Chi si cura non è un criminale: il question time sui pazienti convocati e sui dati sanitari
Dopo aver accompagnato in caserma una paziente piemontese, ho deciso di portare immediatamente il caso in Consiglio regionale.
Il 9 giugno 2026 ho discusso il question time intitolato “Tutela dei pazienti in cura con cannabis terapeutica e garanzia del diritto alla cura”.
La domanda rivolta alla Giunta riguardava un principio essenziale: quali iniziative avrebbe assunto la Regione per tutelare persone che utilizzano un farmaco legalmente prescritto e che, nonostante questo, si erano trovate coinvolte in convocazioni e approfondimenti investigativi?
La Regione non può intervenire nelle indagini giudiziarie.
Può però occuparsi della salute dei propri cittadini, della continuità terapeutica e del funzionamento del sistema di distribuzione dei farmaci.
Può inoltre verificare che i pazienti ricevano informazioni chiare sui documenti da portare con sé, sulle modalità corrette di approvvigionamento e sulle garanzie che devono essere rispettate quando vengono coinvolti in un procedimento.
Le segnalazioni emerse ponevano anche una questione molto delicata sulla riservatezza.
Come erano stati individuati i pazienti?
Attraverso quali documenti o elenchi erano stati ricostruiti gli acquisti?
Quali dati clinici erano stati acquisiti?
Con quali garanzie venivano richiesti messaggi, e-mail o informazioni sui rapporti con i medici?
Le informazioni sulla salute rientrano tra i dati più sensibili di una persona.
Non si tratta soltanto di proteggere un elemento formale della privacy. La riservatezza è parte del rapporto di fiducia tra paziente, medico e sistema sanitario.
Se una persona teme che la propria terapia possa esporla a controlli, domande o giudizi, può smettere di raccontare pienamente il proprio stato di salute o rinunciare a una cura.
Questa paura rappresenta già un danno.
Il caso è arrivato anche in Parlamento, dove è stato chiesto ai ministeri competenti di chiarire la base giuridica delle convocazioni, le modalità attraverso cui erano stati acquisiti i dati e le garanzie offerte ai pazienti.
È importante che la questione sia stata sollevata a tutti i livelli istituzionali.
Ma non possiamo ridurla soltanto a un problema di procedure investigative.
Alla base delle convocazioni esisteva infatti un sistema sanitario incapace di garantire a tutte le persone il reperimento semplice e continuativo del farmaco.
In Piemonte la legge regionale sull’uso terapeutico della canapa esiste dal 2015. La sua attuazione concentra però l’erogazione a carico del servizio sanitario soprattutto nelle farmacie ospedaliere. Le ricette possono essere preparate anche da farmacie galeniche territoriali, ma il costo pubblico è collegato prevalentemente alla dispensazione ospedaliera.
Quando il medicinale non è disponibile nell’Asl o nella farmacia ospedaliera di riferimento, il paziente si trova davanti a poche possibilità.
Aspettare, interrompere la terapia, spostarsi in un’altra città oppure rivolgersi privatamente a una farmacia capace di preparare e fornire il prodotto.
I costi possono diventare molto elevati. Nel dibattito piemontese sono state segnalate spese che possono arrivare a diverse centinaia di euro al mese.
È così che nasce il circolo vizioso.
Il servizio pubblico non garantisce la disponibilità. Il paziente acquista privatamente. L’acquisto privato non viene pienamente registrato nel fabbisogno pubblico. Il fabbisogno appare inferiore a quello reale e l’approvvigionamento rimane insufficiente.
Alla fine, la persona malata paga due volte: economicamente e attraverso l’incertezza.
Durante il question time ho chiesto alla Regione di riconoscere che il problema non si risolve con una comunicazione rassicurante.
Servono procedure uniformi tra le Asl, un monitoraggio delle carenze, informazioni pubbliche sulle farmacie disponibili e un percorso alternativo quando la farmacia ospedaliera non riesce a fornire la preparazione.
Serve soprattutto un cambiamento culturale.
Parlare di cannabis terapeutica non significa chiedere una liberalizzazione generalizzata. Significa occuparsi di un farmaco, di prescrizioni mediche e di persone spesso affette da patologie gravi.
Confondere continuamente cannabis terapeutica, canapa industriale e mercato illegale produce soltanto stigma e cattiva politica sanitaria.
Chi utilizza il farmaco deve naturalmente rispettare le prescrizioni e le regole.
Ma il rispetto delle regole deve valere anche per le istituzioni.
Lo Stato deve trattare i pazienti come titolari di diritti, non come potenziali colpevoli.
La Regione deve organizzare il servizio in modo che procurarsi la terapia non diventi un percorso a ostacoli.
Il question time ha portato formalmente il problema dentro l’Aula.
Il passaggio successivo era trasformare la denuncia in una proposta normativa.
Se molti pazienti erano costretti a cercare il medicinale lontano da casa, bisognava cambiare il luogo e il modo in cui la terapia veniva distribuita.




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