Novantasei strutture previste, una sola pienamente operativa: cosa ha mostrato il rapporto AGENAS
Nell’autunno 2025 un rapporto AGENAS ha reso evidente la distanza tra il racconto istituzionale sulle Case della comunità e la loro effettiva capacità di funzionare.
Su 96 strutture previste in Piemonte, 37 risultavano disponibili. Ma soltanto una aveva attivato tutti i servizi indicati dalla normativa nazionale. Trentuno delle 37 sedi erano inoltre ex Case della salute già esistenti e successivamente riconvertite. Sul fronte degli Ospedali di comunità, solo uno dei trenta previsti risultava operativo.
Ho portato quei dati in Consiglio regionale con un nuovo question time.
Non perché volessi negare i lavori svolti o sostenere che nulla fosse stato fatto.
Volevo porre una domanda più semplice e più seria: che cosa significa, esattamente, dichiarare attiva una Casa della comunità?
Il problema è che le definizioni amministrative possono produrre un’immagine molto diversa dalla realtà vissuta dalle persone.
Una struttura può essere registrata come attiva quando è disponibile almeno un servizio sanitario. Ma questo non significa che garantisca già presenza medica, assistenza infermieristica, diagnostica di base, assistenza domiciliare, specialistica, integrazione sociale e tutti gli altri elementi previsti dal modello completo.
La stessa risposta della Giunta ha chiarito che la piena conformità viene raggiunta progressivamente e richiede numerosi requisiti: Punto unico di accesso, assistenza domiciliare e infermieristica, ambulatori di medicina generale e specialistica, collegamento con il CUP, presenza medica, diagnostica di base, telemedicina, integrazione con i servizi sociali e piani di personale.
È una distinzione fondamentale.
Se comunichiamo soltanto il numero delle strutture aperte, il cittadino può immaginare che in ciascuna di esse sia già disponibile l’intera rete dei servizi.
Poi arriva sul posto e scopre che alcune funzioni sono presenti soltanto in determinati giorni, che il personale continua a lavorare anche in altre sedi o che una parte dell’offerta deve ancora essere attivata.
La fiducia nella sanità pubblica si costruisce anche attraverso informazioni corrette.
La Regione dovrebbe quindi pubblicare, per ogni Casa della comunità, una scheda semplice e aggiornata: indirizzo, orari, personale presente, servizi realmente attivi, servizi in corso di attivazione, tempi previsti e collegamenti con l’assistenza domiciliare e sociale.
Non basta una mappa di edifici.
Serve una mappa dei diritti concretamente accessibili.
Il rapporto AGENAS segnalava anche l’assenza di personale dedicato, la difficoltà nel costruire équipe multidisciplinari e un’attuazione non omogenea tra territori.
Questo significa che la stessa riforma rischia di produrre risultati molto diversi a seconda dell’Asl e del Comune di residenza.
In alcune aree le Case della comunità possono evolvere a partire da servizi territoriali già solidi. In altre devono essere costruite quasi da zero, in territori nei quali mancano medici, infermieri e collegamenti con i servizi sociali.
Non possiamo applicare lo stesso calendario senza tenere conto di queste differenze.
Serve un sostegno più forte ai territori che partono da condizioni peggiori.
Serve anche evitare un equivoco: riconvertire una Casa della salute non significa automaticamente aver creato una Casa della comunità conforme al nuovo modello.
Le strutture preesistenti rappresentano una base preziosa e consentono di non partire da zero. Ma la trasformazione deve riguardare l’organizzazione, non soltanto la denominazione.
Nel 2026 la Regione ha annunciato l’evoluzione di alcune Case della salute dell’ASL TO3 in Case della comunità spoke, prevedendo il rafforzamento di ambulatori, presa in carico della cronicità, servizi infermieristici, assistenza domiciliare, attività consultoriali e integrazione con i servizi sociali.
È esattamente questo il punto.
Il passaggio ha valore soltanto se quei servizi vengono davvero rafforzati, con personale sufficiente e orari capaci di rispondere ai bisogni.
Nel marzo 2026 la Giunta ha annunciato che 49 Case della comunità sarebbero state operative entro maggio, altre venti entro giugno e le restanti entro la fine dell’anno.
È un calendario molto ambizioso.
Proprio per questo deve essere accompagnato da una rendicontazione trasparente che distingua i lavori completati dalla piena attivazione dei servizi.
La scadenza del PNRR misura soprattutto il raggiungimento degli obiettivi infrastrutturali e organizzativi concordati.
Ma la politica regionale deve misurare qualcosa di più: se una persona con una malattia cronica viene seguita meglio, se un anziano evita un accesso improprio al pronto soccorso, se una famiglia trova un unico punto al quale rivolgersi.
È questa la differenza tra completare un progetto e cambiare davvero la sanità.
Le Case della comunità non devono diventare un’operazione statistica nella quale basta classificare una sede come attiva.
Devono essere luoghi nei quali la prossimità si vede, si misura e si incontra ogni giorno.




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