Le Case della comunità non si riempiono da sole: perché ho chiesto un tavolo permanente sul personale
Quando si parla di Case della comunità, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sui cantieri.
Quante strutture sono state avviate, quante verranno completate, quanti milioni del PNRR sono stati spesi.
Sono dati importanti. Ma una Casa della comunità non è un edificio sanitario con una nuova insegna.
È un modello di assistenza che dovrebbe cambiare il rapporto tra cittadine, cittadini e servizio sanitario pubblico.
Per funzionare ha bisogno di medici, infermieri, assistenti sociali, specialisti, personale amministrativo e professionisti capaci di lavorare insieme. Ha bisogno di orari, servizi domiciliari, sistemi informatici, collegamenti con il CUP e rapporti stabili con i Comuni e gli enti gestori.
Per questo, già il 16 gennaio 2025, ho presentato un ordine del giorno per chiedere l’istituzione di un tavolo permanente regionale sulle Case e sugli Ospedali di comunità.
L’atto, approvato all’unanimità dal Consiglio regionale, impegnava la Giunta ad aprire un luogo stabile di programmazione e confronto con aziende sanitarie, enti locali, organizzazioni sindacali, gestori dei servizi sociali, terzo settore e rappresentanze dei territori.
La richiesta partiva da una preoccupazione molto concreta.
Il PNRR avrebbe finanziato la costruzione e la ristrutturazione delle sedi. Ma non avrebbe risolto automaticamente il problema del personale necessario a farle funzionare nel tempo.
Senza un piano regionale sulle assunzioni e sull’organizzazione, il rischio era arrivare alla conclusione dei lavori con strutture formalmente pronte, ma incapaci di garantire tutti i servizi previsti.
Il tavolo avrebbe dovuto occuparsi innanzitutto proprio di questo: quante professioniste e quanti professionisti sarebbero stati necessari, con quali profili, in quali territori e attraverso quali risorse.
Non si può programmare la medicina territoriale sommando il personale che già lavora altrove e spostandolo da un servizio all’altro.
Se un infermiere viene trasferito in una Casa della comunità lasciando scoperto un altro presidio, non abbiamo rafforzato la sanità. Abbiamo semplicemente spostato una carenza.
Lo stesso vale per medici di medicina generale, specialisti, psicologi, personale dei consultori e assistenti sociali.
Le Case della comunità dovrebbero rappresentare il luogo dell’integrazione. Ma l’integrazione non nasce mettendo professionisti diversi nello stesso edificio.
Servono responsabilità definite, équipe multiprofessionali, protocolli condivisi e un raccordo quotidiano tra sanità e servizi sociali.
La presenza dei Comuni e degli enti gestori al tavolo era quindi essenziale.
Un’azienda sanitaria conosce i dati clinici e l’organizzazione sanitaria. Un Comune e un consorzio conoscono le fragilità sociali, le condizioni abitative, la solitudine, le difficoltà economiche e le reti di cura presenti nel territorio.
Se questi livelli non comunicano, una persona rischia di ricevere una risposta sanitaria e nessuna risposta sociale, oppure il contrario.
L’ordine del giorno chiedeva inoltre trasparenza e partecipazione.
Sindache e sindaci devono sapere quali servizi saranno attivati nella struttura del proprio territorio. Le organizzazioni sindacali devono poter verificare carichi di lavoro, dotazioni e condizioni professionali. Le associazioni devono poter segnalare bisogni non intercettati.
Una riforma così importante non può essere governata soltanto attraverso riunioni tecniche tra la Regione e le direzioni sanitarie.
Nonostante l’approvazione unanime, nei mesi successivi il tavolo non è stato attivato.
Quando ho chiesto conto del ritardo, la Giunta ha risposto che l’avvio era ipotizzato entro l’autunno e dipendeva dalla complessa individuazione delle rappresentanze professionali da coinvolgere.
Una spiegazione che non ho considerato sufficiente.
Se la composizione di un tavolo richiede mesi, mentre i cantieri avanzano e le scadenze del PNRR si avvicinano, significa che la programmazione dei servizi continua a essere considerata meno urgente della realizzazione delle opere.
Eppure dovrebbe essere il contrario.
La vera scadenza non è il taglio del nastro.
È il giorno successivo, quando una persona entrerà nella struttura e avrà bisogno di trovare qualcuno in grado di accoglierla, orientarla e prenderla in carico.
È per questo che ho continuato a insistere.
Perché il Piemonte non perdesse l’occasione di costruire una sanità diversa e non si limitasse a consegnare nuovi edifici a un sistema già in difficoltà.
Le Case della comunità possono essere una svolta.
Ma soltanto se iniziamo a programmarle come servizi pubblici e non come opere edilizie.








