Le 10 battaglie identitarie: salute delle donne, prevenzione e contrasto alla violenza maschile
La libertà delle donne comincia dal diritto di conoscere, scegliere e vivere senza paura
La salute delle donne non può essere affrontata come una questione marginale, né ridotta alla sola capacità riproduttiva.
Significa prevenzione, diagnosi tempestive, medicina attenta alle differenze di genere, sostegno psicologico, autodeterminazione, consultori pubblici accessibili e protezione dalla violenza.
Per troppo tempo il corpo delle donne è stato studiato meno, ascoltato meno e considerato attraverso modelli sanitari costruiti prevalentemente sul corpo maschile. Allo stesso tempo, le disuguaglianze economiche, sociali e culturali continuano a limitare la possibilità delle donne di scegliere liberamente e di accedere alle cure.
La mia battaglia parte da un principio semplice:
nessuna donna deve essere lasciata sola davanti a una diagnosi, a una scelta difficile o a una situazione di violenza.
La salute e la libertà non sono privilegi individuali. Sono diritti che le istituzioni devono rendere concretamente esigibili.
BRCA. Conoscere il rischio può cambiare il futuro
Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 possono aumentare sensibilmente il rischio di sviluppare alcuni tumori, in particolare quelli della mammella e dell’ovaio.
Sapere di essere portatrici di una mutazione genetica non significa ricevere una condanna. Significa poter accedere a controlli mirati, intensificare la sorveglianza, valutare percorsi preventivi e assumere decisioni consapevoli insieme a équipe mediche qualificate.
L’informazione genetica può quindi diventare uno strumento fondamentale di prevenzione.
Ma perché questo accada non basta disporre di un test. Servono:
- criteri di accesso uniformi;
- centri realmente qualificati;
- percorsi multidisciplinari;
- tempi certi;
- consulenza genetica;
- presa in carico delle persone e dei familiari;
- supporto psicologico;
- informazioni comprensibili;
- uguaglianza territoriale nell’accesso alle prestazioni.
Nel marzo 2026, durante l’iniziativa “Geni che contano”, promossa dall’associazione Mettiamoci le Tette con il contributo del Consiglio regionale, è stato ricordato che per le donne portatrici di mutazioni BRCA il rischio di sviluppare un tumore mammario può raggiungere livelli molto elevati e che la conoscenza della mutazione permette di attivare percorsi personalizzati di prevenzione e cura.
La prevenzione non può però dipendere dal luogo di residenza, dalla capacità di orientarsi nel sistema sanitario o dalla disponibilità economica della singola persona.
Deve essere una responsabilità pubblica.
Un risultato concreto nel Piano sociosanitario regionale
Durante la discussione del Piano sociosanitario regionale ho lavorato per rafforzare e rendere più uniformi i percorsi dedicati alle persone portatrici di mutazioni BRCA.
Il mio intervento, approvato dal Consiglio regionale, ha indicato la necessità di costruire un sistema fondato su:
- centri specializzati e qualificati;
- percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali omogenei;
- coordinamento regionale;
- équipe multidisciplinari;
- accesso appropriato ai test genetici;
- presa in carico delle persone sane portatrici di mutazione;
- attenzione ai familiari potenzialmente interessati;
- supporto psicologico;
- formazione degli operatori.
È un risultato importante perché trasforma la prevenzione genetica da opportunità lasciata all’iniziativa individuale a componente strutturale della sanità regionale.
La sfida, ora, è vigilare affinché quanto previsto venga applicato in modo uniforme in tutto il Piemonte.
Una norma o un indirizzo approvato non bastano, se una donna continua a incontrare liste d’attesa troppo lunghe, informazioni contraddittorie o differenze sostanziali tra un territorio e l’altro.
La medicina di genere non è una medicina “per sole donne”
La medicina di genere studia il modo in cui sesso biologico, condizioni sociali, ruoli, stili di vita e disuguaglianze influenzano la salute, l’insorgenza delle malattie, i sintomi e la risposta alle terapie.
Non è una specializzazione separata. È un metodo che dovrebbe attraversare tutta la sanità.
Per le donne, questa prospettiva è particolarmente importante perché molti sintomi sono stati storicamente sottovalutati, interpretati in ritardo oppure ricondotti troppo facilmente a componenti emotive.
Una sanità realmente universale non tratta tutte e tutti nello stesso modo. Riconosce le differenze per garantire la stessa qualità della cura.
Per questo considero fondamentali:
- la formazione del personale sanitario;
- la raccolta di dati disaggregati;
- la ricerca;
- percorsi diagnostici adeguati;
- l’integrazione tra salute fisica e psicologica;
- l’ascolto della persona;
- il coinvolgimento delle associazioni delle pazienti.
La medicina di genere non deve restare un principio scritto nei documenti regionali. Deve diventare pratica quotidiana.
Difendere il Sant’Anna significa difendere una visione della salute
La difesa dell’ospedale Sant’Anna non riguarda soltanto l’organizzazione amministrativa di una struttura.
Riguarda il modello di sanità che vogliamo costruire.
Ho contrastato lo scorporo del Sant’Anna dalla Città della Salute perché separare ostetricia e ginecologia dalle altre specialità dell’adulto può compromettere la multidisciplinarità, frammentare i percorsi e indebolire la capacità di rispondere ai casi più complessi.
La salute delle donne non può essere confinata in un perimetro separato dal resto della medicina.
Una gravidanza complessa, un tumore ginecologico, una patologia cardiovascolare, una malattia autoimmune o una condizione genetica richiedono spesso il lavoro congiunto di molte specialità.
Difendere il Sant’Anna significa quindi difendere:
- continuità assistenziale;
- integrazione delle competenze;
- sicurezza;
- qualità clinica;
- medicina di genere;
- centralità della persona.
Ho ottenuto l’impegno a produrre una valutazione tecnica e a garantire il coinvolgimento dei professionisti, delle società scientifiche e delle associazioni nella definizione del nuovo assetto.
Il futuro del Sant’Anna non può essere deciso soltanto attraverso organigrammi e atti amministrativi. Deve essere valutato a partire dalla qualità delle cure.
L’autodeterminazione non può fermarsi all’ingresso di un ospedale
Difendere la salute delle donne significa anche difendere la loro libertà di scelta.
Ho denunciato l’apertura, all’interno dell’ospedale Sant’Anna, della cosiddetta “Stanza dell’ascolto”, affidata ad associazioni che dichiarano nei propri statuti una contrarietà esplicita all’interruzione volontaria di gravidanza.
La Regione ha destinato risorse pubbliche e spazi sanitari a realtà ideologicamente contrarie a una legge dello Stato e al principio di autodeterminazione sancito dalla legge 194.
Nella mia interrogazione ho evidenziato la contraddizione di concedere gratuitamente uno spazio dentro un ospedale pubblico ad associazioni che si oppongono alle scelte che quello stesso ospedale deve garantire. Ho sostenuto che quelle risorse dovrebbero essere destinate ai consultori, ai servizi pubblici, agli asili nido e agli strumenti capaci di sostenere realmente maternità e libertà femminile.
Un luogo di cura non può diventare un luogo di pressione, colpevolizzazione o giudizio.
Ogni donna deve poter ricevere informazioni complete, scientificamente corrette e libere da condizionamenti ideologici.
Applicare pienamente la legge 194 significa:
- garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza;
- rafforzare i consultori pubblici;
- ridurre le disuguaglianze territoriali;
- assicurare personale sufficiente;
- sostenere la maternità con servizi concreti;
- rispettare sempre la decisione della donna.
La maternità è libera soltanto quando è davvero possibile scegliere.
La violenza maschile non è un’emergenza: è un sistema
La violenza contro le donne viene spesso raccontata come una successione di episodi isolati, esplosioni improvvise o tragedie familiari.
Non è così.
La violenza nasce e cresce dentro una società ancora segnata da rapporti di potere diseguali, stereotipi, dipendenza economica, controllo, discriminazioni e una cultura che continua troppo spesso a considerare il corpo e la libertà delle donne come qualcosa di disponibile.
Per questo non basta intervenire dopo la violenza.
È necessario prevenirla.
La prevenzione richiede:
- educazione alle relazioni e al consenso;
- contrasto degli stereotipi di genere;
- formazione nelle scuole;
- autonomia economica;
- servizi accessibili;
- centri antiviolenza adeguatamente finanziati;
- case rifugio;
- personale sanitario e forze dell’ordine formati;
- politiche contro le molestie sul lavoro;
- contrasto alla violenza digitale;
- percorsi rivolti agli uomini autori di violenza;
- una comunicazione pubblica rispettosa e responsabile.
Sono stata prima firmataria di un ordine del giorno per chiedere alla Regione un approccio culturale, sociale e sistemico al contrasto della violenza maschile e di genere.
La violenza non si combatte soltanto aumentando le pene. Si combatte modificando le condizioni che la rendono possibile.
Educare alle relazioni significa prevenire la violenza
La scuola è uno dei luoghi fondamentali nei quali costruire libertà, rispetto e consapevolezza.
Per questo ho contrastato il disegno di legge nazionale che introduce il consenso preventivo delle famiglie per le attività educative sui temi dell’affettività, della sessualità e delle relazioni.
Subordinare questi percorsi a un’autorizzazione rischia di indebolire la scuola pubblica e di privare proprio le ragazze e i ragazzi più vulnerabili di strumenti essenziali.
Educare al consenso, al rispetto dei corpi, alla parità e al riconoscimento della violenza non significa sostituirsi alle famiglie. Significa svolgere una funzione educativa e di prevenzione indispensabile.
Ho sostenuto un ordine del giorno contrario a questo arretramento, sottolineando il ruolo dell’educazione affettiva e sessuale nel contrasto alla violenza di genere, alle discriminazioni e ai rischi per la salute.
La scuola non deve insegnare il silenzio.
Deve offrire parole e strumenti per riconoscere un abuso, chiedere aiuto, rispettare i confini e costruire relazioni libere.
La violenza attraversa anche il lavoro e lo spazio digitale
La disuguaglianza e la violenza non si manifestano soltanto nelle relazioni familiari.
Sono presenti nei luoghi di lavoro attraverso molestie, ricatti, discriminazioni, penalizzazioni legate alla maternità e precarietà economica.
Ho chiesto che la Regione affronti in modo trasversale il tema delle pari opportunità, anche attraverso il ruolo della consigliera di parità, il contrasto alle molestie sul lavoro e il ripristino di un bilancio di genere capace di misurare gli effetti reali delle politiche regionali su donne e uomini.
La violenza si è inoltre spostata con sempre maggiore forza nello spazio digitale:
- minacce;
- molestie;
- diffusione non consensuale di immagini;
- campagne d’odio;
- controllo attraverso dispositivi e profili;
- umiliazione pubblica;
- sessismo organizzato.
Ho promosso e sostenuto iniziative per affrontare la violenza di genere online, coinvolgendo istituzioni, esperti e forze dell’ordine.
La rete non è un luogo separato dalla realtà. La violenza digitale produce conseguenze psicologiche, sociali e professionali concrete.
Anche qui servono educazione, prevenzione, protezione e strumenti efficaci di intervento.
Centri antiviolenza: servizi essenziali, non progetti temporanei
I centri antiviolenza e le case rifugio rappresentano una parte fondamentale della rete di protezione.
Non sono semplici sportelli. Sono luoghi nei quali le donne possono essere ascoltate senza giudizio, costruire un percorso di uscita dalla violenza, ricevere sostegno legale e psicologico e recuperare autonomia.
Per funzionare hanno bisogno di:
- finanziamenti certi;
- erogazioni puntuali;
- personale qualificato;
- continuità;
- autonomia;
- presenza capillare sul territorio;
- capacità di accogliere bisogni differenti.
Ho denunciato i ritardi nelle liquidazioni regionali destinate ad alcuni centri, perché un servizio essenziale non può essere costretto a vivere nell’incertezza finanziaria.
Quando i fondi arrivano in ritardo, il problema non è soltanto contabile. Riguarda la possibilità concreta di garantire protezione a una donna che sta cercando di uscire da una situazione pericolosa.
Le istituzioni devono assumersi la responsabilità di sostenere stabilmente questa rete.
Il ruolo delle reti femminili
Come consigliera segretaria dell’Ufficio di Presidenza e delegata alla Consulta femminile e alla Consulta delle Elette, considero fondamentale costruire un rapporto stabile tra istituzioni, associazioni, centri antiviolenza, amministratrici e comunità locali.
La Consulta femminile è un organismo permanente del Consiglio regionale che promuove iniziative per rimuovere gli ostacoli alla piena parità delle donne nella società.
Al momento del suo insediamento ho sottolineato il valore delle associazioni che lavorano ogni giorno nei centri urbani, nelle periferie e nelle aree interne per contrastare stereotipi e discriminazioni.
La politica non deve utilizzare queste reti soltanto nelle ricorrenze del 25 novembre o dell’8 marzo.
Deve ascoltarle durante tutto l’anno e tradurre la loro esperienza in politiche, finanziamenti e servizi.
Non bastano le iniziative simboliche
Manifestazioni, mostre, campagne e iniziative pubbliche sono importanti perché rompono il silenzio e rendono visibile una questione.
Ho partecipato e contribuito a numerosi progetti dedicati al contrasto della violenza sulle donne, alla memoria, alla rinascita e alla prevenzione.
Ma il valore simbolico deve sempre essere accompagnato da scelte strutturali.
Non possiamo celebrare il 25 novembre e poi lasciare i centri antiviolenza senza certezze.
Non possiamo parlare di maternità e poi definanziare i consultori.
Non possiamo ricordare le vittime e poi impedire nelle scuole percorsi educativi sul consenso.
Non possiamo dichiarare di difendere la salute delle donne e poi costruire una sanità incapace di riconoscere le differenze di genere.
Il contrasto alla violenza e la tutela della salute devono attraversare ogni politica regionale.
Cosa abbiamo ottenuto
Abbiamo ottenuto che il rafforzamento dei percorsi BRCA entrasse nel Piano sociosanitario regionale.
Abbiamo posto al centro la necessità di centri qualificati, percorsi multidisciplinari, accesso appropriato ai test, sostegno psicologico e presa in carico delle persone e delle famiglie.
Abbiamo difeso la multidisciplinarità del Sant’Anna e chiesto valutazioni tecniche trasparenti sul suo futuro.
Abbiamo denunciato l’ingresso di associazioni anti-scelta negli spazi della sanità pubblica.
Abbiamo portato in Consiglio un approccio sistemico al contrasto della violenza maschile.
Abbiamo difeso l’educazione alle relazioni e al consenso.
Abbiamo posto l’attenzione sulle molestie sul lavoro, sulla violenza digitale e sulla continuità dei finanziamenti ai centri antiviolenza.
Abbiamo rafforzato il rapporto tra istituzioni e reti femminili del Piemonte.
Cosa resta da fare
Gli obiettivi della prossima fase sono:
- rendere pienamente operativi e uniformi i percorsi BRCA in tutto il Piemonte;
- garantire tempi certi per test, consulenza genetica e presa in carico;
- rafforzare il supporto psicologico alle persone portatrici di mutazioni e alle loro famiglie;
- applicare concretamente la medicina di genere in tutti i servizi sanitari;
- proteggere la multidisciplinarità e la qualità clinica del Sant’Anna;
- chiudere gli spazi affidati alle associazioni anti-scelta negli ospedali pubblici;
- rifinanziare e potenziare i consultori;
- garantire l’applicazione piena della legge 194;
- assicurare risorse certe e puntuali ai centri antiviolenza e alle case rifugio;
- costruire un piano regionale strutturale contro la violenza maschile;
- introdurre programmi diffusi di educazione alle relazioni, al consenso e alla parità;
- contrastare molestie sul lavoro e violenza digitale;
- rendere stabile il bilancio di genere regionale;
- garantire autonomia economica e abitativa alle donne che escono dalla violenza.
La mia idea di futuro
Voglio un Piemonte nel quale ogni donna possa accedere alle cure senza essere sottovalutata, conoscere il proprio rischio senza essere lasciata sola e prendere decisioni sul proprio corpo senza subire pressioni.
Un Piemonte nel quale la prevenzione non dipenda dal reddito o dal luogo in cui si vive.
Un Piemonte nel quale i centri antiviolenza non debbano attendere mesi per ricevere le risorse necessarie.
Un Piemonte nel quale la scuola insegni il rispetto, il consenso e la libertà.
Un Piemonte nel quale la maternità sia sostenuta con servizi, lavoro, consultori e asili nido, non utilizzata per limitare l’autodeterminazione.
Un Piemonte nel quale la salute delle donne non venga trattata come una nicchia e la violenza maschile non venga raccontata come una fatalità.
La libertà non è soltanto poter scegliere formalmente.
È avere informazioni, servizi, protezione e condizioni materiali che rendano quella scelta davvero possibile.
La barricata
Contro una società che giudica il corpo delle donne, sottovaluta la loro salute, limita la loro autodeterminazione e interviene soltanto quando la violenza ha già prodotto le sue conseguenze.
Il futuro
Una sanità fondata sulla prevenzione e sulla medicina di genere, consultori pubblici forti, piena applicazione della legge 194, centri antiviolenza stabili e una grande politica educativa e sociale contro il patriarcato.
Ci vogliamo vive. Ci vogliamo libere. Ci vogliamo pienamente padrone del nostro futuro.
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