La scuola non finisce a diciotto anni: perché voglio un tavolo regionale sull’istruzione degli adulti
Quando parliamo di scuola, immaginiamo quasi sempre bambine e ragazzi seduti tra i banchi al mattino.
Ma ogni sera, in Piemonte, migliaia di persone entrano in un’aula dopo una giornata di lavoro, di cura o di ricerca di un’occupazione.
Sono giovani che hanno interrotto gli studi, adulti che vogliono conseguire un titolo, lavoratori che devono aggiornare le proprie competenze, cittadini stranieri che imparano l’italiano e persone detenute che cercano una possibilità di ricostruzione.
Il sistema dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti rappresenta una delle parti meno visibili e più preziose della scuola pubblica.
Nel 2026 i dodici CPIA piemontesi contavano oltre 32 mila studenti. Offrono percorsi per conseguire il titolo conclusivo del primo ciclo, corsi di alfabetizzazione e lingua italiana, istruzione negli istituti penitenziari e collegamenti con i percorsi serali delle scuole superiori.
Non sono una scuola di serie B.
Sono uno dei principali strumenti per contrastare la dispersione scolastica e garantire una seconda possibilità a chi, per ragioni economiche, familiari, migratorie o personali, non ha potuto completare il proprio percorso nei tempi ordinari.
Durante la discussione sulla programmazione della rete scolastica, nel giugno 2026, ho posto il tema dell’istruzione degli adulti e chiesto l’avvio di interlocuzioni per costruire un tavolo specifico sulle scuole serali.
La richiesta nasce da un problema concreto: questi percorsi vengono spesso trattati come un’appendice del sistema, mentre dovrebbero essere parte integrante delle politiche regionali sul lavoro, sull’inclusione e sulla formazione permanente.
Un corso serale può cambiare la vita di una persona.
Può permettere a un lavoratore di conseguire il diploma necessario per partecipare a un concorso.
Può offrire a una giovane madre la possibilità di riprendere gli studi.
Può aiutare una persona migrante a comprendere meglio la lingua, accedere ai servizi e partecipare pienamente alla vita della comunità.
Può trasformare il tempo trascorso in carcere in un percorso di formazione e reinserimento.
Eppure le difficoltà sono numerose.
Le sedi non sono sempre distribuite in modo capillare. Gli orari dei trasporti pubblici sono spesso incompatibili con la fine delle lezioni serali. Molte persone non conoscono l’esistenza dei corsi. I docenti lavorano con gruppi estremamente eterogenei e con bisogni educativi complessi.
Esiste poi un problema di continuità.
Chi frequenta un CPIA deve poter passare agevolmente a un percorso superiore, alla formazione professionale, all’università o ai servizi per l’impiego.
Se ogni sistema procede separatamente, il rischio è che la persona completi un corso senza trovare un reale accompagnamento verso la fase successiva.
Per questo il tavolo regionale dovrebbe coinvolgere CPIA, istituti superiori, enti locali, organizzazioni sindacali, centri per l’impiego, formazione professionale e servizi sociali.
L’obiettivo non sarebbe creare un’altra sede di confronto formale.
Dovrebbe servire a mappare i bisogni, ampliare le sedi associate, rafforzare i collegamenti con il trasporto pubblico e rendere l’offerta più conosciuta.
Dovrebbe inoltre affrontare la condizione delle scuole che operano negli istituti penitenziari.
L’istruzione in carcere non è una concessione.
È un diritto e uno degli strumenti più efficaci per costruire percorsi di reinserimento e ridurre il rischio di recidiva.
Una Regione che parla di sicurezza dovrebbe investire molto di più sulla possibilità che una persona esca dal carcere con un titolo, una competenza e un progetto.
L’istruzione degli adulti ha anche un legame diretto con le trasformazioni del lavoro.
La transizione ecologica e digitale richiede nuove competenze, ma la formazione non può essere rivolta soltanto a chi possiede già un titolo elevato e buone possibilità professionali.
Deve raggiungere chi ha perso il lavoro, chi svolge mansioni destinate a cambiare e chi è rimasto escluso dai precedenti percorsi educativi.
Altrimenti la trasformazione produttiva aumenterà le disuguaglianze.
Credo in una scuola che accompagni le persone lungo tutta la vita.
Una scuola capace di accogliere percorsi non lineari, riconoscere le competenze già maturate e offrire nuove possibilità senza giudicare il passato.
Il diritto allo studio non scade al compimento dei diciotto anni.
E non esiste una stagione della vita nella quale sia troppo tardi per ricominciare.



