Valentinacera.it
  • Home
  • Biografia
  • Fondo Avròcuradite
  • Raccontaci la tua storia
  • Giornale
    • Scuola e nuove generazioni
    • Salute e cura
    • Donne, libertà e diritti
    • Dalla Regione
    • Battaglie identitarie
    • Industria e transizione
    • Ambiente e territori
  • Contatti
  • Menu Menu
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Instagram

La sanità non comincia al pronto soccorso: come dovrebbe funzionare davvero una Casa della comunità

in Salute e cura

Per troppe persone il primo contatto con il servizio sanitario avviene quando il problema è già diventato urgente.

Si attende per una visita, non si trova un medico disponibile, manca un punto chiaro al quale rivolgersi e alla fine si arriva al pronto soccorso.

È un sistema costoso, inefficiente e profondamente ingiusto.

Chi possiede risorse economiche può acquistare una prestazione privata. Chi non le possiede aspetta, rinuncia o entra nel sistema attraverso l’emergenza.

Le Case della comunità dovrebbero cambiare precisamente questo meccanismo.

Non devono essere piccoli ospedali e neppure semplici poliambulatori nei quali concentrare prestazioni già esistenti.

Devono rappresentare il luogo di accesso e di presa in carico per i bisogni sanitari e sociosanitari di prossimità.

Le linee nazionali indicano una struttura nella quale trovare un Punto unico di accesso, assistenza primaria, continuità assistenziale, infermieri, specialistica ambulatoriale, diagnostica di base, punto prelievi, assistenza domiciliare, collegamento con il CUP e integrazione con i servizi sociali.

Ma il vero cambiamento non è la somma delle prestazioni.

È il modo in cui queste prestazioni vengono collegate.

Immaginiamo una persona anziana con diabete, problemi cardiaci e difficoltà a muoversi.

Oggi può essere costretta a prenotare visite in sedi diverse, raccontare ogni volta la propria storia, coordinare autonomamente medici, esami, farmaci e assistenza sociale.

Spesso è un familiare a tenere insieme tutto, diventando di fatto il responsabile non riconosciuto del percorso di cura.

Una Casa della comunità dovrebbe fare l’opposto.

Dovrebbe assegnare un’équipe, costruire un progetto, monitorare la situazione e attivare rapidamente l’assistenza domiciliare quando la persona non riesce a raggiungere la sede.

Il medico di medicina generale resta centrale, ma non deve essere lasciato solo.

Deve poter lavorare con infermieri di famiglia e comunità, specialisti, psicologi, assistenti sociali e professionisti della riabilitazione.

La cronicità non si gestisce attraverso singole visite scollegate.

Richiede continuità, prevenzione e capacità di cogliere un peggioramento prima che diventi un ricovero.

Anche il rapporto tra salute e condizione sociale deve diventare strutturale.

Una terapia può essere clinicamente corretta e fallire perché la persona vive in una casa inadatta, non può permettersi il trasporto, non comprende le indicazioni o non ha nessuno che la aiuti.

Per questo AGENAS considera essenziale il collegamento delle Case della comunità con i servizi sociali e il monitoraggio dell’integrazione sociosanitaria nei distretti.

L’assistente sociale non può essere una figura da chiamare soltanto dopo che il problema è esploso.

Deve far parte della rete di presa in carico.

La Casa della comunità deve inoltre essere aperta alla partecipazione del territorio.

Associazioni di pazienti, realtà di volontariato, sindacati dei pensionati, centri antiviolenza e amministrazioni comunali intercettano bisogni che spesso non arrivano immediatamente ai servizi sanitari.

Il loro coinvolgimento non sostituisce le responsabilità pubbliche.

Aiuta il sistema a conoscere meglio la comunità nella quale opera.

Un altro elemento decisivo è la domiciliarità.

Il PNRR parla della casa come primo luogo di cura. Ma questa espressione rischia di diventare ambigua se non vengono garantiti professionisti, tecnologie e sostegni.

Curare a casa non può significare affidare tutto ai familiari.

Deve significare portare realmente a domicilio infermieri, riabilitazione, telemonitoraggio, assistenza medica e supporto sociale.

Le Centrali operative territoriali dovrebbero coordinare i passaggi tra ospedale, domicilio e servizi territoriali, evitando che una persona dimessa venga lasciata con una lista di numeri da chiamare.

Anche gli Ospedali di comunità hanno una funzione importante.

Dovrebbero accogliere persone che non hanno più bisogno di un reparto ospedaliero ad alta intensità, ma non sono ancora nelle condizioni di tornare a casa senza assistenza.

Se funzionano, possono ridurre ricoveri prolungati e rientri precoci in pronto soccorso.

Tutto questo richiede una regia pubblica.

Non possiamo pensare che ogni Asl costruisca un modello completamente diverso, con servizi e orari determinati soltanto dal personale disponibile in quel momento.

La Regione deve definire livelli minimi uniformi, pubblicare indicatori e intervenire quando una struttura resta molto al di sotto degli standard.

Deve misurare non soltanto quante Case della comunità vengono aperte, ma quante persone vengono prese in carico, quanti accessi impropri al pronto soccorso vengono evitati, quanta assistenza domiciliare viene garantita e con quali tempi.

La medicina territoriale non è una versione più economica dell’ospedale.

È un’altra idea di sanità.

Una sanità che arriva prima, conosce le persone, previene le complicazioni e riconosce che la salute dipende anche dal luogo nel quale si vive, dal reddito, dalla casa e dalle relazioni.

La pandemia ci ha mostrato il prezzo pagato da un sistema troppo concentrato sugli ospedali e troppo debole nei territori.

Le risorse del PNRR ci offrono la possibilità di correggere quell’errore.

Ma gli edifici, da soli, non cambieranno nulla.

La vera riforma comincerà quando una persona non dovrà più aspettare di stare abbastanza male da entrare in pronto soccorso per essere finalmente presa in carico.

Novantasei strutture previste, una sola pienamente operativa: cosa ha mostrato il rapporto AGENAS

in Salute e cura

Nell’autunno 2025 un rapporto AGENAS ha reso evidente la distanza tra il racconto istituzionale sulle Case della comunità e la loro effettiva capacità di funzionare.

Su 96 strutture previste in Piemonte, 37 risultavano disponibili. Ma soltanto una aveva attivato tutti i servizi indicati dalla normativa nazionale. Trentuno delle 37 sedi erano inoltre ex Case della salute già esistenti e successivamente riconvertite. Sul fronte degli Ospedali di comunità, solo uno dei trenta previsti risultava operativo.

Ho portato quei dati in Consiglio regionale con un nuovo question time.

Non perché volessi negare i lavori svolti o sostenere che nulla fosse stato fatto.

Volevo porre una domanda più semplice e più seria: che cosa significa, esattamente, dichiarare attiva una Casa della comunità?

Il problema è che le definizioni amministrative possono produrre un’immagine molto diversa dalla realtà vissuta dalle persone.

Una struttura può essere registrata come attiva quando è disponibile almeno un servizio sanitario. Ma questo non significa che garantisca già presenza medica, assistenza infermieristica, diagnostica di base, assistenza domiciliare, specialistica, integrazione sociale e tutti gli altri elementi previsti dal modello completo.

La stessa risposta della Giunta ha chiarito che la piena conformità viene raggiunta progressivamente e richiede numerosi requisiti: Punto unico di accesso, assistenza domiciliare e infermieristica, ambulatori di medicina generale e specialistica, collegamento con il CUP, presenza medica, diagnostica di base, telemedicina, integrazione con i servizi sociali e piani di personale.

È una distinzione fondamentale.

Se comunichiamo soltanto il numero delle strutture aperte, il cittadino può immaginare che in ciascuna di esse sia già disponibile l’intera rete dei servizi.

Poi arriva sul posto e scopre che alcune funzioni sono presenti soltanto in determinati giorni, che il personale continua a lavorare anche in altre sedi o che una parte dell’offerta deve ancora essere attivata.

La fiducia nella sanità pubblica si costruisce anche attraverso informazioni corrette.

La Regione dovrebbe quindi pubblicare, per ogni Casa della comunità, una scheda semplice e aggiornata: indirizzo, orari, personale presente, servizi realmente attivi, servizi in corso di attivazione, tempi previsti e collegamenti con l’assistenza domiciliare e sociale.

Non basta una mappa di edifici.

Serve una mappa dei diritti concretamente accessibili.

Il rapporto AGENAS segnalava anche l’assenza di personale dedicato, la difficoltà nel costruire équipe multidisciplinari e un’attuazione non omogenea tra territori.

Questo significa che la stessa riforma rischia di produrre risultati molto diversi a seconda dell’Asl e del Comune di residenza.

In alcune aree le Case della comunità possono evolvere a partire da servizi territoriali già solidi. In altre devono essere costruite quasi da zero, in territori nei quali mancano medici, infermieri e collegamenti con i servizi sociali.

Non possiamo applicare lo stesso calendario senza tenere conto di queste differenze.

Serve un sostegno più forte ai territori che partono da condizioni peggiori.

Serve anche evitare un equivoco: riconvertire una Casa della salute non significa automaticamente aver creato una Casa della comunità conforme al nuovo modello.

Le strutture preesistenti rappresentano una base preziosa e consentono di non partire da zero. Ma la trasformazione deve riguardare l’organizzazione, non soltanto la denominazione.

Nel 2026 la Regione ha annunciato l’evoluzione di alcune Case della salute dell’ASL TO3 in Case della comunità spoke, prevedendo il rafforzamento di ambulatori, presa in carico della cronicità, servizi infermieristici, assistenza domiciliare, attività consultoriali e integrazione con i servizi sociali.

È esattamente questo il punto.

Il passaggio ha valore soltanto se quei servizi vengono davvero rafforzati, con personale sufficiente e orari capaci di rispondere ai bisogni.

Nel marzo 2026 la Giunta ha annunciato che 49 Case della comunità sarebbero state operative entro maggio, altre venti entro giugno e le restanti entro la fine dell’anno.

È un calendario molto ambizioso.

Proprio per questo deve essere accompagnato da una rendicontazione trasparente che distingua i lavori completati dalla piena attivazione dei servizi.

La scadenza del PNRR misura soprattutto il raggiungimento degli obiettivi infrastrutturali e organizzativi concordati.

Ma la politica regionale deve misurare qualcosa di più: se una persona con una malattia cronica viene seguita meglio, se un anziano evita un accesso improprio al pronto soccorso, se una famiglia trova un unico punto al quale rivolgersi.

È questa la differenza tra completare un progetto e cambiare davvero la sanità.

Le Case della comunità non devono diventare un’operazione statistica nella quale basta classificare una sede come attiva.

Devono essere luoghi nei quali la prossimità si vede, si misura e si incontra ogni giorno.

Il farmaco deve arrivare vicino a casa: la proposta per distribuire la cannabis terapeutica nelle farmacie territoriali

in Salute e cura

Un farmaco può essere formalmente autorizzato e restare, nella pratica, difficilissimo da ottenere.

È ciò che accade ancora a molti pazienti piemontesi in cura con cannabis terapeutica.

La Regione Piemonte dispone dal 2015 di una legge specifica sull’uso terapeutico della canapa. Fu una scelta avanzata, approvata per consentire l’utilizzo dei medicinali cannabinoidi, promuovere la ricerca e costruire un sistema regionale di approvvigionamento e monitoraggio.

A oltre dieci anni di distanza, però, quella legge mostra limiti evidenti nella sua applicazione.

Il principale riguarda la distribuzione.

L’erogazione a carico del Servizio sanitario regionale è rimasta concentrata prevalentemente nelle farmacie ospedaliere. Se una struttura non dispone della varietà o della preparazione prescritta, il paziente deve attendere, spostarsi o rivolgersi privatamente a una farmacia galenica.

Non tutte le farmacie preparano cannabis medica.

Servono competenze, laboratori, procedure di conservazione e registrazione, fornitori autorizzati e la disponibilità delle specifiche varietà indicate dal medico.

Anche per questo la distanza geografica può diventare rilevante.

Una persona con una patologia oncologica, neurologica o con dolore cronico può essere costretta a percorrere molti chilometri per ritirare periodicamente il medicinale.

Se si rivolge al privato, il costo può raggiungere centinaia di euro al mese. Le difficoltà piemontesi sono state denunciate dalle associazioni dei pazienti e documentate anche dopo il caso delle persone convocate dalle forze dell’ordine.

Per questo ho presentato una proposta di modifica della legge regionale 11 del 2015.

L’obiettivo è consentire che i medicinali cannabinoidi prescritti e rimborsabili possano essere erogati a carico del Servizio sanitario regionale anche attraverso le farmacie territoriali convenzionate e abilitate.

Non tutte indistintamente.

Le farmacie interessate dovranno rispettare i requisiti tecnici, professionali e di sicurezza previsti per la gestione delle sostanze e delle preparazioni magistrali.

Ma chi possiede quei requisiti deve poter entrare nella rete pubblica di distribuzione.

È un cambiamento semplice nella sua logica.

La farmacia ospedaliera mantiene il proprio ruolo di riferimento, mentre il territorio offre punti di ritiro più vicini e una maggiore capacità di risposta.

Un modello simile è già applicato in altre regioni. In Lombardia, per esempio, il medicinale può essere ritirato anche presso farmacie aperte al pubblico inserite nel sistema di erogazione.

Non c’è quindi bisogno di inventare da zero una procedura.

Bisogna adattare un’esperienza esistente alle caratteristiche del Piemonte.

La proposta ha ottenuto un’apertura anche da settori della maggioranza regionale. Nel giugno 2026 il capogruppo della Lega dichiarò pubblicamente la propria disponibilità a sostenere la modifica.

Considero questo elemento politicamente importante.

Il diritto a ricevere un farmaco non dovrebbe appartenere alla destra o alla sinistra.

Dovrebbe unire il Consiglio regionale nella ricerca della soluzione più efficace.

La modifica normativa deve essere accompagnata da altri interventi.

Serve una mappa aggiornata delle farmacie territoriali abilitate e disponibili ad allestire le preparazioni.

Serve una procedura chiara per l’approvvigionamento delle materie prime e per il rimborso.

Serve il monitoraggio dei consumi reali, comprese le terapie acquistate privatamente, affinché la programmazione regionale non sottovaluti il fabbisogno.

Serve formazione per medici e farmacisti.

Molti professionisti continuano a conoscere poco il funzionamento della cannabis medica, le indicazioni terapeutiche e le modalità prescrittive. Anche questa incertezza riduce l’accesso alle cure e aumenta le differenze tra territori.

La mia proposta non amplia automaticamente le condizioni cliniche per le quali il farmaco viene rimborsato.

Interviene su qualcosa di altrettanto concreto: fa in modo che chi ha già diritto alla terapia possa riceverla davvero.

È il passaggio dalla proclamazione all’esigibilità.

Una legge può riconoscere un diritto, ma quel diritto resta incompleto se la persona deve telefonare a decine di farmacie, attraversare la regione o pagare privatamente ciò che il servizio sanitario dovrebbe garantire.

Il territorio è il luogo naturale nel quale avvicinare le cure alle persone.

Lo diciamo quando parliamo di medici di famiglia, Case della comunità e assistenza domiciliare. Lo stesso principio deve valere per i farmaci cannabinoidi.

Il caso della paziente convocata in caserma ha fatto emergere pubblicamente il problema.

La risposta politica non può limitarsi alla solidarietà.

Deve rimuovere una delle cause che hanno costretto quella persona e molte altre a cercare il medicinale attraverso percorsi complicati e lontani dal servizio pubblico.

Un farmaco prescritto non deve essere inseguito.

Deve essere disponibile, controllato e accessibile il più vicino possibile alla casa di chi ne ha bisogno.

Due ore in caserma per un farmaco prescritto: la storia che ha fatto emergere il caso piemontese

in Salute e cura

La vicenda è cominciata con una convocazione.

Una donna piemontese di quarant’anni, affetta da una patologia rara e da una malattia oncologica, è stata invitata a presentarsi in una caserma dei carabinieri. Non perché fosse accusata di aver commesso un reato, ma per fornire informazioni sulla terapia con cannabis medica prescritta dal proprio medico.

Ho deciso di accompagnarla.

L’audizione è durata più di due ore. Le domande hanno riguardato il suo stato di salute, la prescrizione ricevuta, le visite effettuate, i pagamenti e il modo in cui era riuscita a ottenere il medicinale. La vicenda era collegata a un’indagine sulle modalità di spedizione della cannabis terapeutica da parte di una farmacia fuori regione.

Quella donna non aveva cercato una sostanza illegale.

Aveva cercato un farmaco.

Lo aveva fatto perché reperire con continuità la preparazione prescritta nella propria regione era diventato difficile. Come altri pazienti, si era rivolta a una farmacia galenica capace di preparare il medicinale e di garantirne la disponibilità.

Il punto più grave è proprio questo paradosso.

Una persona incontra ostacoli nel sistema sanitario pubblico, cerca una soluzione per non interrompere la terapia e finisce per essere convocata dalle forze dell’ordine a causa del percorso che è stata costretta a seguire.

Il problema, naturalmente, non è che la magistratura svolga le proprie indagini o che le forze dell’ordine raccolgano informazioni.

Il problema è il modo in cui una persona malata può vivere quella convocazione.

Ricevere una telefonata, presentarsi in una caserma e rispondere per ore a domande sulla propria patologia e sui propri medici può produrre paura, disagio e la sensazione di essere sospettati per il solo fatto di assumere cannabis.

Non avremmo la stessa reazione culturale davanti a un farmaco oppioide, a un ansiolitico o a un’altra terapia soggetta a prescrizione.

La parola cannabis, invece, continua ad attivare automaticamente diffidenza e stigma.

È come se la distinzione tra uso terapeutico e uso illecito scomparisse.

Eppure la cannabis medica è prescritta da un medico, preparata secondo regole precise e utilizzata per trattare condizioni cliniche nelle quali le terapie convenzionali possono non essere sufficienti. In Piemonte può essere erogata a carico del servizio sanitario per alcune indicazioni, tra cui forme di dolore cronico non responsive alle terapie tradizionali.

Non è una scorciatoia.

Non è un espediente per aggirare la legge.

È una terapia che può aiutare persone con dolore cronico, patologie neurologiche, spasticità, effetti collaterali delle cure oncologiche e altre condizioni complesse.

Dopo quel primo caso sono emerse altre segnalazioni.

Pazienti convocati per chiarire da chi avessero ricevuto la prescrizione, come avessero pagato il medicinale, quali contatti avessero avuto con medici e farmacie. In alcuni casi sarebbero stati richiesti anche messaggi ed e-mail riguardanti la terapia.

È diventato evidente che non stavamo parlando soltanto di una singola esperienza personale.

Stava emergendo un problema nazionale, con un riflesso particolarmente forte in Piemonte.

La vicenda ha mostrato la distanza tra la legalità formale della terapia e il modo in cui chi la utilizza continua a essere percepito.

Una persona può avere una prescrizione valida, seguire il medico e rispettare tutte le indicazioni, ma trovarsi comunque costretta a dimostrare la propria buona fede.

Questo clima produce conseguenze.

Alcuni pazienti possono rinunciare alla terapia per paura. Alcuni medici possono evitare di prescriverla per non affrontare complicazioni. Alcune farmacie possono decidere di non allestire le preparazioni, già soggette a procedure rigorose.

Alla fine, lo stigma diventa un ostacolo sanitario.

Per questo ho scelto di rendere pubblica la vicenda, con il consenso della persona coinvolta, e di portarla dentro il Consiglio regionale.

Non per alimentare uno scontro con le forze dell’ordine, ma per riportare il punto al suo posto: chi si cura deve essere tutelato.

Le istituzioni devono chiarire le procedure, proteggere i dati sanitari e impedire che una persona venga intimidita o colpevolizzata per una terapia regolarmente prescritta.

Quella mattina in caserma ho visto quanto facilmente una questione amministrativa o investigativa possa trasformarsi, per una persona malata, in un’esperienza umiliante.

Da lì è cominciata una battaglia più ampia.

Perché nessun paziente dovrebbe dover scegliere tra interrompere una cura e sentirsi trattato come un sospetto.

Il corpo maschile non può restare la misura della medicina: che cosa ci insegna il percorso BRCA

in Salute e cura

La medicina di genere viene spesso fraintesa.

C’è chi la considera una medicina separata dedicata alle donne. Chi pensa sia una formula ideologica. Chi la riduce alla presenza di alcuni ambulatori ginecologici.

È qualcosa di molto diverso.

La medicina di genere studia il modo in cui sesso biologico, genere, condizioni sociali, lavoro, reddito e ruoli familiari influenzano salute, sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci e accesso ai servizi.

Non divide la medicina.

La rende più precisa.

Il percorso BRCA mostra bene perché questo approccio sia necessario.

Le mutazioni BRCA sono entrate nella conoscenza collettiva soprattutto attraverso il rischio di tumore alla mammella e all’ovaio. Questa attenzione ha permesso di sviluppare percorsi di prevenzione fondamentali.

Ma ha prodotto anche un’immagine parziale.

Gli uomini possono essere portatori delle stesse mutazioni, trasmetterle e presentare un aumento del rischio per alcune patologie, tra cui tumori della prostata, della mammella maschile e del pancreas.

Se una campagna informativa parla soltanto alle donne, una parte delle famiglie può non riconoscere il rischio.

L’emendamento inserito nel Piano sociosanitario piemontese prevede proprio un’équipe ampia, che comprende anche urologo e gastroenterologo oltre agli specialisti tradizionalmente associati alla prevenzione femminile.

Questo è già un esempio di medicina di genere.

Riconoscere che la stessa mutazione può produrre bisogni differenti, che le persone devono essere orientate in modo diverso e che un percorso familiare non può essere costruito intorno a un solo sesso.

La questione, però, va molto oltre la genetica oncologica.

Per decenni la ricerca clinica ha utilizzato prevalentemente soggetti maschili, trattando il corpo dell’uomo adulto come modello standard.

Sintomi, dosaggi, effetti collaterali e criteri diagnostici sono stati spesso costruiti su questa base e successivamente applicati a tutta la popolazione.

Le conseguenze possono essere molto concrete.

Una malattia può manifestarsi in modo diverso nelle donne e venire riconosciuta più tardi.

Un farmaco può produrre effetti differenti a causa del metabolismo, degli ormoni o della composizione corporea.

Una condizione prevalentemente femminile può ricevere meno ricerca, meno risorse e una diagnosi più lenta.

Ma il genere agisce anche al di fuori della biologia.

Le donne svolgono ancora una parte sproporzionata del lavoro di cura familiare.

Possono rimandare visite e controlli perché devono assistere figli, anziani o persone non autosufficienti.

Possono avere un reddito più basso e una minore possibilità di acquistare prestazioni private.

Possono incontrare sottovalutazione del dolore o essere considerate eccessivamente ansiose quando descrivono sintomi complessi.

Una medicina che non osserva queste condizioni non è neutrale.

Riproduce le disuguaglianze già presenti nella società.

Anche il percorso BRCA contiene una forte dimensione sociale.

Una persona che riceve una diagnosi di rischio deve frequentare controlli periodici, assentarsi dal lavoro, raggiungere strutture specialistiche e affrontare decisioni che possono avere conseguenze fisiche e psicologiche profonde.

La possibilità di seguire correttamente il percorso dipende quindi anche dalla condizione lavorativa, dalla rete familiare e dalla distanza dai centri.

Per questo il tavolo regionale non dovrebbe limitarsi a verificare gli aspetti clinici.

Dovrebbe osservare anche chi resta fuori, chi interrompe la sorveglianza e quali ostacoli economici o territoriali impediscono la presa in carico.

La medicina di genere richiede dati.

Dati disaggregati per sesso e, quando possibile, capaci di mostrare anche età, territorio e condizioni sociali.

Senza questi dati possiamo conoscere il numero complessivo delle prestazioni, ma non vedere le differenze.

Possiamo sapere quante persone sono state sottoposte a un esame senza capire chi vi accede tardi.

Possiamo finanziare un servizio senza sapere se raggiunga davvero chi ne ha più bisogno.

Il Piemonte aveva già riconosciuto la necessità di integrare i percorsi per l’alto rischio genetico con i programmi di screening e di sviluppare protocolli specifici per BRCA e altre sindromi ereditarie.

Il passaggio successivo deve essere rendere questo metodo trasversale.

Ogni politica sanitaria regionale dovrebbe domandarsi se una patologia viene diagnosticata nello stesso modo, se le terapie producono gli stessi effetti e se tutte le persone riescono ad accedere ai servizi con la stessa facilità.

Questo vale per l’oncologia, la cardiologia, la salute mentale, le malattie autoimmuni, il dolore cronico, la riabilitazione e la medicina del lavoro.

Vale anche per la violenza maschile.

Il personale sanitario può essere uno dei primi punti di contatto per una donna che subisce maltrattamenti. Riconoscere i segnali e attivare una rete competente è parte della qualità della cura.

Salute delle donne, autodeterminazione e contrasto alla violenza non sono quindi capitoli separati.

Sono aspetti dello stesso diritto a essere viste, credute e curate nella propria realtà concreta.

La medicina di genere non chiede di sostituire un modello universale maschile con un modello universale femminile.

Chiede di superare l’idea stessa che esista un corpo standard al quale tutti gli altri debbano adattarsi.

Il risultato ottenuto sui percorsi BRCA è un passaggio importante perché applica questo principio a un ambito preciso.

Ora dobbiamo portarlo nel resto della programmazione sanitaria piemontese.

Una sanità pubblica è davvero universale non quando offre la stessa risposta a chiunque.

Lo è quando riconosce le differenze e garantisce a tutte e tutti la stessa possibilità di essere curati bene.

Il voto unanime che ha cambiato il Piano sociosanitario: che cosa abbiamo ottenuto sui percorsi BRCA

in Salute e cura

Quando il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità il mio emendamento sui percorsi BRCA, non abbiamo aggiunto al Piano sociosanitario una semplice dichiarazione di principio.

Abbiamo introdotto un impegno preciso nella programmazione sanitaria del Piemonte.

Il testo prevede l’istituzione di un tavolo tecnico permanente regionale dedicato ai percorsi BRCA, il rafforzamento della multidisciplinarità, il coinvolgimento degli specialisti necessari, il monitoraggio dell’accesso alle esenzioni, l’aggiornamento dei protocolli e l’individuazione delle criticità organizzative.

Ognuno di questi elementi risponde a un problema concreto.

Il tavolo permanente serve a evitare che il tema venga affrontato soltanto durante l’approvazione di un Piano o in seguito a una singola segnalazione.

Dovrebbe diventare il luogo nel quale Regione, professionisti, reti oncologiche, strutture sanitarie e rappresentanze dei pazienti verificano periodicamente il funzionamento dei percorsi.

La parola “permanente” è decisiva.

La ricerca genetica evolve, i protocolli vengono aggiornati, emergono nuove indicazioni e cambiano gli strumenti di prevenzione.

Un sistema immobile rischia di diventare rapidamente inadeguato.

Il tavolo dovrà quindi osservare i dati, confrontare i territori e proporre correzioni quando emergono ostacoli.

Il secondo elemento è la multidisciplinarità.

Il Piano individua la necessità di coinvolgere genetista clinico, oncologo esperto nelle sindromi ereditarie, senologo, ginecologo oncologo, urologo, gastroenterologo e psicologo.

Non è un elenco casuale.

Le mutazioni BRCA non riguardano soltanto il tumore alla mammella e all’ovaio e non riguardano esclusivamente le donne.

Possono avere implicazioni anche per tumori della prostata, del pancreas e per altri percorsi clinici. Gli uomini possono essere portatori della mutazione, sviluppare determinate patologie e trasmetterla ai figli.

Questo significa che il percorso non può essere confinato dentro un unico reparto né affidato a una visione esclusivamente ginecologica.

Serve una rete capace di seguire la persona e la famiglia.

Il terzo punto riguarda il monitoraggio delle esenzioni.

Il Piemonte aveva già introdotto il codice D99 per le persone con una mutazione accertata, collegandolo alle prestazioni previste dal programma di sorveglianza.

Ma un’esenzione esiste pienamente soltanto quando è conosciuta, applicata in modo uniforme e collegata a un percorso realmente accessibile.

Se in un’azienda sanitaria le procedure sono chiare e in un’altra risultano più complesse, il diritto cambia in base al territorio.

Monitorare significa capire quante persone hanno ricevuto l’esenzione, con quali tempi, quali prestazioni vengono garantite e dove emergono difficoltà.

Non è burocrazia.

È lo strumento con cui una Regione verifica se una misura produce davvero uguaglianza.

L’emendamento prevede inoltre l’aggiornamento dei protocolli.

La medicina genetica e oncologica evolve rapidamente. Nuove evidenze possono modificare i criteri per l’accesso ai test, la frequenza dei controlli e le strategie preventive.

Per questo non possiamo affidarci indefinitamente a procedure definite molti anni prima.

Il Piano regionale già richiamava l’esigenza di percorsi diagnostico-terapeutici per i tumori ereditari e di una migliore integrazione con gli screening oncologici. L’emendamento ha reso il tema BRCA una parte riconoscibile e strutturata della programmazione.

Il voto unanime ha un valore politico importante.

Dimostra che una proposta costruita con pazienti, associazioni e comunità scientifica può superare le appartenenze.

La salute delle persone non dovrebbe diventare il terreno di una contrapposizione sterile.

Ma l’unanimità produce anche una responsabilità più grande.

Nessuna forza politica potrà sostenere, in futuro, che il tema non fosse condiviso o che gli strumenti previsti fossero eccessivi.

Ora bisogna attuarli.

Il primo banco di prova sarà la convocazione effettiva del tavolo.

Bisognerà verificare chi verrà coinvolto, quale ruolo avranno le associazioni e con quale frequenza verranno pubblicati gli aggiornamenti.

Il secondo sarà la raccolta dei dati.

Quante persone vengono prese in carico? Quali sono i tempi tra consulenza, test e avvio della sorveglianza? Esistono differenze tra aziende sanitarie? Il sostegno psicologico viene realmente offerto?

Il terzo sarà il rapporto con i familiari.

La scoperta di una mutazione può avere implicazioni per parenti che non sono ancora entrati nel percorso sanitario. Servono modalità corrette di informazione e consulenza, rispettose della privacy e capaci di favorire una prevenzione tempestiva.

L’approvazione dell’emendamento è quindi un risultato, ma non una conclusione.

Un atto politico acquista valore quando cambia l’esperienza concreta delle persone.

Quando una donna non deve più telefonare a più strutture per capire dove andare.

Quando un uomo comprende che il tema BRCA riguarda anche la propria salute.

Quando una famiglia riceve informazioni coordinate.

Quando il luogo di residenza non determina la qualità della presa in carico.

È questo il passaggio che continuerò a monitorare.

Il Consiglio regionale ha assunto un impegno unanime.

Adesso la sanità piemontese deve trasformarlo in un percorso riconoscibile, uniforme e umano.

Dalle storie delle pazienti all’Aula: come è nata la battaglia piemontese sui percorsi BRCA

in Salute e cura

La parola BRCA è entrata nel dibattito pubblico soprattutto attraverso alcune storie molto conosciute. Ma dietro quella sigla esistono esperienze quotidiane molto meno visibili.

Ci sono donne che scoprono una mutazione dopo una diagnosi oncologica. Altre arrivano al test perché nella propria famiglia si sono verificati più casi di tumore alla mammella o all’ovaio. Altre ancora ricevono un risultato positivo senza aver mai avuto una malattia e devono imparare improvvisamente a convivere con un rischio.

Il test, in tutti questi casi, non conclude il percorso.

Lo apre.

La persona deve comprendere che cosa significhi il risultato, quali controlli effettuare, con quale frequenza, quali possibilità preventive esistano e quali informazioni condividere con i familiari.

La Regione Piemonte aveva già introdotto nel 2019 un percorso specifico per le persone con mutazioni BRCA1 e BRCA2, prevedendo il codice di esenzione D99 per le prestazioni inserite nei programmi di sorveglianza. Il percorso regionale si integra con lo screening oncologico e riguarda persone sane con una diagnosi di rischio eredo-familiare.

Questa base era importante.

Ma l’esistenza di un provvedimento non significa automaticamente che tutte le persone riescano a orientarsi nello stesso modo.

È proprio su questa distanza tra il percorso previsto e quello realmente vissuto che è cominciato il mio lavoro.

Il confronto con l’associazione Mettiamoci le Tette mi ha permesso di raccogliere difficoltà molto concrete: informazioni non sempre omogenee, accesso differente tra territori, dubbi sull’esenzione, passaggi tra specialisti non sufficientemente coordinati e un sostegno psicologico che non sempre accompagna tutto il percorso.

Sono problemi che difficilmente emergono leggendo soltanto le delibere.

Emergono quando una paziente racconta di aver ricevuto un referto senza sapere che cosa sarebbe accaduto dopo.

Quando una persona deve capire autonomamente a quale specialista rivolgersi.

Quando sorelle, fratelli, figlie e figli non sanno se debbano iniziare un approfondimento genetico.

Quando la possibilità di un intervento preventivo viene affrontata come una decisione esclusivamente chirurgica, mentre coinvolge identità, corpo, sessualità, maternità, immagine di sé e relazioni.

Un percorso BRCA non può essere ridotto a una sequenza di esami.

Richiede una presa in carico multidisciplinare.

Genetista clinico, oncologo, senologo, ginecologo oncologo, psicologo e altri specialisti devono poter lavorare all’interno di un’organizzazione riconoscibile. Non è accettabile che sia la paziente a dover costruire da sola la propria équipe.

In Piemonte esistono competenze importanti.

Già alla fine del 2018, al Sant’Anna di Torino, era stato attivato un ambulatorio dedicato alle patologie eredo-familiari femminili, rivolto sia a donne con diagnosi oncologica sia a persone sane positive al test o con una familiarità significativa.

Il problema non era quindi l’assenza totale di esperienze.

Era la necessità di trasformare buone pratiche e centri qualificati in un percorso regionale uniforme.

Una cittadina non dovrebbe ricevere una qualità diversa di orientamento in base all’ospedale nel quale entra o alla provincia in cui vive.

Non dovrebbe dipendere dalla capacità individuale di cercare informazioni, contattare associazioni o raggiungere Torino.

È da questa esigenza che ho deciso di portare il tema dentro la discussione del Piano sociosanitario regionale 2025-2030.

Il Piano rappresentava il luogo giusto perché definisce la direzione della sanità piemontese per diversi anni. Inserire lì i percorsi BRCA significava evitare che il tema restasse affidato a singole iniziative o alla sensibilità di alcune strutture.

Volevo che la Regione assumesse una responsabilità di sistema.

Prima di presentare la proposta, però, era necessario costruirla insieme a chi conosceva il problema da prospettive diverse.

Le pazienti potevano raccontare gli ostacoli reali.

Le associazioni potevano raccogliere le criticità ricorrenti.

Le professioniste e i professionisti sanitari potevano indicare quali figure e quali protocolli fossero necessari.

La politica doveva trasformare questo patrimonio in un impegno istituzionale.

È il metodo che considero più corretto.

Non scrivere un emendamento e poi cercare qualcuno che lo sostenga.

Partire dall’ascolto, individuare il vuoto e costruire uno strumento capace di colmarlo.

Nel marzo 2026 questo lavoro è tornato anche fuori dall’Aula con l’iniziativa pubblica “Geni che contano – Il test BRCA: la prevenzione che fa la differenza”, promossa da Mettiamoci le Tette con il contributo del Consiglio regionale. L’obiettivo dell’incontro era informare sulle mutazioni genetiche, sul test e sulle possibilità di prevenzione e cura.

Considero questo passaggio molto importante.

Una decisione sanitaria non può restare comprensibile soltanto a chi frequenta gli ospedali o legge gli atti regionali.

Deve diventare conoscenza pubblica.

Parlare di BRCA serve a permettere alle persone di riconoscere una storia familiare significativa e di rivolgersi ai servizi competenti.

Serve anche a combattere due paure opposte.

La prima è pensare che sapere sia inutile o troppo doloroso.

La seconda è considerare una mutazione come una condanna inevitabile.

La conoscenza non elimina il rischio, ma permette di affrontarlo con strumenti diversi.

Perché questa possibilità sia reale, però, non basta offrire un test.

Serve un sistema capace di restare accanto alla persona prima, durante e dopo il risultato.

Pagine

  • Ambiente e territori
  • Battaglie identitarie
  • Chi sono
  • Dalla Regione
  • Donne, libertà e diritti
  • Fondo Avròcuradite
  • Giornale
  • Industria e transizione
  • Privacy policy
  • Salute e cura
  • Scuola e nuove generazioni
  • VALENTINA CERA

Categorie

  • Ambiente e territori
  • Battaglie identitarie
  • Dalla Regione
  • Donne, libertà e diritti
  • Industria e transizione
  • Salute e cura
  • Scuola e nuove generazioni

Archivio

  • Settembre 2026
  • Agosto 2026
© Copyright - Housedada.com
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Instagram
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto

Sul nostro sito utilizziamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione. I cookie ci permettono di garantire le funzionalità fondamentali per la sicurezza, la gestione della rete e l’accessibilità del sito. I cookie vengono installati al fine di consentire un migliore funzionamento del sito web e per l’incremento delle funzionalità e delle prestazioni del sito stesso. Cliccando sui pulsanti puoi accettare tutti i cookie o, se desideri sapere di più sui cookie che utilizziamo e su come gestirli, puoi accedere alla Cookie Policy o cliccare sul tasto GESTISCI PREFERENZE.

Accetto TuttoPreferenzeRifiuto

Cookie and Privacy Settings



Come usiamo i cookie

Potremmo richiedere che i cookie siano attivi sul tuo dispositivo. Utilizziamo i cookie per farci sapere quando visitate i nostri siti web, come interagite con noi, per arricchire la vostra esperienza utente e per personalizzare il vostro rapporto con il nostro sito web.

Clicca sulle diverse rubriche delle categorie per saperne di più. Puoi anche modificare alcune delle tue preferenze. Tieni presente che il blocco di alcuni tipi di cookie potrebbe influire sulla tua esperienza sui nostri siti Web e sui servizi che siamo in grado di offrire.

Cookie essenziali del sito Web

Questi cookie sono strettamente necessari per fornirvi i servizi disponibili attraverso il nostro sito web e per utilizzare alcune delle sue caratteristiche.

Poiché questi cookie sono strettamente necessari per fornire il sito web, rifiutarli avrà un impatto come il nostro sito funziona. È sempre possibile bloccare o eliminare i cookie cambiando le impostazioni del browser e bloccando forzatamente tutti i cookie di questo sito. Ma questo ti chiederà sempre di accettare/rifiutare i cookie quando rivisiti il nostro sito.

Rispettiamo pienamente se si desidera rifiutare i cookie, ma per evitare di chiedervi gentilmente più e più volte di permettere di memorizzare i cookie per questo. L’utente è libero di rinunciare in qualsiasi momento o optare per altri cookie per ottenere un’esperienza migliore. Se rifiuti i cookie, rimuoveremo tutti i cookie impostati nel nostro dominio.

Vi forniamo un elenco dei cookie memorizzati sul vostro computer nel nostro dominio in modo che possiate controllare cosa abbiamo memorizzato. Per motivi di sicurezza non siamo in grado di mostrare o modificare i cookie di altri domini. Puoi controllarli nelle impostazioni di sicurezza del tuo browser.

Cookie di Google Analytics

Il nostro sito web utilizza Google Analytics, un servizio di analisi web fornito da Google LLC, 1600 Amphitheatre Parkway, Mountain View, CA 94043, USA (“Google”). Inoltre, il nostro sito utilizza il monitoraggio delle conversioni di Google Ads, il remarketing di Google e Google Signals, anch’essi servizi offerti da Google. Google Analytics utilizza cookie e tecnologie simili per analizzare e migliorare il nostro sito web in base al comportamento di utilizzo. Il monitoraggio delle conversioni di Google Ads e il remarketing di Google utilizzano anch’essi cookie e tecnologie simili per misurare le prestazioni degli annunci pubblicitari (le cosiddette campagne Google Ads) e per mostrarti messaggi pubblicitari personalizzati su siti web che collaborano con Google. Google Signals ci fornisce rapporti multi-piattaforma sui dati degli utenti di Google che hanno abilitato la pubblicità personalizzata nei loro account Google.

Altri servizi esterni

Utilizziamo anche diversi servizi esterni come Google Webfonts, Google Maps e fornitori esterni di video. Poiché questi fornitori possono raccogliere dati personali come il tuo indirizzo IP, ti permettiamo di bloccarli qui. Si prega di notare che questo potrebbe ridurre notevolmente la funzionalità e l’aspetto del nostro sito. Le modifiche avranno effetto una volta ricaricata la pagina.

Google Fonts:

Impostazioni Google di Enfold:

Cerca impostazioni:

Vimeo and Youtube video embeds:

Privacy Policy

Puoi leggere i nostri cookie e le nostre impostazioni sulla privacy in dettaglio nella nostra pagina sulla privacy.

Privacy policy
AccettaRifiuto