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Le Case della comunità non si riempiono da sole: perché ho chiesto un tavolo permanente sul personale

in Dalla Regione

Quando si parla di Case della comunità, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sui cantieri.

Quante strutture sono state avviate, quante verranno completate, quanti milioni del PNRR sono stati spesi.

Sono dati importanti. Ma una Casa della comunità non è un edificio sanitario con una nuova insegna.

È un modello di assistenza che dovrebbe cambiare il rapporto tra cittadine, cittadini e servizio sanitario pubblico.

Per funzionare ha bisogno di medici, infermieri, assistenti sociali, specialisti, personale amministrativo e professionisti capaci di lavorare insieme. Ha bisogno di orari, servizi domiciliari, sistemi informatici, collegamenti con il CUP e rapporti stabili con i Comuni e gli enti gestori.

Per questo, già il 16 gennaio 2025, ho presentato un ordine del giorno per chiedere l’istituzione di un tavolo permanente regionale sulle Case e sugli Ospedali di comunità.

L’atto, approvato all’unanimità dal Consiglio regionale, impegnava la Giunta ad aprire un luogo stabile di programmazione e confronto con aziende sanitarie, enti locali, organizzazioni sindacali, gestori dei servizi sociali, terzo settore e rappresentanze dei territori.

La richiesta partiva da una preoccupazione molto concreta.

Il PNRR avrebbe finanziato la costruzione e la ristrutturazione delle sedi. Ma non avrebbe risolto automaticamente il problema del personale necessario a farle funzionare nel tempo.

Senza un piano regionale sulle assunzioni e sull’organizzazione, il rischio era arrivare alla conclusione dei lavori con strutture formalmente pronte, ma incapaci di garantire tutti i servizi previsti.

Il tavolo avrebbe dovuto occuparsi innanzitutto proprio di questo: quante professioniste e quanti professionisti sarebbero stati necessari, con quali profili, in quali territori e attraverso quali risorse.

Non si può programmare la medicina territoriale sommando il personale che già lavora altrove e spostandolo da un servizio all’altro.

Se un infermiere viene trasferito in una Casa della comunità lasciando scoperto un altro presidio, non abbiamo rafforzato la sanità. Abbiamo semplicemente spostato una carenza.

Lo stesso vale per medici di medicina generale, specialisti, psicologi, personale dei consultori e assistenti sociali.

Le Case della comunità dovrebbero rappresentare il luogo dell’integrazione. Ma l’integrazione non nasce mettendo professionisti diversi nello stesso edificio.

Servono responsabilità definite, équipe multiprofessionali, protocolli condivisi e un raccordo quotidiano tra sanità e servizi sociali.

La presenza dei Comuni e degli enti gestori al tavolo era quindi essenziale.

Un’azienda sanitaria conosce i dati clinici e l’organizzazione sanitaria. Un Comune e un consorzio conoscono le fragilità sociali, le condizioni abitative, la solitudine, le difficoltà economiche e le reti di cura presenti nel territorio.

Se questi livelli non comunicano, una persona rischia di ricevere una risposta sanitaria e nessuna risposta sociale, oppure il contrario.

L’ordine del giorno chiedeva inoltre trasparenza e partecipazione.

Sindache e sindaci devono sapere quali servizi saranno attivati nella struttura del proprio territorio. Le organizzazioni sindacali devono poter verificare carichi di lavoro, dotazioni e condizioni professionali. Le associazioni devono poter segnalare bisogni non intercettati.

Una riforma così importante non può essere governata soltanto attraverso riunioni tecniche tra la Regione e le direzioni sanitarie.

Nonostante l’approvazione unanime, nei mesi successivi il tavolo non è stato attivato.

Quando ho chiesto conto del ritardo, la Giunta ha risposto che l’avvio era ipotizzato entro l’autunno e dipendeva dalla complessa individuazione delle rappresentanze professionali da coinvolgere.

Una spiegazione che non ho considerato sufficiente.

Se la composizione di un tavolo richiede mesi, mentre i cantieri avanzano e le scadenze del PNRR si avvicinano, significa che la programmazione dei servizi continua a essere considerata meno urgente della realizzazione delle opere.

Eppure dovrebbe essere il contrario.

La vera scadenza non è il taglio del nastro.

È il giorno successivo, quando una persona entrerà nella struttura e avrà bisogno di trovare qualcuno in grado di accoglierla, orientarla e prenderla in carico.

È per questo che ho continuato a insistere.

Perché il Piemonte non perdesse l’occasione di costruire una sanità diversa e non si limitasse a consegnare nuovi edifici a un sistema già in difficoltà.

Le Case della comunità possono essere una svolta.

Ma soltanto se iniziamo a programmarle come servizi pubblici e non come opere edilizie.

Archi, visori e caccia notturna: gli emendamenti contro una natura trasformata in campo di tiro

in Dalla Regione

Nelle leggi di riordino si nascondono spesso scelte tutt’altro che tecniche.

Una modifica apparentemente circoscritta può ampliare i periodi di caccia, consentire nuovi strumenti o ridurre le tutele costruite negli anni.

È per questo che, durante la discussione del disegno di legge regionale di riordino del 2026, ho presentato un pacchetto organico di emendamenti sulla fauna e sull’attività venatoria, preparato anche grazie al confronto con la Lega per l’abolizione della caccia.

La prima proposta riguardava la pernice bianca: eliminarla stabilmente dall’elenco delle specie cacciabili.

Ma il pacchetto affrontava anche un’altra tendenza preoccupante: rendere l’abbattimento degli animali sempre più tecnologico, più esteso nel tempo e meno equilibrato rispetto alle esigenze di tutela.

Ho proposto il divieto dell’utilizzo di archi nella caccia e nelle attività di controllo faunistico.

L’arco viene talvolta presentato come uno strumento silenzioso, tradizionale o persino più rispettoso dell’ambiente. Ma silenzioso non significa meno cruento.

Un colpo non perfetto può ferire l’animale senza ucciderlo immediatamente, provocando una lunga agonia e rendendo più difficile il recupero dell’esemplare.

Il controllo della fauna, quando realmente necessario, deve essere svolto da personale qualificato, attraverso metodi verificabili e con la riduzione massima possibile della sofferenza.

Non può diventare il terreno sul quale ampliare le modalità a disposizione dei cacciatori.

Ho chiesto inoltre di vietare dispositivi ottici notturni, termici o capaci di intensificare la luce.

Negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle misure contro la peste suina africana, il Piemonte ha autorizzato in vari contesti l’uso di fonti luminose, visori notturni e termici per individuare e abbattere i cinghiali. Alcuni atti regionali prevedono persino l’impiego di questi strumenti montati sulle ottiche delle armi.

Un’emergenza sanitaria, però, non può diventare la scorciatoia per normalizzare una caccia sempre più invasiva.

Esiste una differenza profonda tra un intervento eccezionale, gestito e controllato dal personale pubblico, e l’estensione ordinaria di strumenti che eliminano quasi completamente le possibilità di fuga dell’animale.

La notte dovrebbe rappresentare un tempo di relativa protezione per la fauna.

Trasformarla in un ulteriore spazio di abbattimento significa aumentare il disturbo, rendere più difficile la vigilanza e introdurre nuovi rischi anche per la sicurezza.

Gli emendamenti intervenivano anche sul calendario.

Ho proposto di ripristinare il divieto di caccia in tutte le domeniche di settembre. Il primo mese della stagione venatoria coincide infatti con un periodo nel quale montagne, boschi e campagne sono frequentati da famiglie, escursionisti, ciclisti e raccoglitori.

Non è accettabile che l’accesso sicuro alla natura venga subordinato all’attività di una minoranza.

Le aree naturali non appartengono ai cacciatori.

Sono beni comuni e devono poter essere vissute senza il rumore degli spari e senza la paura di attraversare una zona nella quale è in corso una battuta.

Un altro emendamento puntava a limitare la caccia nel mese di gennaio principalmente agli appostamenti temporanei, mantenendo soltanto eccezioni circoscritte.

Gennaio è un periodo delicato.

Le temperature sono basse, il cibo è più difficile da trovare e molti animali devono conservare energia per superare l’inverno. Aumentare il disturbo e l’inseguimento in questa fase può produrre conseguenze che vanno oltre il singolo abbattimento.

Ho proposto anche di vietare l’uso delle radio per coordinare l’attività venatoria.

Quando più persone comunicano in tempo reale gli spostamenti degli animali, la caccia perde ulteriormente qualsiasi pretesa di equilibrio e diventa un’operazione organizzata di accerchiamento.

Queste proposte hanno una coerenza comune.

Non considero la natura un’arena nella quale aggiornare continuamente le tecniche per rendere più efficace il prelievo.

Non credo che esista un diritto intangibile a cacciare ogni specie consentita dalla normativa nazionale, in ogni periodo possibile e con ogni strumento disponibile.

Le Regioni hanno il potere di introdurre tutele più forti.

Devono usarlo.

La politica piemontese, invece, tende spesso a misurare la gestione faunistica sulla base delle richieste del mondo venatorio: giornate disponibili, specie cacciabili, deroghe, accesso ai territori e strumenti consentiti.

Le associazioni ambientaliste e animaliste vengono ascoltate molto meno, nonostante rappresentino un interesse generale: la conservazione del patrimonio naturale.

I miei emendamenti volevano riequilibrare questa impostazione.

Non erano correzioni isolate.

Erano una scelta di campo contro l’idea che il progresso, applicato alla caccia, significhi poter trovare, inseguire e colpire gli animali con sempre maggiore facilità.

La tecnologia di cui abbiamo bisogno è quella che monitora le specie, protegge gli habitat, previene gli incidenti e aiuta gli agricoltori a difendere le coltivazioni senza uccidere.

Non quella che trasforma il buio in un mirino.

Chi si cura non è un criminale: il question time sui pazienti convocati e sui dati sanitari

in Dalla Regione

Dopo aver accompagnato in caserma una paziente piemontese, ho deciso di portare immediatamente il caso in Consiglio regionale.

Il 9 giugno 2026 ho discusso il question time intitolato “Tutela dei pazienti in cura con cannabis terapeutica e garanzia del diritto alla cura”.

La domanda rivolta alla Giunta riguardava un principio essenziale: quali iniziative avrebbe assunto la Regione per tutelare persone che utilizzano un farmaco legalmente prescritto e che, nonostante questo, si erano trovate coinvolte in convocazioni e approfondimenti investigativi?

La Regione non può intervenire nelle indagini giudiziarie.

Può però occuparsi della salute dei propri cittadini, della continuità terapeutica e del funzionamento del sistema di distribuzione dei farmaci.

Può inoltre verificare che i pazienti ricevano informazioni chiare sui documenti da portare con sé, sulle modalità corrette di approvvigionamento e sulle garanzie che devono essere rispettate quando vengono coinvolti in un procedimento.

Le segnalazioni emerse ponevano anche una questione molto delicata sulla riservatezza.

Come erano stati individuati i pazienti?

Attraverso quali documenti o elenchi erano stati ricostruiti gli acquisti?

Quali dati clinici erano stati acquisiti?

Con quali garanzie venivano richiesti messaggi, e-mail o informazioni sui rapporti con i medici?

Le informazioni sulla salute rientrano tra i dati più sensibili di una persona.

Non si tratta soltanto di proteggere un elemento formale della privacy. La riservatezza è parte del rapporto di fiducia tra paziente, medico e sistema sanitario.

Se una persona teme che la propria terapia possa esporla a controlli, domande o giudizi, può smettere di raccontare pienamente il proprio stato di salute o rinunciare a una cura.

Questa paura rappresenta già un danno.

Il caso è arrivato anche in Parlamento, dove è stato chiesto ai ministeri competenti di chiarire la base giuridica delle convocazioni, le modalità attraverso cui erano stati acquisiti i dati e le garanzie offerte ai pazienti.

È importante che la questione sia stata sollevata a tutti i livelli istituzionali.

Ma non possiamo ridurla soltanto a un problema di procedure investigative.

Alla base delle convocazioni esisteva infatti un sistema sanitario incapace di garantire a tutte le persone il reperimento semplice e continuativo del farmaco.

In Piemonte la legge regionale sull’uso terapeutico della canapa esiste dal 2015. La sua attuazione concentra però l’erogazione a carico del servizio sanitario soprattutto nelle farmacie ospedaliere. Le ricette possono essere preparate anche da farmacie galeniche territoriali, ma il costo pubblico è collegato prevalentemente alla dispensazione ospedaliera.

Quando il medicinale non è disponibile nell’Asl o nella farmacia ospedaliera di riferimento, il paziente si trova davanti a poche possibilità.

Aspettare, interrompere la terapia, spostarsi in un’altra città oppure rivolgersi privatamente a una farmacia capace di preparare e fornire il prodotto.

I costi possono diventare molto elevati. Nel dibattito piemontese sono state segnalate spese che possono arrivare a diverse centinaia di euro al mese.

È così che nasce il circolo vizioso.

Il servizio pubblico non garantisce la disponibilità. Il paziente acquista privatamente. L’acquisto privato non viene pienamente registrato nel fabbisogno pubblico. Il fabbisogno appare inferiore a quello reale e l’approvvigionamento rimane insufficiente.

Alla fine, la persona malata paga due volte: economicamente e attraverso l’incertezza.

Durante il question time ho chiesto alla Regione di riconoscere che il problema non si risolve con una comunicazione rassicurante.

Servono procedure uniformi tra le Asl, un monitoraggio delle carenze, informazioni pubbliche sulle farmacie disponibili e un percorso alternativo quando la farmacia ospedaliera non riesce a fornire la preparazione.

Serve soprattutto un cambiamento culturale.

Parlare di cannabis terapeutica non significa chiedere una liberalizzazione generalizzata. Significa occuparsi di un farmaco, di prescrizioni mediche e di persone spesso affette da patologie gravi.

Confondere continuamente cannabis terapeutica, canapa industriale e mercato illegale produce soltanto stigma e cattiva politica sanitaria.

Chi utilizza il farmaco deve naturalmente rispettare le prescrizioni e le regole.

Ma il rispetto delle regole deve valere anche per le istituzioni.

Lo Stato deve trattare i pazienti come titolari di diritti, non come potenziali colpevoli.

La Regione deve organizzare il servizio in modo che procurarsi la terapia non diventi un percorso a ostacoli.

Il question time ha portato formalmente il problema dentro l’Aula.

Il passaggio successivo era trasformare la denuncia in una proposta normativa.

Se molti pazienti erano costretti a cercare il medicinale lontano da casa, bisognava cambiare il luogo e il modo in cui la terapia veniva distribuita.

Sessanta nuovi modelli, nessuno per Mirafiori: la nuova linea produttiva che continuo a chiedere

in Dalla Regione

Il problema di Mirafiori non è che Stellantis abbia smesso di progettare o produrre automobili.

Il gruppo continua a presentare nuovi modelli, investire in altri mercati e riorganizzare la propria presenza industriale globale.

Il problema è che, dentro questa strategia, Torino continua a non ricevere una nuova produzione ad alto volume capace di restituire stabilità allo stabilimento e alla sua filiera.

Il 26 maggio 2026 ho presentato un question time sull’assenza di nuovi investimenti e produzioni per Mirafiori nel piano strategico di Stellantis.

Durante il mio intervento ho ricordato che il gruppo aveva annunciato sessanta nuovi modelli a livello globale, venti dei quali a marchio Fiat. Eppure, per Torino non risultava una nuova linea produttiva oltre alla Fiat 500.

È una contraddizione che non può essere nascosta dietro le dichiarazioni sul legame storico tra Fiat e la città.

Il legame con Torino non si misura dalle celebrazioni, dalle palazzine degli uffici o dall’utilizzo del nome Mirafiori nei comunicati.

Si misura dalle automobili che vengono assegnate alla fabbrica, dai turni, dagli occupati e dalle commesse generate per l’indotto.

La sola 500 ibrida ed elettrica non può saturare uno stabilimento che per decenni ha rappresentato uno dei principali poli industriali europei.

Già in passato le organizzazioni sindacali avevano chiesto un secondo modello ad alto volume. Le ripetute fermate del 2026 hanno reso quella richiesta ancora più urgente.

Per questo, il 23 giugno, sono tornata in Aula con un’altra interrogazione, chiedendo quali iniziative la Regione intendesse assumere affinché Stellantis assegnasse a Mirafiori una nuova linea produttiva capace di garantire il futuro dello stabilimento e dell’indotto piemontese.

Il 7 luglio ho presentato un ulteriore question time sulla crisi produttiva, chiedendo un confronto immediato con Stellantis e con il Governo nazionale.

Non si tratta di ripetere la stessa domanda.

Si tratta di impedire che il passare delle settimane trasformi l’urgenza in abitudine.

Ogni mese senza una decisione industriale produce conseguenze.

Le aziende fornitrici perdono ordinativi. Alcune riducono il personale, altre ricorrono agli ammortizzatori sociali, altre ancora valutano chiusure o delocalizzazioni.

Quando un’impresa dell’indotto scompare, non è affatto scontato che possa rinascere nel momento in cui dovessero arrivare nuove commesse.

Si perdono competenze, macchinari, brevetti e professionalità costruite in decenni.

Per questo una nuova linea produttiva non serve soltanto a riempire Mirafiori.

Serve a mantenere vivo un ecosistema industriale.

La Regione Piemonte dispone di strumenti limitati rispetto a una multinazionale. Non può decidere autonomamente dove Stellantis produrrà un’automobile.

Può però smettere di comportarsi come un osservatore.

Può chiedere al Governo di subordinare incentivi e sostegni pubblici a impegni produttivi e occupazionali verificabili.

Può convocare stabilmente i vertici aziendali, rendere pubblici gli impegni assunti e controllarne l’attuazione.

Può sostenere la riconversione delle imprese dell’indotto, la ricerca, la formazione e la produzione di componenti legate alla mobilità elettrica.

Può soprattutto parlare con una voce più netta.

Troppo spesso abbiamo assistito a una sequenza prevedibile: Stellantis annuncia, le istituzioni ringraziano, i volumi non arrivano e alcuni mesi dopo viene convocato un nuovo tavolo.

Il rapporto deve essere rovesciato.

Prima servono il piano industriale, i modelli, i volumi, le tempistiche e le garanzie sul lavoro. Poi potranno arrivare il sostegno pubblico e la celebrazione politica.

Nel luglio 2026 anche il presidente Cirio ha riconosciuto pubblicamente la necessità di un nuovo modello per Mirafiori.

È un riconoscimento tardivo, ma importante.

Ora deve trasformarsi in un’iniziativa concreta nei confronti del Governo e dell’azienda.

Non basta concordare con i sindacati sul problema.

Bisogna ottenere una risposta.

Torino non chiede di conservare artificialmente il passato.

Chiede di poter partecipare al futuro industriale dell’automobile.

Possiede università, centri di ricerca, progettazione, competenze operaie e una filiera che potrebbe guidare la trasformazione ecologica della mobilità.

Ma queste capacità rischiano di disperdersi se non vengono collegate rapidamente a nuove produzioni.

Le automobili del futuro verranno costruite comunque.

La battaglia politica è fare in modo che almeno una parte significativa venga progettata e prodotta a Mirafiori.

Non per nostalgia.

Per lavoro, innovazione e giustizia industriale.

Il Piano nazionale era scaduto, i bisogni no: perché ho chiesto una risposta immediata alla Regione

in Dalla Regione

Il 3 febbraio 2026 ho chiesto alla Giunta regionale che cosa intendesse fare per garantire la continuità delle politiche sulla non autosufficienza.

Il precedente Piano nazionale copriva il triennio 2022-2024. Il nuovo Piano 2025-2027 non era ancora stato definitivamente adottato e, come spiegò l’assessore in Aula, nel breve periodo il Piemonte non poteva accedere alle risorse previste. Anche dopo l’approvazione nazionale sarebbero stati necessari programmi regionali attuativi e ulteriori passaggi di verifica.

Il calendario amministrativo era fermo.

Le persone, naturalmente, continuavano a invecchiare, ammalarsi e avere bisogno di assistenza.

È questa distanza tra i tempi della programmazione e quelli della vita che ho voluto portare dentro il Consiglio regionale.

Il Fondo nazionale per le non autosufficienze finanzia interventi essenziali destinati alle persone con disabilità e agli anziani non autosufficienti. Le risorse vengono trasferite alle Regioni e poi agli Ambiti territoriali sociali e agli enti gestori, che le utilizzano per domiciliarità, vita indipendente e altri sostegni sociosanitari.

Il percorso è complesso.

Prima il Governo deve definire il Piano e il riparto. Poi la Regione deve approvare la propria programmazione, distribuire le somme e trasferirle ai territori. Ogni ritardo si somma al precedente.

Nel frattempo, i consorzi devono continuare a pagare operatori, sostenere progetti e rispondere alle richieste delle famiglie.

Alcuni riescono ad anticipare risorse proprie. Altri hanno meno margini finanziari. Il risultato è che lo stesso bisogno può ricevere risposte differenti a seconda del territorio.

Questa non è soltanto inefficienza amministrativa.

È una disuguaglianza nell’accesso ai diritti.

Nel question time ho chiesto alla Regione se intendesse adottare misure straordinarie e transitorie.

La Giunta ha ricordato che il Fondo nazionale per le politiche sociali relativo al 2024 era stato trasferito e assegnato. Ma ha confermato che per la non autosufficienza il nuovo ciclo non avrebbe prodotto risorse disponibili in tempi brevi.

La risposta descriveva correttamente il problema nazionale, ma non risolveva quello regionale.

Una Regione non può controllare tutti i tempi dello Stato. Può però decidere come proteggere il proprio sistema durante l’attesa.

Può anticipare risorse, costruire strumenti di garanzia, monitorare le disponibilità degli enti gestori e intervenire nei territori più esposti.

Può soprattutto riconoscere che la continuità dell’assistenza non è una spesa rinviabile.

L’intesa sul Piano nazionale 2025-2027 sarebbe arrivata soltanto il 18 marzo 2026. Il nuovo riparto prevedeva complessivamente 982,2 milioni di euro per il 2025, 934,5 milioni per il 2026 e oltre 1,1 miliardi per il 2027.

Lo sblocco nazionale era indispensabile.

Ma anche dopo l’intesa, le risorse non potevano entrare immediatamente nei bilanci degli enti territoriali. Restavano da completare gli atti regionali e i trasferimenti.

È proprio questo il punto: l’arrivo di un decreto non coincide con l’arrivo di un servizio nella casa di una persona.

Tra i due momenti esiste una catena amministrativa che deve essere programmata e monitorata.

Ad aprile ho quindi presentato anche un ordine del giorno per chiedere un finanziamento tempestivo e adeguato dei servizi sociosanitari essenziali e un controllo costante sull’attuazione del Piano.

Non possiamo continuare ad affrontare ogni nuovo ciclo di programmazione come un’emergenza imprevedibile.

I ritardi possono ripetersi. Le procedure nazionali sono lunghe. I passaggi regionali richiedono tempo.

Se conosciamo il problema, abbiamo il dovere di costruire una soluzione stabile.

Le famiglie non possono vivere ogni tre anni con il timore che un nuovo vuoto amministrativo interrompa l’assistenza.

I consorzi non possono essere costretti a scegliere tra anticipazioni difficili, riduzioni dei servizi e ulteriore pressione sui bilanci comunali.

La politica deve smettere di limitarsi a spiegare perché i fondi non sono ancora arrivati.

Deve garantire che, durante l’attesa, nessuna persona perda ciò di cui ha bisogno.

Un Fondo per anticipare le risorse: la proposta per impedire che l’assistenza si interrompa ancora

in Dalla Regione

Quando nel marzo 2026 è stata raggiunta l’intesa sul nuovo Piano nazionale per la non autosufficienza, qualcuno avrebbe potuto considerare risolto il problema.

Le risorse erano finalmente state ripartite. Per il triennio 2025-2027 erano previsti più di tre miliardi di euro a livello nazionale.

Ma tra il riparto nazionale e il sostegno ricevuto concretamente da una persona esistono ancora numerosi passaggi.

La Regione deve recepire il Piano, programmare gli interventi, approvare gli atti, suddividere le somme e trasferirle agli enti gestori. Questi devono poi organizzare le misure nei territori.

È in questo intervallo che il sistema continua a essere vulnerabile.

A giugno, in un nuovo question time, è stata chiesta alla Regione la data del riparto agli enti gestori delle risorse del Fondo nazionale, quantificate in circa 140 milioni di euro per le sole annualità 2025 e 2026.

Questo dato aiuta a comprendere la dimensione del problema.

Non stiamo parlando di somme marginali né di interventi accessori. Parliamo di una parte essenziale della rete che sostiene persone non autosufficienti, famiglie e caregiver.

Per questo ho lavorato a una proposta più strutturale: un Fondo regionale di anticipazione.

L’idea è semplice.

Quando le risorse nazionali sono state assegnate, ma non sono ancora materialmente disponibili per gli enti territoriali, la Regione anticipa una quota sufficiente a garantire la continuità dei servizi.

Una volta completato il trasferimento statale, il Fondo regionale viene reintegrato.

Non è una spesa aggiuntiva permanente e non sostituisce il finanziamento nazionale.

È uno strumento di cassa e di garanzia.

La Regione diventerebbe il ponte tra i tempi dello Stato e i bisogni delle persone.

Un meccanismo simile consentirebbe agli enti gestori di programmare con maggiore stabilità, evitando di utilizzare risorse destinate ad altri servizi, esporsi finanziariamente o ridurre gli interventi.

Soprattutto impedirebbe che l’incertezza ricada sulle famiglie.

Questa proposta nasce dai casi concreti che abbiamo incontrato.

Nasce dalle 183 persone coinvolte nel blocco dei contributi del CISA 31. Nasce dai consorzi che devono sostenere la domiciliarità senza sapere quando arriveranno i trasferimenti. Nasce dai caregiver che non possono ricevere ogni pochi mesi una comunicazione diversa su importi e tempi.

Nasce anche dalla consapevolezza che il problema non è episodico.

Ogni nuovo Piano nazionale comporta procedure lunghe. Il ciclo 2025-2027 ha richiesto mesi di lavoro e l’intesa è arrivata nel marzo 2026, quando la prima annualità del triennio era già trascorsa.

Non possiamo sapere se in futuro i ritardi avranno la stessa durata.

Sappiamo però che possono ripetersi.

La Regione deve quindi prepararsi, anziché dichiarare ogni volta che la responsabilità è nazionale.

Nell’aprile 2026 altri atti consiliari hanno chiesto alla Regione di anticipare almeno parzialmente il Fondo nazionale, confermando che l’esigenza era ormai riconosciuta anche oltre la singola vertenza territoriale.

La mia proposta vuole trasformare questa esigenza in una regola stabile del bilancio piemontese.

Naturalmente un Fondo di anticipazione non risolve tutti i problemi della non autosufficienza.

Restano la necessità di aumentare i servizi domiciliari, ridurre le liste d’attesa, integrare sanità e sociale, sostenere i caregiver e costruire veri progetti di vita.

In Piemonte migliaia di persone continuano a incontrare difficoltà anche nell’accesso alle prestazioni residenziali e sociosanitarie. Nel 2026 è stato denunciato che oltre 11.600 malati cronici non autosufficienti non avevano ottenuto la convenzione Lea per il ricovero in RSA.

Ma garantire continuità ai finanziamenti è una condizione necessaria per affrontare tutto il resto.

Non si può costruire un progetto individualizzato se ogni anno cambiano disponibilità e tempi.

Non si può rafforzare la domiciliarità se gli enti territoriali non possono programmare.

Non si può chiedere qualità agli operatori dentro un sistema costantemente costretto all’emergenza.

La non autosufficienza sarà una delle grandi sfide sociali dei prossimi anni.

Il Piemonte invecchia e aumentano le persone che convivono con cronicità, disabilità e bisogni complessi. La risposta non può essere lasciare alle famiglie il compito di compensare le fragilità del sistema.

Serve una Regione che programmi, finanzi e garantisca.

Un Fondo di anticipazione non sarebbe soltanto uno strumento contabile.

Sarebbe un’assunzione di responsabilità politica: affermare che, qualunque siano i tempi della burocrazia, la cura non si interrompe.

Centottantatré persone senza contributi: il caso CISA 31 racconta un welfare che si inceppa

in Dalla Regione

Nell’ottobre 2025 ho portato in Consiglio regionale la situazione di 183 persone non autosufficienti residenti nei Comuni del CISA 31.

Erano cittadine e cittadini di Carmagnola, Carignano, Castagnole Piemonte, Lombriasco, Osasio, Pancalieri, Piobesi Torinese e Villastellone. Cinquantasei vivevano con patologie gravissime, altre 127 con condizioni gravi. I contributi necessari a sostenere l’assistenza domiciliare risultavano congelati.

Dietro quei numeri non c’erano pratiche amministrative.

C’erano persone che avevano bisogno di aiuto per alzarsi, lavarsi, mangiare, spostarsi e continuare a vivere nella propria casa. C’erano familiari che garantivano ogni giorno ore di assistenza e che avevano costruito un equilibrio già molto fragile contando anche sul sostegno pubblico.

Quando un contributo viene sospeso, non si interrompe il bisogno.

La persona continua ad avere necessità di assistenza. Qualcuno deve quindi coprire immediatamente quel vuoto: una figlia che riduce le ore di lavoro, un compagno che rinuncia al riposo, una famiglia che paga privatamente ciò che riesce a permettersi.

Per questo ho presentato un question time urgente.

Non mi interessava assistere a uno scambio di accuse tra Regione, Asl, Consorzio e Comuni. Volevo sapere chi avrebbe garantito concretamente la continuità dei sostegni e in quali tempi.

La risposta della Giunta ha respinto l’ipotesi di una responsabilità regionale, attribuendo la gestione della situazione al Consorzio. Il confronto si è trasformato rapidamente in uno scontro sulle competenze.

Ma una famiglia non può essere costretta a ricostruire la filiera amministrativa per capire a chi attribuire la colpa.

La responsabilità ultima delle istituzioni è garantire il diritto all’assistenza.

La Regione programma e ripartisce le risorse. Le aziende sanitarie intervengono nei percorsi sociosanitari. Gli enti gestori organizzano i servizi nei territori. Proprio perché le competenze sono distribuite, serve una regia capace di impedire che una difficoltà finanziaria o procedurale ricada sulle persone.

Il caso CISA 31 ha mostrato cosa accade quando questa regia manca.

Mentre gli enti discutevano, le famiglie attendevano.

A novembre, sindacati e associazioni hanno organizzato un presidio a Carmagnola per chiedere il ripristino dell’assistenza. CGIL, CISL, UIL e UTIM hanno denunciato che circa 180 persone continuavano ad aspettare da agosto i sostegni dovuti per la domiciliarità. Ho partecipato a quella mobilitazione perché la questione non poteva essere chiusa con una risposta formale in Aula.

Quella vicenda contiene una lezione più generale.

La domiciliarità viene spesso indicata come il modello da privilegiare rispetto all’istituzionalizzazione. È una scelta che condivido, quando corrisponde al desiderio e ai bisogni della persona.

Ma rimanere a casa è possibile soltanto se esiste una rete pubblica.

Servono operatori, assistenza sanitaria, ausili, interventi sociali e contributi economici certi. Senza questa rete, la parola domiciliarità rischia di nascondere il trasferimento del lavoro di cura sulle famiglie e soprattutto sulle donne.

Il sostegno economico non sostituisce i servizi, ma spesso permette di pagarne una parte e di mantenere in piedi un progetto assistenziale.

Congelarlo significa mettere in discussione tutta l’organizzazione quotidiana.

Per questo ho chiesto che la Regione non si limitasse a individuare il soggetto formalmente responsabile, ma assumesse un ruolo di coordinamento e controllo.

Quando un ente gestore non riesce a garantire un intervento essenziale, la Regione deve sapere perché sta accadendo, quali risorse mancano e quale soluzione immediata può essere attivata.

Non possiamo invocare l’autonomia territoriale soltanto per allontanare le responsabilità.

La battaglia sulla non autosufficienza comincia precisamente qui: dalla capacità delle istituzioni di non lasciare mai una persona senza assistenza mentre discutono chi debba pagarla.

Il caso CISA 31 non è stato un incidente locale.

È stato il segnale di un sistema finanziariamente fragile, frammentato e troppo esposto ai ritardi.

Pochi mesi dopo, l’incertezza sul nuovo Piano nazionale avrebbe mostrato che lo stesso rischio riguardava l’intero Piemonte.

Il voto unanime sul Fondo per i rider: come una proposta respinta è diventata un impegno di tutto il Consiglio

in Dalla Regione

Il 31 luglio 2026 il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato all’unanimità il mio ordine del giorno per l’istituzione di un Fondo regionale destinato alle lavoratrici e ai lavoratori impiegati attraverso le piattaforme digitali.

L’atto era collegato all’assestamento del bilancio regionale 2026-2028 ed era sottoscritto, oltre che da me come prima firmataria, da Alice Ravinale, Giulia Marro, Nadia Conticelli e Laura Pompeo.

È stato un risultato importante soprattutto per il percorso che lo ha preceduto.

La proposta di un Fondo non era nata pochi giorni prima del voto.

L’avevo presentata già nell’estate del 2025, chiedendo alla Regione uno strumento capace di compensare i periodi nei quali i rider non potevano lavorare a causa del caldo estremo, di un infortunio o di un guasto tecnico.

Quell’ordine del giorno non aveva ottenuto l’approvazione.

La maggioranza non aveva ancora accettato l’idea che la Regione potesse svolgere un ruolo diretto nel sostegno al reddito di una categoria formalmente frammentata e priva dei normali ammortizzatori sociali.

Un anno dopo, il Consiglio ha votato sì all’unanimità.

Tra i due momenti non è cambiata soltanto una formulazione.

Sono accadute mobilitazioni, nuove ondate di calore, segnalazioni sul mancato rispetto delle tutele, presìdi davanti alla Regione e un lavoro costante con rider e NIdiL CGIL.

La questione è diventata progressivamente impossibile da ignorare.

Il nuovo ordine del giorno è stato presentato il 30 luglio e approvato il giorno successivo. Il testo impegna politicamente la Giunta a istituire il Fondo nell’ambito del prossimo bilancio regionale. Non stabilisce ancora una cifra e non definisce tutti i criteri di accesso.

È proprio qui che bisogna distinguere il risultato dalla sua celebrazione.

Il voto unanime non consegna immediatamente un’indennità ai rider.

Non apre automaticamente un capitolo finanziato.

Non chiarisce ancora in quali circostanze il sostegno verrà riconosciuto, per quanto tempo, con quale importo e attraverso quale procedura.

Ma modifica in modo sostanziale il quadro politico.

Fino a quel momento la Giunta poteva sostenere che il Fondo fosse una proposta dell’opposizione, difficile da realizzare o estranea alle priorità regionali.

Dopo il voto del 31 luglio, l’istituzione dello strumento è diventata un impegno assunto dall’intero Consiglio.

La maggioranza non può più dichiararsi genericamente sensibile alle condizioni dei rider.

Deve tradurre il proprio voto in una norma di bilancio.

È questo il passaggio che monitorerò.

Il primo elemento da verificare sarà lo stanziamento.

Un Fondo privo di una dotazione adeguata rischierebbe di diventare una misura simbolica, incapace di coprire il numero dei lavoratori e le diverse situazioni per le quali è stato immaginato.

Il secondo riguarda i criteri.

Lo strumento dovrebbe intervenire almeno durante le sospensioni dovute alle condizioni meteorologiche estreme, agli infortuni e ai guasti tecnici che impediscono di lavorare.

La procedura dovrà essere semplice.

Non possiamo costruire un sostegno destinato a lavoratori precari e poi renderlo inaccessibile attraverso certificazioni complesse, tempi lunghi o requisiti incompatibili con la natura discontinua del lavoro.

Il terzo nodo è il rapporto con le piattaforme.

Il Fondo pubblico non deve diventare il modo con cui la collettività sostituisce le responsabilità delle aziende.

La Regione può intervenire per colmare un vuoto di tutela, ma deve contemporaneamente chiedere alle piattaforme di contribuire, fornire dati, rispettare le ordinanze e garantire condizioni di sicurezza.

Altrimenti rischieremmo di socializzare il costo dell’inattività lasciando privati i profitti del servizio.

Il quarto elemento è il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori nella definizione della misura.

Chi consegna conosce concretamente i problemi: la variabilità delle entrate, i sistemi di pagamento, le conseguenze di una giornata di stop e le difficoltà nel dimostrare che l’attività è stata interrotta per ragioni indipendenti dalla propria volontà.

Costruire il Fondo senza questo confronto significherebbe rischiare di produrre una misura formalmente corretta ma poco utilizzabile.

Il voto del 31 luglio racconta anche qualcosa sul lavoro di opposizione.

Fare opposizione non significa limitarsi a denunciare una situazione e pubblicare una dichiarazione.

Significa presentare una proposta, accettare una prima sconfitta, continuare a costruire consenso sociale e istituzionale e riproporla quando il terreno politico è cambiato.

Il risultato non appartiene soltanto a chi ha firmato l’atto.

Appartiene prima di tutto ai rider che hanno scioperato e raccontato pubblicamente le proprie condizioni.

Appartiene a NIdiL CGIL, che ha mantenuto aperta la vertenza anche quando l’attenzione mediatica diminuiva.

Appartiene al lavoro di squadra portato avanti in Consiglio con Alice Ravinale e Giulia Marro e al sostegno delle consigliere del Partito Democratico che hanno sottoscritto l’ordine del giorno.

Ora comincia la fase più delicata.

Un impegno approvato all’unanimità può diventare un precedente importante oppure perdersi tra gli atti mai pienamente attuati.

La differenza la farà il prossimo bilancio regionale.

Quando arriverà quel momento, non discuteremo più se il Fondo sia necessario.

Il Consiglio lo ha già riconosciuto.

Discuteremo di quanti soldi destinargli, di come farlo funzionare e di quanto seriamente la Regione intenda rispettare la parola data.

La battaglia ha ottenuto un voto.

Adesso deve ottenere una tutela.

Dalla consegna alla sicurezza: perché ho proposto organismi territoriali per il lavoro sulle piattaforme

in Dalla Regione

Ogni estate, durante le giornate più calde, torniamo a parlare delle condizioni dei rider.

Li vediamo attraversare le città con temperature estreme, discutiamo delle ordinanze e chiediamo alle piattaforme di sospendere le consegne.

Poi la temperatura diminuisce e, insieme al caldo, scompare anche l’attenzione politica.

È precisamente questo meccanismo che ho cercato di interrompere con l’emendamento presentato nel luglio 2026 alla legge regionale di riordino.

La proposta non riguardava una nuova ordinanza né un intervento limitato all’emergenza.

Chiedeva di modificare la legge regionale sul lavoro e di promuovere la costituzione di organismi bilaterali territoriali dedicati alle lavoratrici e ai lavoratori delle piattaforme digitali.

In questi organismi dovrebbero incontrarsi le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative e le imprese del settore, con il coinvolgimento degli SPRESAL e degli altri soggetti istituzionali competenti.

L’obiettivo è costruire un luogo stabile nel quale affrontare formazione professionale, prevenzione degli infortuni, salute, sicurezza e misure di welfare.

Può sembrare una proposta molto tecnica.

In realtà riguarda un problema politico essenziale: chi rappresenta un lavoratore quando il luogo di lavoro è una strada e l’organizzazione del servizio è affidata a un algoritmo?

In una fabbrica esistono un ingresso, un responsabile, turni riconoscibili e strumenti di rappresentanza sindacale consolidati.

Nel food delivery tutto è frammentato.

I rider lavorano individualmente, spesso non si incontrano tra loro, utilizzano mezzi propri e ricevono gli ordini attraverso un’app. Le piattaforme possono cambiare modalità di assegnazione, tariffe, incentivi e sistemi di valutazione senza un confronto reale con chi lavora.

Anche la prevenzione diventa più difficile.

Chi verifica che biciclette, caschi e dispositivi siano adeguati? Chi forma le persone sui rischi stradali e climatici? Chi controlla i tempi imposti dalle consegne? Come si segnalano pressioni dell’algoritmo incompatibili con la sicurezza?

Gli SPRESAL possiedono competenze importanti nella prevenzione e nel controllo dei rischi lavorativi.

Ma per intervenire efficacemente hanno bisogno di interlocutori, dati e procedure riconoscibili.

Un organismo territoriale potrebbe raccogliere segnalazioni, promuovere formazione multilingue, definire protocolli durante le emergenze climatiche e costruire iniziative comuni tra istituzioni, sindacati e aziende.

Non sostituirebbe la contrattazione nazionale.

Non potrebbe risolvere da solo il problema dell’inquadramento giuridico dei rider né imporre una disciplina complessiva degli algoritmi.

Potrebbe però rendere visibili rischi che oggi restano dispersi e offrire un punto di riferimento stabile a lavoratori spesso isolati.

La bilateralità, naturalmente, funziona soltanto se esiste un equilibrio reale tra le parti.

Non deve diventare un tavolo nel quale le piattaforme partecipano volontariamente senza assumere obblighi.

La Regione deve valorizzare le organizzazioni realmente rappresentative, definire obiettivi verificabili e collegare eventuali incentivi pubblici al rispetto delle regole concordate.

Il coinvolgimento sindacale è indispensabile proprio perché le piattaforme possiedono una quantità enorme di informazioni che i singoli rider non hanno.

Conoscono tempi, percorsi, rifiuti, disponibilità, valutazioni e frequenza delle consegne. Questi dati possono essere utilizzati per organizzare il servizio, ma anche per esercitare una pressione continua.

La sicurezza deve quindi comprendere anche il funzionamento dell’algoritmo.

Se il sistema assegna una consegna con tempi irrealistici, incentiva implicitamente comportamenti pericolosi.

Se penalizza chi rifiuta un ordine durante un temporale o in una situazione di caldo estremo, la libertà formale del lavoratore diventa irrilevante.

Se premia la disponibilità costante, può spingere le persone a restare connesse più a lungo e a rinunciare alle pause.

Non possiamo discutere di sicurezza limitandoci al casco.

Dobbiamo discutere di chi decide il ritmo del lavoro.

L’emendamento nasceva anche dal confronto portato avanti con NIdiL CGIL e con i rider durante le mobilitazioni torinesi.

Il sindacato aveva segnalato agli organismi di vigilanza le criticità riscontrate durante l’applicazione dell’ordinanza contro il caldo e aveva chiesto controlli effettivi sulle piattaforme. Le proteste del luglio 2026 hanno nuovamente reso visibile un problema che non poteva essere affrontato soltanto in modo emergenziale.

La proposta sugli organismi territoriali costituisce quindi il secondo passaggio della battaglia.

Il Fondo interviene quando il reddito viene meno.

La bilateralità prova a costruire prevenzione, rappresentanza e strumenti permanenti prima che si verifichino l’infortunio o l’emergenza.

Le due misure non si sostituiscono.

Si completano.

La Regione deve sostenere economicamente chi è costretto a fermarsi, ma deve anche lavorare perché il rischio venga ridotto, le informazioni circolino e le imprese siano chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.

Il lavoro digitale non è privo di un’organizzazione.

È organizzato in modo nuovo e spesso opaco.

La politica deve imparare a riconoscere questa struttura, entrare nei suoi meccanismi e restituire potere a chi oggi riceve soltanto una notifica sul telefono.

I rider non possono essere considerati visibili durante l’emergenza e invisibili per il resto dell’anno.

Hanno bisogno di un luogo permanente nel quale la loro voce produca regole

L’ordinanza fermava le consegne, non il bisogno di reddito: il paradosso dei rider durante il caldo estremo

in Dalla Regione

Nell’estate del 2025 il Piemonte ha compiuto una scelta importante: includere anche i rider nell’ordinanza che vietava il lavoro nelle ore centrali delle giornate caratterizzate da caldo estremo.

Per la prima volta si riconosceva esplicitamente che pedalare sull’asfalto, nel traffico urbano, trasportando pesi e rispettando tempi imposti da una piattaforma digitale, espone a rischi reali per la salute.

Ma dentro quella decisione c’era una contraddizione.

L’ordinanza poteva fermare la consegna. Non fermava l’affitto, le bollette, la spesa o il bisogno di guadagnare.

Per molti rider non lavorare significa semplicemente non essere pagati.

Non esiste una giornata retribuita di sospensione. Non esiste, nella maggior parte dei casi, una cassa integrazione. Non esiste un datore di lavoro chiaramente visibile al quale chiedere di compensare le ore perse.

Il lavoro è organizzato da un’applicazione, ma il rischio economico resta interamente sulle spalle della persona che consegna.

È da questa contraddizione che è nata la mia prima proposta per un Fondo regionale di sostegno al reddito.

Nel luglio 2025 ho presentato l’ordine del giorno n. 319, collegato all’assestamento del bilancio regionale. L’atto chiedeva di compensare i periodi di inattività dovuti a condizioni meteorologiche estreme, infortuni e guasti tecnici, costruendo per i rider uno strumento con una funzione simile a quella di un ammortizzatore sociale.

Non era una richiesta astratta.

Durante le ondate di calore, un rider può ricevere formalmente l’indicazione di interrompere l’attività e continuare contemporaneamente a vedere ordini disponibili sull’applicazione.

Può sapere che uscire è pericoloso, ma anche che rifiutare troppe consegne rischia di ridurre il guadagno o penalizzare la propria posizione nei meccanismi della piattaforma.

La libertà di fermarsi esiste davvero soltanto quando non comporta la perdita immediata del reddito.

Senza questa tutela, la sicurezza rischia di restare una dichiarazione formale.

L’ordine del giorno affrontava anche altri aspetti molto concreti: l’apertura di nuovi punti di sosta dotati di acqua, servizi igienici, elettricità e connessione; il sostegno alle iniziative già promosse da NIdiL CGIL, ARCI e dalle realtà associative; la formazione; la trasparenza degli algoritmi; il superamento del pagamento a cottimo e la promozione di piattaforme cooperative.

Il punto di partenza era però il reddito.

Perché non possiamo chiedere a una persona di scegliere responsabilmente la propria salute, se tutte le conseguenze economiche della scelta ricadono su di lei.

Questa battaglia ha assunto una nuova urgenza nell’estate del 2026.

Durante le giornate più calde sono arrivate segnalazioni di rider ancora presenti nelle strade torinesi nonostante le limitazioni. NIdiL CGIL ha denunciato la necessità di verificare il rispetto dell’ordinanza e ha promosso mobilitazioni davanti alla Regione. Il 16 luglio ho partecipato al presidio insieme ai lavoratori e alle categorie sindacali coinvolte.

Ascoltando le testimonianze, è emerso ancora una volta che il problema non poteva essere risolto soltanto attraverso un divieto.

Una piattaforma può sospendere temporaneamente il servizio in una determinata fascia oraria. Ma chi verifica che la sospensione sia reale? Chi controlla eventuali comunicazioni contraddittorie? Chi garantisce che le persone non vengano spinte a lavorare immediatamente prima o dopo il periodo vietato, concentrando le consegne nelle ore limitrofe?

E soprattutto: chi paga il tempo nel quale non è possibile lavorare?

La crisi climatica sta rendendo queste domande sempre più frequenti.

Il caldo estremo non è più un evento eccezionale. È una condizione destinata a incidere stabilmente sull’organizzazione del lavoro all’aperto.

La risposta non può essere affidata ogni estate a un’ordinanza emergenziale.

Servono regole permanenti, controlli, un sistema di allerta chiaro e un sostegno economico automatico per chi è costretto a sospendere l’attività.

La Regione non possiede tutte le competenze necessarie a regolare il lavoro sulle piattaforme. Contratti, subordinazione, previdenza e ammortizzatori sociali richiedono soprattutto un intervento nazionale.

Ma questo non significa che debba restare immobile.

Può intervenire sulla sicurezza, sulla formazione, sui servizi territoriali e sulle misure regionali di sostegno. Può inoltre utilizzare la Conferenza Stato-Regioni per chiedere una disciplina nazionale più avanzata.

La proposta del Fondo nasce da qui: colmare almeno una parte del vuoto mentre il quadro nazionale resta incompleto.

Non basta dire ai rider di non uscire nelle ore più pericolose.

Bisogna fare in modo che possano davvero permettersi di restare fermi.

Caption social di lancio:

Il Piemonte aveva vietato ai rider di lavorare nelle ore di caldo estremo. Ma senza alcuna indennità, fermarsi significava perdere il reddito.
È da questa contraddizione che nel 2025 è nata la mia proposta per un Fondo regionale. Ho ricostruito l’inizio della battaglia su valentinacera.it.

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