Mirafiori riparte e si ferma: perché la sola 500 ibrida non basta a salvare lo stabilimento
Il 25 novembre 2025 la partenza della produzione della Fiat 500 ibrida a Mirafiori venne presentata come l’inizio di una nuova stagione.
Stellantis annunciò oltre seimila vetture entro la fine dell’anno, un secondo turno da marzo 2026 e circa quattrocento nuove assunzioni. A pieno regime, la nuova produzione avrebbe dovuto aggiungere circa centomila automobili all’anno ai volumi dello stabilimento torinese.
Dopo anni di cassa integrazione, linee ferme e produzioni ridotte ai minimi termini, quell’annuncio aveva comprensibilmente alimentato speranze.
Non soltanto tra i dipendenti diretti di Stellantis, ma nelle centinaia di aziende piemontesi che dipendono dalle commesse dell’automotive.
Nei mesi successivi, però, la ripartenza ha mostrato tutta la propria fragilità.
A giugno 2026 la produzione giornaliera della 500 ibrida è stata ridotta. Poi sono arrivate nuove sospensioni, ufficialmente dovute alla carenza di componenti, motori, sensori e paraurti. La fabbrica si è fermata prima del ponte di San Giovanni e il periodo di chiusura estiva è stato successivamente allungato.
Ogni singolo stop può avere una spiegazione contingente.
Ma quando le fermate si ripetono, il problema diventa industriale.
Una fabbrica può dipendere per alcuni giorni dalla mancanza di un componente. Non può però costruire il proprio futuro su una sola linea, un solo modello e una catena di fornitura continuamente esposta a interruzioni.
La questione non è stabilire se la 500 ibrida sia un prodotto valido.
La questione è capire se sia sufficiente a sostenere uno stabilimento delle dimensioni e della storia di Mirafiori.
I sindacati hanno espresso più volte il timore che, dietro le difficoltà di approvvigionamento, vi fosse anche una domanda inferiore alle aspettative. A luglio la produzione veniva stimata intorno alle quattromila vetture mensili, un volume sostanzialmente compatibile con un solo turno di lavoro.
Questi numeri incidono direttamente sull’occupazione.
Nel 2025 erano ancora coinvolti nei contratti di solidarietà 2.297 lavoratori delle Carrozzerie, delle Presse e di altri reparti collegati al polo torinese. Nel 2026, alla preoccupazione dei dipendenti storici si è aggiunta quella delle persone assunte con contratti temporanei per accompagnare la nuova produzione.
La proroga fino alla fine di dicembre dei contratti in scadenza a luglio è stata una buona notizia, ottenuta anche grazie alla pressione sindacale.
Ma una proroga non è ancora una prospettiva stabile.
Rinvia il problema di alcuni mesi e conferma che il destino di molte persone continua a dipendere dall’andamento incerto di una sola produzione.
È per questo che ho portato ripetutamente il caso Mirafiori in Consiglio regionale.
Quando una fabbrica si ferma, non si interrompe soltanto una linea.
Si riducono le ore lavorate, aumenta la cassa integrazione, si congelano le assunzioni e diminuiscono le commesse per l’indotto. Le conseguenze arrivano nelle aziende della componentistica, della logistica, dei servizi e della progettazione.
A essere colpite sono intere famiglie e interi territori.
La Regione non può limitarsi a registrare ogni volta la motivazione comunicata dall’azienda.
Deve verificare l’andamento reale dei volumi, la durata delle sospensioni, le prospettive dei contratti temporanei e gli effetti sulle imprese fornitrici.
Per questo ho chiesto un osservatorio permanente sull’automotive piemontese.
Uno strumento che avrei voluto operativo molto prima e che deve mettere intorno allo stesso tavolo istituzioni, sindacati, imprese e rappresentanti della filiera.
Non può essere un luogo nel quale ascoltare periodicamente nuovi annunci.
Deve produrre dati, cronoprogrammi, verifiche sugli investimenti e interventi immediati sulle crisi dell’indotto.
Mirafiori non può continuare a vivere tra una celebrazione e una fermata.
La ripartenza sarà reale quando la produzione avrà volumi sufficienti, i lavoratori temporanei potranno essere stabilizzati e le aziende piemontesi torneranno a ricevere commesse durature.
Fino a quel momento, parlare di rinascita significa raccontare soltanto una parte della realtà.

