Il TAR chiude la “Stanza dell’ascolto”: una vittoria per la legge 194 e per la sanità pubblica
Il 2 luglio 2025 il TAR Piemonte ha stabilito che la convenzione per la “Stanza dell’ascolto” all’interno dell’ospedale Sant’Anna doveva essere annullata.
Il ricorso era stato promosso dalla CGIL e da Se non ora quando?, insieme alle realtà che fin dall’inizio avevano contestato l’ingresso delle associazioni pro-vita nel principale ospedale ostetrico-ginecologico piemontese.
La sentenza ha rappresentato una vittoria importante.
Non soltanto per le organizzazioni ricorrenti, ma per tutte le persone che avevano difeso la legge 194, la libertà delle donne e il carattere pubblico e laico della sanità.
Il tribunale ha riconosciuto l’illegittimità della convenzione con la quale uno spazio dell’ospedale era stato concesso al Centro di aiuto alla vita e al Movimento per la vita di Rivoli. Tra gli elementi centrali vi era l’incompatibilità tra gli impegni previsti dalla convenzione e l’identità statutaria delle associazioni incaricate, apertamente contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza.
Era esattamente la contraddizione che avevo sollevato in Consiglio regionale già nell’ottobre precedente.
Come può un soggetto dichiaratamente contrario alla legge 194 garantire un servizio rispettoso della sua piena applicazione?
Come può una donna essere certa di ricevere informazioni complete e prive di condizionamenti, sapendo che chi la accoglie persegue l’obiettivo politico e culturale di impedirle una determinata scelta?
Dopo la sentenza, esponenti della maggioranza regionale hanno cercato di ridimensionarne il significato, sostenendo che il TAR non avrebbe riconosciuto una violazione diretta della legge 194 e che il servizio fosse quindi legittimo nella sua impostazione generale.
Ma questa lettura difensiva non cambia il dato sostanziale: la convenzione era stata annullata e quella stanza, in quella forma e con quei soggetti, non poteva continuare a operare.
La vittoria giudiziaria non deve però farci dimenticare la responsabilità politica.
Per arrivare a una sentenza sono stati necessari un ricorso, mobilitazioni, presìdi, interrogazioni e mesi di iniziativa pubblica. La Regione avrebbe potuto evitare tutto questo ascoltando fin dall’inizio le associazioni, le organizzazioni sindacali e le professioniste che avevano segnalato il problema.
Ha invece scelto di difendere un progetto ideologico, finanziato e sostenuto pubblicamente.
È importante chiarire che la contestazione non riguardava l’esigenza di aiutare le donne in difficoltà economica o sociale.
Quell’esigenza è reale e dovrebbe essere al centro delle politiche regionali.
Una donna che desidera proseguire una gravidanza deve poter contare su un’abitazione, un reddito, servizi educativi, protezione dal licenziamento, consultori e assistenza. Se queste condizioni non esistono, la libertà di scelta rimane incompleta.
Ma sostenere la maternità non significa affidare il colloquio con una donna che sta valutando o richiedendo un’interruzione di gravidanza a chi considera quella scelta moralmente e politicamente inaccettabile.
Le istituzioni devono distinguere il sostegno dalla persuasione.
Dopo la sentenza ho chiesto che la stanza venisse chiusa definitivamente e che le risorse pubbliche fossero indirizzate verso i servizi del sistema sanitario: consultori, personale, sostegno psicologico e applicazione effettiva della legge 194.
Il rischio, infatti, era che la Regione cercasse semplicemente una nuova formulazione amministrativa per mantenere in vita lo stesso progetto.
La battaglia non poteva quindi terminare con il dispositivo del tribunale.
Doveva proseguire sul piano politico, affinché la decisione fosse rispettata nella sostanza e non soltanto formalmente.
Questa vicenda ci ricorda una cosa importante.
I diritti acquisiti non sono mai garantiti una volta per tutte. Possono essere svuotati lentamente, senza abolire formalmente una legge, intervenendo sulle procedure, sui servizi, sui finanziamenti e sui luoghi di accesso.
Per questo la difesa della legge 194 non può limitarsi a impedirne la cancellazione.
Significa garantire personale, ridurre le attese, rafforzare i consultori e proteggere ogni donna da pressioni e giudizi.
La sentenza del TAR ha chiuso una stanza.
La politica deve ora impedire che la stessa idea rientri da un’altra porta.






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