti in modo trasversale il tema delle pari opportunità, anche attraverso il ruolo della consigliera di parità, il contrasto alle molestie sul lavoro e il ripristino di un bilancio di genere capace di misurare gli effetti reali delle politiche regionali su donne e uomini.

La violenza si è inoltre spostata con sempre maggiore forza nello spazio digitale:

  • minacce;
  • molestie;
  • diffusione non consensuale di immagini;
  • campagne d’odio;
  • controllo attraverso dispositivi e profili;
  • umiliazione pubblica;
  • sessismo organizzato.

Ho promosso e sostenuto iniziative per affrontare la violenza di genere online, coinvolgendo istituzioni, esperti e forze dell’ordine.

La rete non è un luogo separato dalla realtà. La violenza digitale produce conseguenze psicologiche, sociali e professionali concrete.

Anche qui servono educazione, prevenzione, protezione e strumenti efficaci di intervento.


Centri antiviolenza: servizi essenziali, non progetti temporanei

I centri antiviolenza e le case rifugio rappresentano una parte fondamentale della rete di protezione.

Non sono semplici sportelli. Sono luoghi nei quali le donne possono essere ascoltate senza giudizio, costruire un percorso di uscita dalla violenza, ricevere sostegno legale e psicologico e recuperare autonomia.

Per funzionare hanno bisogno di:

  • finanziamenti certi;
  • erogazioni puntuali;
  • personale qualificato;
  • continuità;
  • autonomia;
  • presenza capillare sul territorio;
  • capacità di accogliere bisogni differenti.

Ho denunciato i ritardi nelle liquidazioni regionali destinate ad alcuni centri, perché un servizio essenziale non può essere costretto a vivere nell’incertezza finanziaria.

Quando i fondi arrivano in ritardo, il problema non è soltanto contabile. Riguarda la possibilità concreta di garantire protezione a una donna che sta cercando di uscire da una situazione pericolosa.

Le istituzioni devono assumersi la responsabilità di sostenere stabilmente questa rete.


Il ruolo delle reti femminili

Come consigliera segretaria dell’Ufficio di Presidenza e delegata alla Consulta femminile e alla Consulta delle Elette, considero fondamentale costruire un rapporto stabile tra istituzioni, associazioni, centri antiviolenza, amministratrici e comunità locali.

La Consulta femminile è un organismo permanente del Consiglio regionale che promuove iniziative per rimuovere gli ostacoli alla piena parità delle donne nella società.

Al momento del suo insediamento ho sottolineato il valore delle associazioni che lavorano ogni giorno nei centri urbani, nelle periferie e nelle aree interne per contrastare stereotipi e discriminazioni.

La politica non deve utilizzare queste reti soltanto nelle ricorrenze del 25 novembre o dell’8 marzo.

Deve ascoltarle durante tutto l’anno e tradurre la loro esperienza in politiche, finanziamenti e servizi.


Non bastano le iniziative simboliche

Manifestazioni, mostre, campagne e iniziative pubbliche sono importanti perché rompono il silenzio e rendono visibile una questione.

Ho partecipato e contribuito a numerosi progetti dedicati al contrasto della violenza sulle donne, alla memoria, alla rinascita e alla prevenzione.

Ma il valore simbolico deve sempre essere accompagnato da scelte strutturali.

Non possiamo celebrare il 25 novembre e poi lasciare i centri antiviolenza senza certezze.

Non possiamo parlare di maternità e poi definanziare i consultori.

Non possiamo ricordare le vittime e poi impedire nelle scuole percorsi educativi sul consenso.

Non possiamo dichiarare di difendere la salute delle donne e poi costruire una sanità incapace di riconoscere le differenze di genere.

Il contrasto alla violenza e la tutela della salute devono attraversare ogni politica regionale.


Cosa abbiamo ottenuto

Abbiamo ottenuto che il rafforzamento dei percorsi BRCA entrasse nel Piano sociosanitario regionale.

Abbiamo posto al centro la necessità di centri qualificati, percorsi multidisciplinari, accesso appropriato ai test, sostegno psicologico e presa in carico delle persone e delle famiglie.

Abbiamo difeso la multidisciplinarità del Sant’Anna e chiesto valutazioni tecniche trasparenti sul suo futuro.

Abbiamo denunciato l’ingresso di associazioni anti-scelta negli spazi della sanità pubblica.

Abbiamo portato in Consiglio un approccio sistemico al contrasto della violenza maschile.

Abbiamo difeso l’educazione alle relazioni e al consenso.

Abbiamo posto l’attenzione sulle molestie sul lavoro, sulla violenza digitale e sulla continuità dei finanziamenti ai centri antiviolenza.

Abbiamo rafforzato il rapporto tra istituzioni e reti femminili del Piemonte.


Cosa resta da fare

Gli obiettivi della prossima fase sono:

  1. rendere pienamente operativi e uniformi i percorsi BRCA in tutto il Piemonte;
  2. garantire tempi certi per test, consulenza genetica e presa in carico;
  3. rafforzare il supporto psicologico alle persone portatrici di mutazioni e alle loro famiglie;
  4. applicare concretamente la medicina di genere in tutti i servizi sanitari;
  5. proteggere la multidisciplinarità e la qualità clinica del Sant’Anna;
  6. chiudere gli spazi affidati alle associazioni anti-scelta negli ospedali pubblici;
  7. rifinanziare e potenziare i consultori;
  8. garantire l’applicazione piena della legge 194;
  9. assicurare risorse certe e puntuali ai centri antiviolenza e alle case rifugio;
  10. costruire un piano regionale strutturale contro la violenza maschile;
  11. introdurre programmi diffusi di educazione alle relazioni, al consenso e alla parità;
  12. contrastare molestie sul lavoro e violenza digitale;
  13. rendere stabile il bilancio di genere regionale;
  14. garantire autonomia economica e abitativa alle donne che escono dalla violenza.

La mia idea di futuro

Voglio un Piemonte nel quale ogni donna possa accedere alle cure senza essere sottovalutata, conoscere il proprio rischio senza essere lasciata sola e prendere decisioni sul proprio corpo senza subire pressioni.

Un Piemonte nel quale la prevenzione non dipenda dal reddito o dal luogo in cui si vive.

Un Piemonte nel quale i centri antiviolenza non debbano attendere mesi per ricevere le risorse necessarie.

Un Piemonte nel quale la scuola insegni il rispetto, il consenso e la libertà.

Un Piemonte nel quale la maternità sia sostenuta con servizi, lavoro, consultori e asili nido, non utilizzata per limitare l’autodeterminazione.

Un Piemonte nel quale la salute delle donne non venga trattata come una nicchia e la violenza maschile non venga raccontata come una fatalità.

La libertà non è soltanto poter scegliere formalmente.

È avere informazioni, servizi, protezione e condizioni materiali che rendano quella scelta davvero possibile.

La barricata

Contro una società che giudica il corpo delle donne, sottovaluta la loro salute, limita la loro autodeterminazione e interviene soltanto quando la violenza ha già prodotto le sue conseguenze.

Il futuro

Una sanità fondata sulla prevenzione e sulla medicina di genere, consultori pubblici forti, piena applicazione della legge 194, centri antiviolenza stabili e una grande politica educativa e sociale contro il patriarcato.

Ci vogliamo vive. Ci vogliamo libere. Ci vogliamo pienamente padrone del nostro futuro.

#barricate #cerailfuturo

Le 10 battaglie identitarie: Rider e lavoro sulle piattaforme

in Battaglie identitarie

Chi consegna tutto non può essere lasciato senza tutele

Dietro la comodità di un pasto ordinato con un’app ci sono donne e uomini che attraversano le nostre città in bicicletta o in motorino, sotto la pioggia, nel traffico e durante le giornate di caldo estremo.

Sono lavoratrici e lavoratori essenziali per un’economia che cresce rapidamente, ma che continua troppo spesso a considerarli semplici utenti di una piattaforma: disponibili quando arriva una consegna, invisibili quando si tratta di garantire sicurezza, reddito e diritti.

La mia battaglia nasce da qui: dalla convinzione che l’innovazione tecnologica non possa diventare uno strumento per cancellare le responsabilità delle imprese e scaricare ogni rischio sulle persone.

Un algoritmo può distribuire gli ordini. Non può decidere il valore di un essere umano.


Un lavoro moderno con tutele troppo antiche

Il lavoro attraverso le piattaforme digitali viene raccontato con parole come libertà, flessibilità e autonomia. Nella realtà, molti rider dipendono dalle consegne per una parte fondamentale del proprio reddito e devono confrontarsi quotidianamente con sistemi di assegnazione degli ordini, punteggi, tempi e meccanismi sui quali hanno pochissimo potere.

La distanza tra la piattaforma e il lavoratore rende più difficile individuare le responsabilità. Se una persona si ferma perché le condizioni climatiche sono pericolose, perché ha avuto un incidente o perché il proprio mezzo è danneggiato, spesso non perde soltanto alcune ore di lavoro: perde immediatamente una parte del reddito necessario per vivere.

È una forma di precarietà particolarmente dura perché trasferisce quasi interamente il rischio d’impresa su chi lavora:

  • il rischio del maltempo;
  • il rischio di un incidente;
  • il costo del mezzo e della sua manutenzione;
  • il costo del telefono e della connessione;
  • la riduzione delle consegne;
  • l’assenza di un reddito quando lavorare diventa impossibile o pericoloso.

La tecnologia cambia. I diritti fondamentali, invece, devono continuare a valere.


Il caldo estremo ha reso evidente un’ingiustizia

La crisi climatica non è un problema astratto. È già una questione di salute e sicurezza sul lavoro.

Durante le ondate di calore, i rider continuano a muoversi sull’asfalto delle città nelle ore più pericolose, esposti alle alte temperature, alla disidratazione, alla fatica e al rischio di incidenti. Fermarsi, tuttavia, può significare non essere pagati.

Nel giugno 2026, nonostante l’ordinanza regionale contro il lavoro nelle ore di caldo estremo, sono emerse segnalazioni di consegne che continuavano a essere effettuate. NIdiL CGIL ha denunciato il mancato rispetto sostanziale delle limitazioni e la necessità di controlli e tutele economiche per chi non poteva lavorare.

Questo è il cuore del problema: non basta dire a una persona di non lavorare se poi non le viene garantito alcun reddito durante la sospensione.

Una misura pensata per proteggere la salute rischia altrimenti di trasformarsi in una scelta impossibile:

proteggersi oppure riuscire a pagare le spese quotidiane.

Per questo ho sostenuto fin dall’inizio che al divieto di lavorare nelle condizioni più pericolose dovesse corrispondere un meccanismo pubblico di sostegno economico.

La sicurezza non può essere un diritto soltanto per chi può permettersi di fermarsi.


Dall’ascolto alla mobilitazione

Questa battaglia non è nata dentro un ufficio del Consiglio regionale. È cresciuta attraverso il confronto con i rider, con NIdiL CGIL e con le organizzazioni impegnate a difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori delle piattaforme.

Ho partecipato ai presìdi e alle mobilitazioni, ascoltando direttamente le testimonianze di chi lavora ogni giorno nelle strade piemontesi.

Il 16 luglio 2026 i rider hanno scioperato contro il mancato rispetto delle misure di protezione dal caldo e per chiedere controlli efficaci e ammortizzatori sociali. La mobilitazione ha mostrato ancora una volta che la presunta autonomia offerta dalle piattaforme non corrisponde necessariamente a un reale potere di scelta sulle condizioni di lavoro.

Il mio compito è stato portare quelle rivendicazioni dentro le istituzioni, senza indebolirle e senza sostituirmi alle persone che le avevano costruite.

Perché la buona politica non si appropria delle lotte: le ascolta, le sostiene e utilizza il proprio potere per trasformarle in decisioni pubbliche.


La proposta di un Fondo regionale

Ho proposto l’istituzione di un Fondo regionale di sostegno al reddito delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati mediante piattaforme digitali.

L’obiettivo è semplice e concreto: garantire una forma di tutela economica quando il lavoro deve essere sospeso per ragioni indipendenti dalla volontà della persona, a partire dalle condizioni climatiche estreme e dalle situazioni che mettono a rischio salute e sicurezza.

Un rider non può essere costretto a scegliere tra un colpo di calore e una giornata senza reddito.

Il Fondo rappresenta anche un principio politico più ampio: la Regione non può considerare inevitabile l’esistenza di lavoratori privi delle protezioni minime garantite ad altre categorie. Di fronte alle nuove forme di lavoro, le istituzioni devono costruire strumenti nuovi, senza aspettare che siano le piattaforme a decidere spontaneamente di assumersi le proprie responsabilità.


Un primo risultato storico

Il 30 luglio 2026 ho presentato, come prima firmataria, un ordine del giorno collegato all’assestamento del bilancio regionale per istituire il Fondo. L’atto è stato sottoscritto anche da Alice Ravinale, Giulia Marro, Nadia Conticelli e Laura Pompeo. Il 31 luglio è stato approvato all’unanimità dal Consiglio regionale del Piemonte.

È un risultato politico importante e tutt’altro che scontato.

Dopo interrogazioni, incontri, manifestazioni e iniziative costruite insieme ai rider e alle organizzazioni sindacali, l’intero Consiglio regionale ha riconosciuto la necessità di intervenire.

La proposta non appartiene più soltanto ad Alleanza Verdi e Sinistra. È diventata un impegno assunto formalmente da tutte le forze politiche rappresentate nell’Assemblea regionale.

L’approvazione unanime non significa, però, che la battaglia sia conclusa.

L’ordine del giorno apre concretamente alla possibilità di istituire il Fondo nell’ambito del prossimo bilancio regionale, ma non ne ha ancora definito la dotazione economica e le modalità di accesso. Il passaggio decisivo sarà trasformare quell’impegno politico in risorse reali e in uno strumento effettivamente utilizzabile dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Per questo continuerò a monitorare ogni fase della sua applicazione.

Un ordine del giorno non deve diventare una dichiarazione da archiviare. Deve produrre una decisione di bilancio.


Prevenzione, sicurezza e rappresentanza

Il sostegno economico è fondamentale, ma non è sufficiente.

La mia proposta complessiva riguarda anche la costruzione di una rete territoriale capace di occuparsi stabilmente del lavoro attraverso le piattaforme digitali.

Ho lavorato per promuovere organismi bilaterali territoriali che coinvolgano le organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori e delle imprese, in relazione con gli SPRESAL e con gli altri soggetti pubblici competenti.

Questi organismi dovrebbero contribuire a realizzare:

  • formazione professionale;
  • informazione sui diritti;
  • prevenzione degli infortuni;
  • diffusione della cultura della salute e della sicurezza;
  • strumenti di welfare;
  • raccolta delle segnalazioni;
  • confronto stabile sulle condizioni di lavoro.

I rider non devono essere incontrati soltanto durante un’emergenza o dopo un incidente. Occorre costruire luoghi permanenti nei quali possano essere rappresentati, ascoltati e tutelati.


Non è una battaglia contro l’innovazione

Difendere i rider non significa opporsi alla tecnologia o alle piattaforme digitali.

Significa rifiutare l’idea che innovazione debba essere sinonimo di deregolamentazione, isolamento e riduzione dei diritti.

Una società realmente moderna non utilizza la tecnologia per sottrarsi alle responsabilità. La utilizza per migliorare la qualità della vita e del lavoro.

Le piattaforme hanno costruito modelli economici capaci di organizzare migliaia di consegne, calcolare percorsi, definire tempi e incrociare enormi quantità di dati. Non è credibile sostenere che non siano altrettanto capaci di garantire sicurezza, trasparenza e condizioni economiche dignitose.

Il futuro del lavoro non può essere un ritorno al passato, nel quale ogni persona è lasciata sola di fronte a chi possiede capitale, dati e potere contrattuale.


Cosa abbiamo ottenuto

Abbiamo ottenuto che la condizione dei rider entrasse stabilmente nel dibattito del Consiglio regionale.

Abbiamo collegato le misure contro il caldo estremo alla necessità di garantire un sostegno al reddito.

Abbiamo portato dentro le istituzioni le rivendicazioni costruite dai lavoratori e da NIdiL CGIL.

Abbiamo ottenuto l’approvazione unanime dell’ordine del giorno a mia prima firma per aprire la strada all’istituzione di un Fondo regionale.

Abbiamo affermato un principio: chi lavora attraverso una piattaforma digitale non può essere considerato meno meritevole di sicurezza e protezione.


Cosa resta da fare

Ora dobbiamo ottenere che l’impegno assunto dal Consiglio diventi realtà.

Gli obiettivi della prossima fase sono:

  1. istituire formalmente il Fondo nel bilancio regionale;
  2. assegnargli risorse adeguate;
  3. definire criteri di accesso semplici e inclusivi;
  4. garantire che sia utilizzabile nei periodi di sospensione per caldo estremo e in altre condizioni di impossibilità o pericolo;
  5. rafforzare i controlli sul rispetto delle disposizioni di sicurezza;
  6. costruire una rete territoriale permanente di prevenzione, formazione e rappresentanza;
  7. coinvolgere direttamente i rider e le organizzazioni sindacali nella definizione degli strumenti;
  8. contrastare ogni forma di discriminazione algoritmica o penalizzazione nei confronti di chi tutela la propria salute.

Su questi punti continuerò a incalzare la Giunta e a lavorare con le organizzazioni sindacali, con le altre forze politiche disponibili e soprattutto con le lavoratrici e i lavoratori direttamente coinvolti.


La mia idea di futuro

La battaglia dei rider parla di tutta la società.

Parla di un’economia nella quale sempre più persone lavorano attraverso applicazioni, algoritmi e rapporti contrattuali frammentati. Parla del rischio che la tecnologia renda il lavoro più veloce per chi consuma e più insicuro per chi lo svolge. Parla di chi sostiene quotidianamente i costi della nostra comodità senza ricevere una protezione adeguata.

La risposta non può essere la rassegnazione.

Voglio un Piemonte capace di governare le trasformazioni del lavoro, anticiparne i rischi e costruire nuove tutele. Una Regione che non insegua i cambiamenti quando hanno già prodotto nuove disuguaglianze, ma che sappia intervenire prima.

La modernità non si misura dalla velocità con cui arriva una consegna.

Si misura dai diritti riconosciuti alla persona che la porta.

La barricata

Nessuna lavoratrice e nessun lavoratore deve rischiare la salute o perdere tutto il proprio reddito per consegnare un pasto durante un’ondata di calore.

Il futuro

Un Fondo regionale realmente finanziato, maggiori controlli, prevenzione, rappresentanza e tutele capaci di accompagnare tutte le nuove forme di lavoro.

Chi consegna tutto non può essere lasciato senza nulla.

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