Le 10 battaglie identitarie: son autosufficienza e caregiver
La cura non può dipendere dai tempi della burocrazia
La non autosufficienza riguarda migliaia di persone anziane, persone con disabilità, famiglie e caregiver che ogni giorno tengono insieme assistenza, lavoro, salute e vita quotidiana.
Dietro ogni ritardo amministrativo ci sono ore di assistenza domiciliare che rischiano di essere ridotte, progetti di vita indipendente che possono interrompersi, operatori che attendono risorse e famiglie costrette a colmare con il proprio tempo, il proprio reddito e le proprie energie ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire.
Per questo considero la non autosufficienza una delle principali questioni sociali del Piemonte.
Non è un tema riservato agli addetti ai lavori. Riguarda il diritto di ogni persona a vivere con dignità e il dovere delle istituzioni di non lasciare sole le famiglie.
Un sistema troppo fragile
Gli interventi per la non autosufficienza dipendono da una filiera complessa di programmazione e finanziamento.
Le risorse nazionali vengono assegnate attraverso il Fondo per le non autosufficienze e gli altri fondi sociali. La Regione deve poi approvare i propri atti di programmazione, ripartire le somme e trasferirle agli enti gestori dei servizi socioassistenziali, che organizzano concretamente gli interventi nei territori.
Quando uno solo di questi passaggi rallenta, l’intero sistema entra in difficoltà.
I consorzi socioassistenziali continuano però a dover garantire:
- assistenza domiciliare;
- sostegni alla vita indipendente;
- interventi per persone con disabilità gravissima;
- servizi semiresidenziali e residenziali;
- contributi economici;
- supporto alle famiglie;
- continuità dei progetti individualizzati.
Non possono sospendere i bisogni in attesa di un decreto.
Il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse. Riguarda la loro certezza, tempestività e continuità.
Ho portato i ritardi dentro il Consiglio regionale
Ho più volte interrogato la Giunta sui ritardi nella programmazione e nel trasferimento dei fondi destinati alle politiche sociali e alla non autosufficienza.
Ho chiesto di sapere come la Regione intendesse garantire la continuità dei servizi durante l’attesa del Piano nazionale per la non autosufficienza e dei relativi riparti.
La risposta non può essere scaricare tutta la responsabilità sugli enti gestori.
I consorzi sono spesso costretti ad anticipare risorse proprie, utilizzare disponibilità destinate ad altri interventi o rallentare la programmazione. I Comuni, a loro volta, devono sostenere un sistema già sottoposto a una pressione crescente.
Nel frattempo, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità e la riduzione delle reti familiari rendono il bisogno di assistenza sempre più esteso.
La Regione deve quindi assumere un ruolo di garanzia, non limitarsi a trasferire risorse quando il percorso amministrativo nazionale si è finalmente concluso.
Un Fondo regionale per anticipare le risorse
La proposta che ho avanzato è quella di istituire un meccanismo regionale stabile di anticipazione finanziaria.
Quando i fondi nazionali sono stati assegnati ma non sono ancora materialmente disponibili, la Regione dovrebbe anticipare agli enti gestori le somme necessarie a garantire la continuità dei servizi.
Non si tratterebbe di sostituire in modo permanente il finanziamento nazionale, ma di creare una forma di protezione contro i ritardi.
Un fondo di anticipazione consentirebbe di:
- evitare interruzioni nell’assistenza;
- garantire maggiore certezza agli enti gestori;
- proteggere i progetti già avviati;
- programmare i servizi con maggiore stabilità;
- impedire che i costi finanziari ricadano sui Comuni;
- ridurre l’incertezza vissuta dalle famiglie.
È una proposta tecnicamente sostenibile e politicamente necessaria.
La Regione dispone infatti degli strumenti contabili per programmare anticipazioni e successivi reintegri, una volta perfezionati i trasferimenti nazionali.
Ciò che manca è la scelta di considerare la continuità dell’assistenza una priorità assoluta.
Dalla prestazione al progetto di vita
La non autosufficienza non può essere affrontata distribuendo singole prestazioni scollegate.
Ogni persona ha bisogni differenti, che possono riguardare contemporaneamente:
- assistenza personale;
- salute;
- abitazione;
- mobilità;
- lavoro;
- relazioni;
- partecipazione sociale;
- sostegno psicologico;
- sollievo per la famiglia.
Per questo servono valutazioni multidimensionali e progetti individualizzati costruiti insieme alla persona, alla famiglia, ai servizi sociali e alla sanità territoriale.
Il principio deve essere quello del progetto di vita: non adattare la persona ai servizi disponibili, ma organizzare i servizi intorno alla sua vita, ai suoi desideri e al livello di autonomia possibile.
Questo richiede una reale integrazione tra sanità e sociale.
Troppo spesso, invece, le persone vengono costrette a muoversi tra enti, commissioni, modulistica e competenze frammentate. Le famiglie diventano coordinatrici involontarie di un sistema che dovrebbe prendersi cura di loro.
Il lavoro invisibile dei caregiver
La maggior parte della cura continua a essere sostenuta dalle famiglie e, all’interno delle famiglie, soprattutto dalle donne.
I caregiver garantiscono assistenza per anni, spesso senza formazione, senza riposo sufficiente e senza un riconoscimento economico o previdenziale adeguato.
Molte persone riducono l’orario di lavoro, rinunciano a opportunità professionali o abbandonano completamente l’occupazione. Altre affrontano isolamento, esaurimento fisico e psicologico e una progressiva riduzione della propria autonomia.
Non possiamo continuare a considerare questo lavoro una risorsa gratuita e inesauribile.
Servono:
- servizi domiciliari più forti;
- interventi di sollievo;
- assistenza psicologica;
- formazione;
- sostegno economico;
- conciliazione con il lavoro;
- riconoscimento delle competenze maturate;
- percorsi semplici per accedere alle misure.
Sostenere i caregiver non significa affidare definitivamente a loro l’assistenza. Significa permettere alle famiglie di scegliere e di non essere lasciate sole.
Domiciliarità non significa abbandono a casa
Tutte le persone devono poter rimanere nella propria abitazione e nella propria comunità quando questa è la soluzione desiderata e appropriata.
Ma la domiciliarità non può diventare un modo per trasferire integralmente il peso della cura sulle famiglie.
Per essere reale deve essere accompagnata da:
- assistenza professionale adeguata;
- continuità sanitaria;
- ausili;
- adattamento dell’abitazione;
- servizi di prossimità;
- sostegno economico;
- teleassistenza quando utile;
- interventi tempestivi nelle emergenze;
- possibilità di sollievo per chi assiste.
La casa può essere il luogo della vita, non deve diventare il luogo dell’isolamento.
Integrare sociale e sanità territoriale
Molte persone non autosufficienti convivono con patologie croniche, disabilità, fragilità sociali e bisogni assistenziali complessi.
Per questo è indispensabile collegare i servizi sociali con:
- medici di medicina generale;
- infermieri di famiglia e di comunità;
- servizi domiciliari sanitari;
- Case della comunità;
- strutture residenziali e semiresidenziali;
- centri per la salute mentale;
- servizi per le dipendenze;
- ospedali.
La presa in carico non può terminare al confine tra una competenza amministrativa e l’altra.
La Regione deve garantire una regia unitaria, standard omogenei e strumenti condivisi di valutazione e programmazione.
Cosa ho chiesto alla Regione
Il mio lavoro si è concentrato su alcuni obiettivi precisi:
- garantire la continuità dei servizi durante i ritardi dei trasferimenti;
- istituire un fondo regionale di anticipazione;
- ripartire tempestivamente le risorse agli enti gestori;
- monitorare l’effettiva erogazione degli interventi;
- rafforzare l’integrazione sociosanitaria;
- sostenere la domiciliarità senza scaricarla sulle famiglie;
- valorizzare i progetti di vita indipendente;
- riconoscere il ruolo dei caregiver;
- ridurre le differenze territoriali;
- rendere più semplici e trasparenti le procedure di accesso.
La Regione deve conoscere non soltanto quanto stanzia, ma anche quanto tempo trascorre prima che una persona riceva concretamente il servizio.
La qualità di una politica sociale si misura nell’ultimo passaggio: quello che arriva nella vita delle persone.
La barricata
Contro un welfare che considera i servizi sociali una spesa rinviabile e costringe famiglie, caregiver, Comuni ed enti gestori a sostenere da soli i ritardi del sistema.
Il futuro
Finanziamenti certi, un Fondo regionale di anticipazione, servizi domiciliari forti, integrazione sociosanitaria e progetti costruiti intorno alla persona.
La dignità non può aspettare. La cura è una responsabilità pubblica.
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