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Perché ho contrastato lo scorporo del Sant’Anna: la salute delle donne non è un reparto separato

in Donne, libertà e diritti

Alla fine del 2025 il Consiglio regionale ha approvato lo scorporo del Sant’Anna dalla Città della Salute e il suo accorpamento all’Ospedale infantile Regina Margherita, dando vita alla nuova Azienda ospedaliera OIRM-Sant’Anna.

La maggioranza ha presentato la scelta come una valorizzazione del polo materno-infantile.

Io l’ho contrastata perché dietro una modifica organizzativa apparentemente lineare restavano senza risposta domande essenziali sulla qualità delle cure.

Il Sant’Anna è certamente il luogo delle gravidanze, delle nascite e della ginecologia. Ma la salute delle donne non si esaurisce nella maternità e non può essere isolata dalle altre specialità dell’adulto.

Una paziente oncologica può avere bisogno contemporaneamente di ginecologia, chirurgia, cardiologia, genetica, medicina interna, terapia intensiva e diagnostica avanzata.

Una gravidanza complessa può richiedere il coinvolgimento immediato di professionisti e strutture appartenenti ad ambiti molto differenti.

Il valore della Città della Salute consisteva anche nella possibilità di costruire percorsi multidisciplinari all’interno dello stesso sistema aziendale.

Separare il Sant’Anna significava quindi intervenire su relazioni cliniche, professionali e organizzative consolidate.

Non bastava assicurare genericamente che la collaborazione sarebbe continuata.

Occorreva spiegare attraverso quali accordi, con quali responsabilità, con quali risorse e con quale modello di governo.

Prima del voto ho incontrato, insieme all’associazione Più di 194 Voci, professioniste e realtà impegnate nella difesa della salute femminile. Da quel confronto è emersa la necessità di tutelare la medicina di genere e i percorsi integrati, evitando che la nuova organizzazione producesse frammentazione.

Ho quindi presentato, come prima firmataria, un ordine del giorno collegato alla deliberazione sul nuovo assetto.

L’atto chiedeva di verificare gli effetti dello scorporo sulla multidisciplinarità, sulla continuità assistenziale e sulla sicurezza, coinvolgendo operatori, società scientifiche, associazioni e rappresentanze professionali.

Il Sant’Anna rappresenta infatti uno dei principali luoghi della medicina di genere in Piemonte.

Parlare di medicina di genere non significa creare una medicina separata per le donne. Significa riconoscere che sesso, genere, condizioni sociali e disuguaglianze possono influenzare sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci e accesso alle cure.

Per questo la salute femminile ha bisogno di essere più integrata con il resto della medicina, non meno.

Il 4 dicembre 2025 la maggioranza ha comunque approvato la nascita della nuova azienda, operativa dal 2026. Il mio ordine del giorno ha permesso almeno di introdurre impegni sulla relazione tecnica, sulla continuità dei percorsi e sul coinvolgimento delle competenze interessate.

È un risultato importante, ma non sufficiente a cancellare i dubbi sulla scelta complessiva.

Nei mesi successivi sono rimaste aperte anche questioni economiche, amministrative e legate al personale. Ancora nel maggio 2026 il tema della sostenibilità dello scorporo tornava nel question time del Consiglio regionale.

È la dimostrazione che le nostre preoccupazioni non erano una forma di resistenza al cambiamento.

Una riorganizzazione sanitaria può essere utile soltanto se migliora concretamente le cure. Non se produce nuovi confini, duplicazioni, costi o incertezze.

La Regione dovrà quindi dimostrare che i percorsi multidisciplinari resteranno realmente accessibili, che i servizi condivisi non verranno indeboliti e che la nuova azienda avrà personale e risorse sufficienti.

Dovrà inoltre garantire trasparenza sui risultati: tempi, mobilità tra i presìdi, continuità clinica, sicurezza delle pazienti e capacità di affrontare i casi complessi.

Non basta dire che nulla cambierà.

Bisogna misurarlo e dimostrarlo.

La battaglia sul Sant’Anna non riguarda la difesa immobile di un assetto amministrativo.

Riguarda l’idea che abbiamo della salute delle donne.

Una salute complessa, multidisciplinare e pienamente inserita nella sanità generale. Non ridotta alla riproduzione, non isolata e non subordinata a decisioni assunte senza un confronto sufficiente con chi ogni giorno cura e viene curata.

La nuova azienda è ormai una realtà.

Il nostro compito è impedire che il prezzo dello scorporo venga pagato attraverso percorsi più frammentati e una medicina di genere più debole.

Il TAR chiude la “Stanza dell’ascolto”: una vittoria per la legge 194 e per la sanità pubblica

in Donne, libertà e diritti

Il 2 luglio 2025 il TAR Piemonte ha stabilito che la convenzione per la “Stanza dell’ascolto” all’interno dell’ospedale Sant’Anna doveva essere annullata.

Il ricorso era stato promosso dalla CGIL e da Se non ora quando?, insieme alle realtà che fin dall’inizio avevano contestato l’ingresso delle associazioni pro-vita nel principale ospedale ostetrico-ginecologico piemontese.

La sentenza ha rappresentato una vittoria importante.

Non soltanto per le organizzazioni ricorrenti, ma per tutte le persone che avevano difeso la legge 194, la libertà delle donne e il carattere pubblico e laico della sanità.

Il tribunale ha riconosciuto l’illegittimità della convenzione con la quale uno spazio dell’ospedale era stato concesso al Centro di aiuto alla vita e al Movimento per la vita di Rivoli. Tra gli elementi centrali vi era l’incompatibilità tra gli impegni previsti dalla convenzione e l’identità statutaria delle associazioni incaricate, apertamente contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza.

Era esattamente la contraddizione che avevo sollevato in Consiglio regionale già nell’ottobre precedente.

Come può un soggetto dichiaratamente contrario alla legge 194 garantire un servizio rispettoso della sua piena applicazione?

Come può una donna essere certa di ricevere informazioni complete e prive di condizionamenti, sapendo che chi la accoglie persegue l’obiettivo politico e culturale di impedirle una determinata scelta?

Dopo la sentenza, esponenti della maggioranza regionale hanno cercato di ridimensionarne il significato, sostenendo che il TAR non avrebbe riconosciuto una violazione diretta della legge 194 e che il servizio fosse quindi legittimo nella sua impostazione generale.

Ma questa lettura difensiva non cambia il dato sostanziale: la convenzione era stata annullata e quella stanza, in quella forma e con quei soggetti, non poteva continuare a operare.

La vittoria giudiziaria non deve però farci dimenticare la responsabilità politica.

Per arrivare a una sentenza sono stati necessari un ricorso, mobilitazioni, presìdi, interrogazioni e mesi di iniziativa pubblica. La Regione avrebbe potuto evitare tutto questo ascoltando fin dall’inizio le associazioni, le organizzazioni sindacali e le professioniste che avevano segnalato il problema.

Ha invece scelto di difendere un progetto ideologico, finanziato e sostenuto pubblicamente.

È importante chiarire che la contestazione non riguardava l’esigenza di aiutare le donne in difficoltà economica o sociale.

Quell’esigenza è reale e dovrebbe essere al centro delle politiche regionali.

Una donna che desidera proseguire una gravidanza deve poter contare su un’abitazione, un reddito, servizi educativi, protezione dal licenziamento, consultori e assistenza. Se queste condizioni non esistono, la libertà di scelta rimane incompleta.

Ma sostenere la maternità non significa affidare il colloquio con una donna che sta valutando o richiedendo un’interruzione di gravidanza a chi considera quella scelta moralmente e politicamente inaccettabile.

Le istituzioni devono distinguere il sostegno dalla persuasione.

Dopo la sentenza ho chiesto che la stanza venisse chiusa definitivamente e che le risorse pubbliche fossero indirizzate verso i servizi del sistema sanitario: consultori, personale, sostegno psicologico e applicazione effettiva della legge 194.

Il rischio, infatti, era che la Regione cercasse semplicemente una nuova formulazione amministrativa per mantenere in vita lo stesso progetto.

La battaglia non poteva quindi terminare con il dispositivo del tribunale.

Doveva proseguire sul piano politico, affinché la decisione fosse rispettata nella sostanza e non soltanto formalmente.

Questa vicenda ci ricorda una cosa importante.

I diritti acquisiti non sono mai garantiti una volta per tutte. Possono essere svuotati lentamente, senza abolire formalmente una legge, intervenendo sulle procedure, sui servizi, sui finanziamenti e sui luoghi di accesso.

Per questo la difesa della legge 194 non può limitarsi a impedirne la cancellazione.

Significa garantire personale, ridurre le attese, rafforzare i consultori e proteggere ogni donna da pressioni e giudizi.

La sentenza del TAR ha chiuso una stanza.

La politica deve ora impedire che la stessa idea rientri da un’altra porta.

La “Stanza dell’ascolto” al Sant’Anna: quando l’aiuto diventa pressione sulle scelte delle donne

in Donne, libertà e diritti

Il nome scelto era rassicurante: “Stanza dell’ascolto”.

Ma in politica, soprattutto quando si parla della libertà delle donne, non ci si può fermare ai nomi. Bisogna guardare chi gestisce un servizio, quali finalità dichiara e dentro quale luogo viene autorizzato a operare.

Nell’ottobre 2024 ho presentato una delle mie prime interrogazioni urgenti in Consiglio regionale proprio sulla stanza aperta all’interno dell’ospedale Sant’Anna di Torino.

Lo spazio era stato concesso gratuitamente, attraverso una convenzione, a un’associazione collegata al Movimento per la vita. Una realtà che dichiarava statutariamente la propria opposizione alla legge 194 e alle pratiche di interruzione volontaria di gravidanza.

La domanda che ho rivolto alla Giunta era semplice: come si può garantire l’autodeterminazione delle donne affidando un servizio interno a un ospedale pubblico a chi considera quella stessa autodeterminazione qualcosa da contrastare?

Il Sant’Anna non è un luogo qualsiasi.

È il principale presidio ostetrico-ginecologico del Piemonte. È un ospedale nel quale ogni giorno arrivano donne che affrontano gravidanze, diagnosi complesse, difficoltà economiche, situazioni familiari dolorose e scelte profondamente personali.

In un momento di vulnerabilità, l’ascolto deve essere professionale, rispettoso e libero da obiettivi ideologici.

Non basta affermare che nessuna donna verrà obbligata a entrare in una stanza. La pressione può assumere forme molto più sottili: il senso di colpa, la rappresentazione parziale delle possibilità disponibili, il tentativo di orientare una decisione già maturata o l’idea che esista una scelta moralmente superiore alle altre.

Un ospedale pubblico deve offrire informazioni complete, scientificamente corrette e rispettose della volontà della persona.

Non può delegare questa funzione a soggetti che hanno come obiettivo dichiarato impedire l’interruzione di gravidanza.

Durante la discussione in Aula ho definito quello spazio una “stanza del giudizio”, perché il nodo non era la disponibilità ad ascoltare. Il nodo era la finalità con cui quell’ascolto veniva organizzato. L’interrogazione chiedeva inoltre conto dell’utilizzo del Fondo vita nascente, destinato dalla Regione al sostegno delle maternità difficili e affidato anche ad associazioni contrarie alla legge 194.

Sostenere una donna che desidera portare avanti una gravidanza è un dovere delle istituzioni.

Ma il sostegno deve avvenire attraverso reddito, servizi abitativi, consultori, asili nido, lavoro e assistenza sociale. Non può essere utilizzato per creare un sistema nel quale l’aiuto economico è associato al tentativo di modificare una decisione.

La libertà esiste soltanto quando tutte le opzioni sono realmente accessibili.

Una donna non è libera se deve interrompere una gravidanza perché non dispone delle condizioni materiali per proseguirla. Ma non è libera neppure se, quando sceglie di interromperla, viene sottoposta a pressioni, giudizi o ostacoli.

Applicare pienamente la legge 194 significa tenere insieme entrambi questi aspetti: prevenzione, sostegno alla maternità e garanzia dell’interruzione volontaria di gravidanza.

La Regione, invece, aveva scelto di politicizzare uno spazio sanitario, introducendo dentro il Sant’Anna una presenza chiaramente schierata.

Contestare quella scelta non significava essere contro l’ascolto o contro l’aiuto alle donne.

Significava difendere un principio elementare: chi entra in un ospedale pubblico deve poter confidare nella neutralità, nella competenza e nel rispetto del servizio che riceve.

Da quella interrogazione è cominciata una battaglia istituzionale, sociale e giudiziaria molto più ampia.

Una battaglia costruita da associazioni femministe, organizzazioni sindacali, professioniste e cittadine che non hanno accettato che il Sant’Anna diventasse il laboratorio di una politica contro l’autodeterminazione.

Perché i diritti non vengono cancellati sempre con una legge.

A volte vengono indeboliti introducendo ostacoli, pressioni e presenze ideologiche proprio nei luoghi in cui dovrebbero essere garantiti.

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