Sessanta nuovi modelli, nessuno per Mirafiori: la nuova linea produttiva che continuo a chiedere
Il problema di Mirafiori non è che Stellantis abbia smesso di progettare o produrre automobili.
Il gruppo continua a presentare nuovi modelli, investire in altri mercati e riorganizzare la propria presenza industriale globale.
Il problema è che, dentro questa strategia, Torino continua a non ricevere una nuova produzione ad alto volume capace di restituire stabilità allo stabilimento e alla sua filiera.
Il 26 maggio 2026 ho presentato un question time sull’assenza di nuovi investimenti e produzioni per Mirafiori nel piano strategico di Stellantis.
Durante il mio intervento ho ricordato che il gruppo aveva annunciato sessanta nuovi modelli a livello globale, venti dei quali a marchio Fiat. Eppure, per Torino non risultava una nuova linea produttiva oltre alla Fiat 500.
È una contraddizione che non può essere nascosta dietro le dichiarazioni sul legame storico tra Fiat e la città.
Il legame con Torino non si misura dalle celebrazioni, dalle palazzine degli uffici o dall’utilizzo del nome Mirafiori nei comunicati.
Si misura dalle automobili che vengono assegnate alla fabbrica, dai turni, dagli occupati e dalle commesse generate per l’indotto.
La sola 500 ibrida ed elettrica non può saturare uno stabilimento che per decenni ha rappresentato uno dei principali poli industriali europei.
Già in passato le organizzazioni sindacali avevano chiesto un secondo modello ad alto volume. Le ripetute fermate del 2026 hanno reso quella richiesta ancora più urgente.
Per questo, il 23 giugno, sono tornata in Aula con un’altra interrogazione, chiedendo quali iniziative la Regione intendesse assumere affinché Stellantis assegnasse a Mirafiori una nuova linea produttiva capace di garantire il futuro dello stabilimento e dell’indotto piemontese.
Il 7 luglio ho presentato un ulteriore question time sulla crisi produttiva, chiedendo un confronto immediato con Stellantis e con il Governo nazionale.
Non si tratta di ripetere la stessa domanda.
Si tratta di impedire che il passare delle settimane trasformi l’urgenza in abitudine.
Ogni mese senza una decisione industriale produce conseguenze.
Le aziende fornitrici perdono ordinativi. Alcune riducono il personale, altre ricorrono agli ammortizzatori sociali, altre ancora valutano chiusure o delocalizzazioni.
Quando un’impresa dell’indotto scompare, non è affatto scontato che possa rinascere nel momento in cui dovessero arrivare nuove commesse.
Si perdono competenze, macchinari, brevetti e professionalità costruite in decenni.
Per questo una nuova linea produttiva non serve soltanto a riempire Mirafiori.
Serve a mantenere vivo un ecosistema industriale.
La Regione Piemonte dispone di strumenti limitati rispetto a una multinazionale. Non può decidere autonomamente dove Stellantis produrrà un’automobile.
Può però smettere di comportarsi come un osservatore.
Può chiedere al Governo di subordinare incentivi e sostegni pubblici a impegni produttivi e occupazionali verificabili.
Può convocare stabilmente i vertici aziendali, rendere pubblici gli impegni assunti e controllarne l’attuazione.
Può sostenere la riconversione delle imprese dell’indotto, la ricerca, la formazione e la produzione di componenti legate alla mobilità elettrica.
Può soprattutto parlare con una voce più netta.
Troppo spesso abbiamo assistito a una sequenza prevedibile: Stellantis annuncia, le istituzioni ringraziano, i volumi non arrivano e alcuni mesi dopo viene convocato un nuovo tavolo.
Il rapporto deve essere rovesciato.
Prima servono il piano industriale, i modelli, i volumi, le tempistiche e le garanzie sul lavoro. Poi potranno arrivare il sostegno pubblico e la celebrazione politica.
Nel luglio 2026 anche il presidente Cirio ha riconosciuto pubblicamente la necessità di un nuovo modello per Mirafiori.
È un riconoscimento tardivo, ma importante.
Ora deve trasformarsi in un’iniziativa concreta nei confronti del Governo e dell’azienda.
Non basta concordare con i sindacati sul problema.
Bisogna ottenere una risposta.
Torino non chiede di conservare artificialmente il passato.
Chiede di poter partecipare al futuro industriale dell’automobile.
Possiede università, centri di ricerca, progettazione, competenze operaie e una filiera che potrebbe guidare la trasformazione ecologica della mobilità.
Ma queste capacità rischiano di disperdersi se non vengono collegate rapidamente a nuove produzioni.
Le automobili del futuro verranno costruite comunque.
La battaglia politica è fare in modo che almeno una parte significativa venga progettata e prodotta a Mirafiori.
Non per nostalgia.
Per lavoro, innovazione e giustizia industriale.




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