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La fauna non appartiene ai cacciatori: il Piemonte deve scegliere la biodiversità

in Ambiente e territori

Ogni volta che in Consiglio regionale si parla di fauna selvatica, il dibattito sembra cominciare dalla stessa domanda: quanti animali possiamo abbattere?

Accade con i cinghiali, con i cervi, con i caprioli, con gli uccelli migratori e persino con specie fragili come la pernice bianca.

Si discute di piani di prelievo, deroghe, calendari, strumenti, accesso ai comprensori e numero delle giornate di caccia.

Molto più raramente si comincia dagli habitat, dalla prevenzione, dai corridoi ecologici e dalle cause che modificano il rapporto tra fauna e attività umane.

Questo squilibrio non è casuale.

Per troppo tempo la gestione degli animali selvatici è stata costruita intorno al mondo venatorio. I cacciatori vengono considerati interlocutori necessari e, sempre più spesso, soggetti ai quali affidare anche interventi di controllo.

Le associazioni ambientaliste, animaliste, scientifiche e le persone che frequentano la natura senza armi faticano invece a trovare lo stesso spazio.

Eppure la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato.

Non appartiene a chi possiede una licenza di caccia e non può essere amministrata come una riserva di animali dalla quale prelevare ogni anno una quantità considerata accettabile.

La gestione dovrebbe perseguire prima di tutto la conservazione degli ecosistemi e la convivenza con le attività umane.

Questo vale anche quando esistono problemi reali.

I danni causati dalla fauna alle coltivazioni non possono essere negati. Gli incidenti stradali che coinvolgono animali selvatici richiedono interventi. La peste suina africana ha prodotto un’emergenza sanitaria ed economica molto grave per gli allevamenti.

Ma riconoscere questi problemi non significa accettare che l’abbattimento diventi la risposta automatica.

Nel piano regionale legato alla peste suina africana, il Piemonte ha previsto un forte ricorso al depopolamento, alla caccia di selezione, agli incentivi al prelievo e all’uso di dispositivi notturni.

Dopo anni di misure emergenziali, è legittimo chiedersi se una strategia così concentrata sugli abbattimenti abbia prodotto tutti i risultati promessi.

Una politica seria dovrebbe pubblicare dati chiari: animali abbattuti, evoluzione della popolazione, diffusione della malattia, costi sostenuti, incidenti evitati e impatto sulle coltivazioni.

Senza questa valutazione, il numero degli abbattimenti rischia di diventare esso stesso l’obiettivo, anziché uno degli eventuali strumenti.

La prevenzione viene ancora trattata come un elemento secondario.

Servirebbero recinzioni adeguate per le colture più esposte, sistemi di dissuasione, manutenzione delle aree di margine, gestione corretta dei rifiuti, attraversamenti faunistici e segnaletica dinamica sulle strade.

Servirebbe soprattutto una pianificazione territoriale che non continui a frammentare gli habitat, costringendo gli animali ad attraversare strade, aree urbane e zone produttive.

Quando costruiamo all’interno dei corridoi ecologici e poi incontriamo gli animali sulle carreggiate, non siamo davanti a un’improvvisa invasione della fauna.

Siamo davanti agli effetti delle nostre scelte.

Anche l’agricoltura deve essere sostenuta in modo diverso.

Gli agricoltori che subiscono danni hanno diritto a indennizzi rapidi, non a procedure interminabili e risarcimenti insufficienti. Devono inoltre poter accedere facilmente agli strumenti di prevenzione.

Contrapporre agricoltori e animali significa evitare di affrontare la responsabilità pubblica.

È compito della Regione finanziare la convivenza, non lasciare che il conflitto venga risolto attraverso i fucili.

Un cambio di paradigma richiede anche una diversa governance.

Le decisioni sulla fauna dovrebbero coinvolgere strutturalmente università, enti parco, ISPRA, associazioni di protezione ambientale e animale, rappresentanti agricoli e comunità locali.

I dati dei censimenti dovrebbero essere pubblici e confrontabili.

I piani di controllo dovrebbero contenere obiettivi, durata, metodi alternativi valutati e indicatori attraverso i quali misurare i risultati.

La caccia dovrebbe smettere di coincidere con la gestione faunistica.

Sono due cose diverse.

Gestire significa conoscere popolazioni e habitat, prevenire squilibri, conservare specie vulnerabili e intervenire in modo proporzionato quando emerge un problema.

Cacciare è un’attività ricreativa che comporta l’uccisione di animali.

Può essere disciplinata dalla legge, ma non per questo deve orientare l’intera politica regionale sulla biodiversità.

La mia posizione non parte dalla ricerca di una formula rassicurante come “caccia sostenibile”.

Parte da un giudizio politico più netto: la Regione deve ridurre progressivamente lo spazio attribuito all’attività venatoria e aumentare quello destinato alla tutela, alla ricerca e alla convivenza.

Gli emendamenti sulla pernice bianca, sugli archi, sui visori e sulle domeniche di settembre rappresentano singoli passaggi di questa direzione.

Ma la battaglia è più ampia.

Riguarda il modo in cui consideriamo gli altri esseri viventi.

Possiamo continuare a valutarli soltanto in base all’utilità, al danno economico o alla possibilità di abbatterli.

Oppure possiamo riconoscere che condividiamo il territorio con specie indispensabili agli equilibri ecologici e dotate di un valore che non dipende dal nostro interesse immediato.

Il Piemonte possiede montagne, boschi, fiumi, zone umide e parchi di straordinaria importanza.

Difendere questo patrimonio significa accettare limiti alle attività umane.

Significa anche dire con chiarezza che la natura è di tutte e tutti.

E che chi entra in un bosco con un fucile non ha più diritti di chi vi entra per osservare, camminare o semplicemente lasciar vivere gli animali.

Dodici pernici bianche da abbattere: perché ho chiesto alla Regione di fermare la caccia

in Ambiente e territori

La pernice bianca è uno degli animali che raccontano meglio la fragilità delle nostre montagne.

È una specie adattata al freddo, alla neve e agli ambienti d’alta quota. Il suo piumaggio cambia con le stagioni: scuro durante l’estate, bianco in inverno, per confondersi con il paesaggio innevato.

Ma quel paesaggio sta cambiando.

Le temperature aumentano, la neve resta al suolo per periodi più brevi e gli habitat adatti si restringono verso quote sempre più elevate. Alla pressione climatica si aggiungono il turismo invernale, gli impianti, il disturbo antropico e la frammentazione degli ambienti alpini.

Gli studi sugli uccelli d’alta quota indicano la pernice bianca tra le specie particolarmente vulnerabili alla riduzione e alla trasformazione degli habitat montani.

Nonostante questo, il Piemonte continua a inserirla tra le specie cacciabili.

Il 21 luglio 2026 ho portato il tema in Consiglio regionale con un question time, chiedendo che la pernice bianca fosse esclusa dal calendario venatorio 2026-2027.

La richiesta nasceva anche da un dato preciso: durante la stagione precedente, nel Comprensorio alpino Torino 1, la Regione aveva approvato un piano di prelievo di dodici esemplari.

Dodici animali possono apparire pochi.

È esattamente la risposta che la Giunta ha utilizzato: il prelievo sarebbe stato estremamente limitato, prudente e fondato sui censimenti.

Ma quando parliamo di una specie fragile, presente in popolazioni ridotte e sottoposta a un rapido cambiamento del proprio habitat, la domanda non può essere soltanto quanti animali sia teoricamente possibile abbattere.

La domanda è: perché continuare a farlo?

La caccia alla pernice bianca non risponde a un’esigenza di sicurezza pubblica. Non serve a contenere danni rilevanti alle coltivazioni. Non riguarda una specie invasiva.

È un’attività ricreativa esercitata su un animale la cui conservazione dovrebbe rappresentare una priorità.

La Regione sostiene che i piani di prelievo vengano autorizzati sulla base delle consistenze rilevate e che la specie sia già protetta in alcune aree, comprese le Zone di protezione speciale. Nel calendario piemontese il prelievo è subordinato a piani numerici e a limiti individuali.

Ma un’autorizzazione formalmente prudente non è necessariamente una scelta politicamente sensata.

I censimenti delle specie alpine sono complessi. Si svolgono in ambienti difficili, su popolazioni distribuite in modo frammentato e soggette a oscillazioni. Fotografano una situazione in un determinato momento, mentre gli effetti climatici agiscono rapidamente e non sempre in modo lineare.

In queste condizioni dovrebbe prevalere il principio di precauzione.

Se esiste un dubbio sulla capacità di una popolazione di resistere alle pressioni ambientali, la prima misura ragionevole è eliminare almeno quelle non necessarie.

La caccia è una di queste.

C’è poi una contraddizione politica.

La Regione parla continuamente di valorizzazione della montagna, tutela degli ecosistemi e adattamento climatico. Ma contemporaneamente continua a considerare la fauna alpina soprattutto attraverso la lente del prelievo venatorio.

La biodiversità non è una riserva dalla quale stabilire annualmente quanti animali possano essere uccisi.

È una rete delicata di specie, habitat e relazioni ecologiche che dobbiamo conservare anche quando questo comporta limitare interessi consolidati.

La pernice bianca è inoltre un indicatore delle trasformazioni in corso.

Proteggerla significa proteggere gli ambienti d’alta quota, studiare l’evoluzione della neve, ridurre il disturbo nelle aree di riproduzione e programmare diversamente infrastrutture e attività turistiche.

Significa riconoscere che le Alpi del futuro non saranno uguali a quelle del passato.

Di fronte a questa trasformazione, la politica dovrebbe ridurre le pressioni, non difendere fino all’ultimo la possibilità di sparare a pochi esemplari.

Dopo la risposta dell’assessore ho deciso di trasformare la richiesta del question time in una proposta normativa: escludere stabilmente la pernice bianca dalle specie cacciabili in Piemonte.

Non una sospensione occasionale, da ridiscutere ogni anno.

Una scelta chiara di conservazione.

Perché una specie già costretta a salire sempre più in alto per sopravvivere non dovrebbe dover fuggire anche dai cacciatori.

Mirafiori non è in crisi per la transizione ecologica: è in crisi perché la transizione non è stata governata

in Ambiente e territori

Quando una fabbrica perde volumi e occupazione, è facile indicare un colpevole semplice.

Negli ultimi anni una parte della destra ha scelto di attribuire la crisi dell’automotive alle politiche europee per la riduzione delle emissioni e alla diffusione dell’auto elettrica.

È una lettura comoda, ma sbagliata.

Mirafiori non è in crisi perché la transizione ecologica è stata troppo veloce.

È in crisi perché la trasformazione dell’automobile è stata affrontata tardi, senza una politica industriale nazionale e lasciando le decisioni strategiche quasi interamente nelle mani delle imprese.

La domanda globale di veicoli sta cambiando.

Cina e Stati Uniti investono enormi risorse in batterie, software, semiconduttori e mobilità elettrica. Anche Stellantis continua a sviluppare e presentare modelli elettrificati in diversi mercati.

Pensare di difendere il lavoro piemontese rallentando questa trasformazione significa rischiare di consegnare definitivamente tecnologie e produzioni ad altri Paesi.

La questione non è scegliere tra il motore del passato e la disoccupazione.

La questione è produrre qui le automobili, le batterie e i componenti della nuova mobilità.

Nel luglio 2026, al tavolo nazionale dell’automotive, Piemonte e Veneto hanno chiesto una Zona economica speciale dedicata al settore. Il presidente Cirio ha rilanciato la proposta insieme alla richiesta di un nuovo modello per Mirafiori.

Ogni misura capace di sostenere investimenti e lavoro merita di essere valutata.

Ma la ZES non può diventare l’ennesimo annuncio dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia.

Una zona agevolata può ridurre tasse o semplificare procedure. Non decide automaticamente quale automobile produrre, non garantisce i volumi e non obbliga Stellantis a investire a Torino.

Soprattutto, non può sostituire il confronto politico con il Governo nazionale e con l’azienda.

Dopo il tavolo di luglio non è arrivata una decisione immediata sulla ZES né l’assegnazione di una nuova linea a Mirafiori.

La discussione è stata rinviata ad azioni e confronti futuri, mentre la fabbrica continuava a fermarsi e l’indotto perdeva tempo prezioso.

Il problema della politica piemontese è proprio questo: annuncia strumenti prima di averne ottenuto l’applicazione e celebra tavoli che non producono ancora risultati.

Mirafiori ha invece bisogno di scelte industriali verificabili.

Una nuova linea produttiva.

Investimenti nella piattaforma elettrica e nelle batterie.

Ricerca sul riciclo e sul riutilizzo dei materiali.

Formazione e riqualificazione professionale pagate anche dall’impresa.

Sostegno alle aziende dell’indotto perché possano riconvertire prodotti e processi.

Una politica pubblica per rendere accessibili i veicoli a basse emissioni e sviluppare il trasporto collettivo.

Transizione ecologica significa anche ridurre il numero complessivo di automobili private nelle città e rafforzare treni, autobus e mobilità condivisa.

Ma le automobili che continueranno a essere necessarie dovranno essere più leggere, efficienti e progressivamente prive di emissioni.

Il Piemonte può produrle.

Ha le competenze e le infrastrutture per farlo.

Quello che manca è una regia industriale capace di trasformare queste capacità in produzioni.

Per anni governi e imprese hanno rinviato gli investimenti, confidando che fosse possibile continuare a vendere gli stessi prodotti e proteggere i margini del presente.

Nel frattempo altri sistemi industriali costruivano filiere, tecnologie e mercati.

Il ritardo accumulato viene ora scaricato sui lavoratori, presentando la transizione come la causa della crisi anziché come il terreno sul quale la competizione industriale è già in corso.

Non accetto questa narrazione.

Non accetto che si chieda alle lavoratrici e ai lavoratori di scegliere tra il posto di lavoro e la tutela del clima.

Sono due diritti che devono essere difesi insieme.

La crisi climatica colpisce già salute, agricoltura, città e sistemi produttivi. Rinviare ancora la trasformazione significherebbe aggravare i danni ambientali e perdere ulteriore terreno industriale.

La vera difesa dell’occupazione consiste nell’investire adesso.

Stellantis deve assumersi la propria responsabilità sociale nei confronti del territorio nel quale è nata e cresciuta anche grazie a enormi risorse pubbliche.

Il Governo deve condizionare ogni incentivo a investimenti, produzione e occupazione in Italia.

La Regione deve utilizzare formazione, ricerca, fondi europei e politiche energetiche per accompagnare l’intera filiera, senza lasciare sole le piccole imprese.

E le decisioni devono essere controllabili.

Non bastano obiettivi fissati per il 2030 se nel frattempo chiudono aziende ogni mese.

Servono scadenze annuali, volumi minimi, numero degli occupati e investimenti distinti per stabilimento.

Mirafiori non ha bisogno di una guerra ideologica contro l’Europa.

Ha bisogno di una battaglia politica molto più concreta contro il disinvestimento.

Il futuro della fabbrica non sarà garantito tornando indietro.

Sarà garantito soltanto portando a Torino una parte decisiva della transizione industriale che sta già cambiando il mondo.

Trino e il data center da quattro miliardi: quando un grande investimento richiede domande ancora più grandi

in Ambiente e territori

Il 24 luglio 2026 la Regione Piemonte ha annunciato la realizzazione di un grande data center nell’area dell’ex centrale termoelettrica Galileo Ferraris di Trino.

Il progetto, denominato Cavour Hyperscale Campus, prevede un investimento di circa quattro miliardi di euro. Secondo quanto dichiarato, dovrebbe impiegare circa 1.200 persone durante la costruzione, con punte superiori a duemila, e creare a regime tra 300 e 350 posti altamente qualificati, oltre all’indotto stimato dai promotori.

Numeri enormi, immediatamente accompagnati da dichiarazioni entusiaste.

Ma proprio perché il progetto è enorme, la politica non può limitarsi a festeggiare.

Deve fare domande.

La prima riguarda l’energia.

Un hyperscale data center è un’infrastruttura progettata per ospitare capacità di elaborazione molto elevate. Per valutare il suo impatto non basta sapere che verranno utilizzate fonti rinnovabili o che l’area dispone di collegamenti alla rete.

Bisogna conoscere la potenza richiesta, la curva dei consumi, le opere necessarie e soprattutto l’origine effettiva dell’energia.

Sarà prodotta da nuovi impianti rinnovabili oppure verrà acquistata attraverso contratti che certificano come verde energia già presente nel sistema?

Sarà davvero aggiuntiva oppure entrerà in competizione con la domanda di famiglie e imprese?

Quali nuovi elettrodotti o stazioni saranno necessari?

Sono domande che riguardano tutta la collettività, perché la rete elettrica è un’infrastruttura condivisa.

La seconda riguarda l’acqua e il raffreddamento.

Le tecnologie possono essere molto differenti e non tutte producono gli stessi consumi. Per questo il progetto deve rendere pubblici i dati: acqua utilizzata, fonte di approvvigionamento, andamento stagionale, sistemi di riciclo e comportamento durante i periodi di siccità.

Non basta promettere genericamente efficienza.

Servono valori misurabili e obblighi autorizzativi.

La terza domanda riguarda l’occupazione.

Gli oltre mille lavoratori previsti nella fase di costruzione rappresentano un dato importante, ma temporaneo. I posti dichiarati a regime sono molti meno e richiederanno competenze altamente specializzate.

Quali saranno i profili professionali? Quante persone verranno formate sul territorio? Quali contratti saranno applicati? Quanto dell’indotto stimato sarà realmente piemontese?

Se il progetto deve diventare una politica di sviluppo, questi elementi devono essere trasformati in impegni pubblici e verificabili.

C’è poi la questione delle infrastrutture e degli impatti ambientali.

Quanti generatori di emergenza saranno installati? Con quale combustibile? Quanto spesso saranno sottoposti a prova? Quale rumore produrranno? Come verrà recuperato il calore generato dai server?

Il recupero termico viene spesso citato nella presentazione dei data center, ma tra la possibilità teorica e l’utilizzo reale esiste una grande differenza.

Per recuperare il calore servono reti, utenze vicine, investimenti e accordi precisi. Se queste condizioni non vengono definite prima, il calore rischia semplicemente di essere disperso.

Il progetto di Trino arriva inoltre mentre la Regione ha appena aperto la consultazione pubblica sul disegno di legge dedicato all’insediamento dei data center, avviata il 15 luglio e conclusa il 31 luglio 2026.

La bozza regionale riconosce finalmente molti dei problemi che abbiamo sollevato: consumo di suolo, fabbisogno energetico e idrico, qualità dell’aria, rumore, paesaggio e recupero del calore.

È un riconoscimento importante.

Ma apre anche una contraddizione evidente: il più grande progetto annunciato in Piemonte arriva mentre le regole che dovrebbero disciplinarlo sono ancora in costruzione.

Quale disciplina verrà applicata? Le future norme varranno anche per i procedimenti già avviati? Esisteranno soglie e obblighi sufficientemente vincolanti?

L’annuncio regionale prevede l’avvio della conferenza dei servizi entro la fine del 2026, l’autorizzazione unica nel 2027 e l’entrata in esercizio del primo lotto nel 2028.

Abbiamo quindi il tempo per fare le cose bene.

Non serve scegliere tra accettare il progetto senza condizioni e respingerlo a priori.

Serve stabilire che l’interesse privato, per quanto economicamente rilevante, debba dimostrare la propria compatibilità con l’interesse collettivo.

A Trino, inoltre, parliamo di un’ex area energetica con una storia industriale particolare e collocata in un territorio agricolo e ambientale delicato. Ogni valutazione dovrà quindi comprendere le condizioni del sito, le bonifiche, le connessioni infrastrutturali e gli effetti cumulativi con gli altri insediamenti richiesti in Piemonte.

È questa la posizione che ho assunto fin dall’inizio.

Valutazioni indipendenti, trasparenza, coinvolgimento delle comunità, protezione della salute e dell’ambiente.

Non perché ogni innovazione debba essere temuta, ma perché nessuna innovazione deve essere sottratta alla democrazia.

La grandezza di un investimento non riduce la necessità dei controlli.

La aumenta.

E un progetto da quattro miliardi non ha bisogno di meno domande.

Ha bisogno di risposte molto più solide.

Ottanta richieste e sedici impianti: perché ho portato l’espansione dei data center in Consiglio regionale

in Ambiente e territori

Quando ho presentato il mio question time sui data center, il problema non era più prevedere se il fenomeno sarebbe arrivato in Piemonte.

Era già arrivato.

Secondo i dati pubblicati nel luglio 2026, nella nostra regione erano operativi sedici centri di elaborazione dati e risultavano presentate oltre ottanta richieste per nuovi insediamenti, anche da parte di grandi operatori internazionali del digitale.

Numeri che cambiano completamente la prospettiva.

Non stavamo discutendo di qualche progetto isolato. Stavamo assistendo alla nascita di un nuovo settore infrastrutturale, con conseguenze potenzialmente enormi sulla domanda elettrica, sulla pianificazione territoriale e sulla disponibilità delle risorse.

Nel frattempo, però, le decisioni continuavano ad arrivare una alla volta sui tavoli dei Comuni.

A Moncalieri si discuteva dell’ex Ilte. A Grugliasco dell’ex Pininfarina. A Settimo Torinese era emersa l’ipotesi di utilizzare l’area ex Lucchini, successivamente rallentata anche a causa dei problemi di bonifica.

Ogni amministrazione locale si trovava a valutare progetti tecnicamente complessi e caratterizzati da investimenti molto consistenti.

Ma energia, acqua e qualità dell’aria non si fermano ai confini amministrativi.

La potenza richiesta da un impianto può rendere necessarie opere sulla rete elettrica che attraversano più territori. Il fabbisogno idrico si inserisce in un sistema regionale già sottoposto agli effetti della siccità. Le emissioni dei gruppi elettrogeni devono essere valutate insieme a quelle già presenti nelle aree urbane e industriali.

Per questo, il 14 luglio 2026, ho chiesto alla Giunta regionale quali criteri e quali azioni intendesse adottare con urgenza, anche in attesa dell’approvazione della legge annunciata.

La domanda era volutamente molto concreta: che cosa succede ai progetti presentati oggi, mentre le nuove regole ancora non esistono?

La mia preoccupazione era evitare che i sindaci e le comunità locali fossero lasciati soli ad assumere decisioni destinate a produrre effetti su tutta la regione.

Nel question time ho richiamato proprio i casi di Grugliasco e Settimo, che si aggiungevano ad altre proposte già note. Ho chiesto tutela dell’ambiente e della salute pubblica, criteri uniformi e una valutazione capace di superare la frammentazione dei singoli procedimenti.

La Giunta ha risposto confermando il lavoro sulla futura legge regionale.

Ma nel frattempo non ha indicato una vera misura transitoria capace di governare i progetti già in corso.

È questo il punto sul quale continuo a insistere.

Non possiamo accorgerci della dimensione del fenomeno soltanto dopo aver autorizzato una lunga serie di insediamenti.

La programmazione serve prima.

Serve stabilire una capacità massima sostenibile, conoscere le richieste di connessione alla rete, individuare le aree compatibili e valutare gli impatti cumulativi.

La parola “cumulativi” è decisiva.

Un data center, considerato singolarmente, può apparire compatibile con le risorse disponibili. Ma che cosa accade quando nello stesso quadrante se ne insediano tre, cinque o dieci?

Quanta energia assorbiranno complessivamente? Quali infrastrutture saranno necessarie? Quale pressione produrranno sulle risorse idriche? Quanti gruppi elettrogeni verranno installati?

Senza questa valutazione, ogni procedimento può risultare formalmente corretto mentre il risultato complessivo diventa insostenibile.

C’è poi un tema democratico.

I territori non possono conoscere i dettagli soltanto quando il progetto arriva in variante urbanistica o in conferenza dei servizi.

Devono esistere un registro pubblico regionale, dati accessibili e una mappa degli insediamenti operativi, autorizzati e proposti.

Un cittadino deve poter sapere quanta potenza è stata richiesta nella propria zona, quali opere di rete sono previste e quali impegni ambientali sono stati assunti.

Anche le ricadute occupazionali devono essere verificate.

Gli annunci tendono a sommare lavoratori di cantiere, occupazione indiretta e posti stabili, producendo numeri molto elevati. Ma alle comunità interessa sapere quanti rapporti di lavoro resteranno davvero quando la costruzione sarà terminata, con quali qualifiche e con quali contratti.

Chiedere questi dati non significa essere contrari allo sviluppo.

Significa pretendere che lo sviluppo venga misurato con parametri pubblici, non soltanto con l’importo dell’investimento.

La mia interrogazione ha avuto un primo effetto: ha portato formalmente il tema dentro l’Aula e ha costretto la Regione a confrontarsi con l’urgenza.

Ma la risposta ha confermato anche il problema.

La legge era ancora in preparazione, mentre la trasformazione procedeva già molto velocemente.

Pochi giorni dopo sarebbe arrivato l’annuncio di Trino, con una dimensione tale da rendere ancora più evidente che il Piemonte non poteva continuare a decidere un progetto alla volta.

Dall’ex Ilte all’ex Pininfarina: quando le fabbriche diventano data center senza un piano regionale

in Ambiente e territori

Il 26 marzo 2026 abbiamo scoperto che l’area dell’ex Ilte di Moncalieri non sarebbe più diventata il grande polo logistico ipotizzato negli anni precedenti.

Al suo posto è stato annunciato un campus tecnologico dedicato ai data center e all’intelligenza artificiale, su un’area industriale di quasi 400 mila metri quadrati accanto alla tangenziale.

Pochi mesi dopo, la stessa trasformazione è comparsa a Grugliasco. L’ex area Pininfarina, uno dei luoghi simbolici della storia automobilistica piemontese, è stata individuata per la realizzazione di un grande centro di elaborazione dati. Alla fine di giugno, il Consiglio comunale è stato chiamato a esprimersi su una variante in deroga alla pianificazione urbanistica vigente.

Due aree industriali, due città della cintura torinese, due operazioni presentate come occasioni di rigenerazione e sviluppo.

Ma anche una domanda che non possiamo più evitare: chi sta decidendo la nuova geografia industriale del Piemonte?

Non basta recuperare un’area dismessa per poter parlare automaticamente di rigenerazione.

Bisogna capire quale attività vi si insedierà, quali risorse consumerà, quali infrastrutture richiederà, quanti posti di lavoro stabili produrrà e quale rapporto costruirà con il territorio circostante.

Un data center non è un normale capannone.

È un’infrastruttura che può richiedere grandi quantità di energia, sistemi di raffreddamento, collegamenti alla rete elettrica, generatori di emergenza e opere che incidono molto oltre il perimetro dell’area sulla quale viene costruita.

Eppure, quando sono emersi i casi di Moncalieri e Grugliasco, il Piemonte non disponeva ancora di una disciplina regionale specifica.

Ogni Comune era chiamato a valutare il proprio progetto, attraverso procedimenti urbanistici locali, mentre mancava una visione complessiva su quanti insediamenti il territorio potesse sostenere e su quali aree fossero realmente adatte.

A Grugliasco il confronto è stato particolarmente rapido e divisivo. Il progetto sull’ex Pininfarina è arrivato nelle commissioni e nel Consiglio comunale insieme a promesse di investimenti miliardari e nuova occupazione, ma anche a richieste di maggiore documentazione e approfondimento.

È esattamente in questi momenti che il linguaggio dell’urgenza rischia di comprimere il diritto di conoscere.

Quando viene annunciato un investimento molto grande, chi pone domande sull’acqua, sull’energia o sulla qualità dell’aria viene facilmente accusato di voler bloccare lo sviluppo.

È un meccanismo che conosco bene: prima si celebra il progetto, poi si chiede ai territori di fidarsi, infine si considera ogni approfondimento un ostacolo burocratico.

Io penso che debba funzionare al contrario.

Più un progetto è grande, più deve essere accuratamente valutato.

Più importanti sono le risorse coinvolte, più devono essere chiari i benefici pubblici.

Più una decisione può modificare il futuro di una città, più i cittadini devono avere tempo, dati e strumenti per comprenderla.

Anche il passaggio dall’automotive al digitale merita una riflessione politica.

Nel caso dell’ex Pininfarina, il proprietario dell’area ha spiegato di aver creduto nella ripresa di Mirafiori e di considerare ora l’intelligenza artificiale una nuova opportunità di sviluppo.

Ma non possiamo accettare che sia soltanto il mercato immobiliare a decidere quale attività sostituirà le produzioni che il Piemonte sta perdendo.

Un territorio non è una successione di contenitori da riempire con l’investimento disponibile in quel momento.

Servono una politica industriale, una programmazione energetica e una strategia sul lavoro. Serve sapere se queste infrastrutture contribuiranno allo sviluppo delle competenze locali, alla ricerca e ai servizi pubblici oppure utilizzeranno semplicemente suolo, energia e reti per elaborare dati destinati altrove.

La trasformazione digitale è reale e può produrre innovazione. Ma proprio per questo deve essere governata.

A Moncalieri, sull’ex Ilte, abbiamo cominciato ponendo venti domande pubbliche: quanta potenza verrà richiesta, quale acqua sarà utilizzata, quali generatori saranno installati, che cosa succederà al calore prodotto, quanta occupazione rimarrà dopo il cantiere.

Non erano domande contro il progetto.

Erano le domande necessarie per capire se quel progetto fosse davvero nell’interesse del territorio.

Quando poi è emerso il caso di Grugliasco, è diventato evidente che non stavamo più parlando di un singolo insediamento.

Stava cominciando una trasformazione regionale.

Ed era arrivato il momento che la Regione assumesse la propria responsabilità.

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