Centottantatré persone senza contributi: il caso CISA 31 racconta un welfare che si inceppa
Nell’ottobre 2025 ho portato in Consiglio regionale la situazione di 183 persone non autosufficienti residenti nei Comuni del CISA 31.
Erano cittadine e cittadini di Carmagnola, Carignano, Castagnole Piemonte, Lombriasco, Osasio, Pancalieri, Piobesi Torinese e Villastellone. Cinquantasei vivevano con patologie gravissime, altre 127 con condizioni gravi. I contributi necessari a sostenere l’assistenza domiciliare risultavano congelati.
Dietro quei numeri non c’erano pratiche amministrative.
C’erano persone che avevano bisogno di aiuto per alzarsi, lavarsi, mangiare, spostarsi e continuare a vivere nella propria casa. C’erano familiari che garantivano ogni giorno ore di assistenza e che avevano costruito un equilibrio già molto fragile contando anche sul sostegno pubblico.
Quando un contributo viene sospeso, non si interrompe il bisogno.
La persona continua ad avere necessità di assistenza. Qualcuno deve quindi coprire immediatamente quel vuoto: una figlia che riduce le ore di lavoro, un compagno che rinuncia al riposo, una famiglia che paga privatamente ciò che riesce a permettersi.
Per questo ho presentato un question time urgente.
Non mi interessava assistere a uno scambio di accuse tra Regione, Asl, Consorzio e Comuni. Volevo sapere chi avrebbe garantito concretamente la continuità dei sostegni e in quali tempi.
La risposta della Giunta ha respinto l’ipotesi di una responsabilità regionale, attribuendo la gestione della situazione al Consorzio. Il confronto si è trasformato rapidamente in uno scontro sulle competenze.
Ma una famiglia non può essere costretta a ricostruire la filiera amministrativa per capire a chi attribuire la colpa.
La responsabilità ultima delle istituzioni è garantire il diritto all’assistenza.
La Regione programma e ripartisce le risorse. Le aziende sanitarie intervengono nei percorsi sociosanitari. Gli enti gestori organizzano i servizi nei territori. Proprio perché le competenze sono distribuite, serve una regia capace di impedire che una difficoltà finanziaria o procedurale ricada sulle persone.
Il caso CISA 31 ha mostrato cosa accade quando questa regia manca.
Mentre gli enti discutevano, le famiglie attendevano.
A novembre, sindacati e associazioni hanno organizzato un presidio a Carmagnola per chiedere il ripristino dell’assistenza. CGIL, CISL, UIL e UTIM hanno denunciato che circa 180 persone continuavano ad aspettare da agosto i sostegni dovuti per la domiciliarità. Ho partecipato a quella mobilitazione perché la questione non poteva essere chiusa con una risposta formale in Aula.
Quella vicenda contiene una lezione più generale.
La domiciliarità viene spesso indicata come il modello da privilegiare rispetto all’istituzionalizzazione. È una scelta che condivido, quando corrisponde al desiderio e ai bisogni della persona.
Ma rimanere a casa è possibile soltanto se esiste una rete pubblica.
Servono operatori, assistenza sanitaria, ausili, interventi sociali e contributi economici certi. Senza questa rete, la parola domiciliarità rischia di nascondere il trasferimento del lavoro di cura sulle famiglie e soprattutto sulle donne.
Il sostegno economico non sostituisce i servizi, ma spesso permette di pagarne una parte e di mantenere in piedi un progetto assistenziale.
Congelarlo significa mettere in discussione tutta l’organizzazione quotidiana.
Per questo ho chiesto che la Regione non si limitasse a individuare il soggetto formalmente responsabile, ma assumesse un ruolo di coordinamento e controllo.
Quando un ente gestore non riesce a garantire un intervento essenziale, la Regione deve sapere perché sta accadendo, quali risorse mancano e quale soluzione immediata può essere attivata.
Non possiamo invocare l’autonomia territoriale soltanto per allontanare le responsabilità.
La battaglia sulla non autosufficienza comincia precisamente qui: dalla capacità delle istituzioni di non lasciare mai una persona senza assistenza mentre discutono chi debba pagarla.
Il caso CISA 31 non è stato un incidente locale.
È stato il segnale di un sistema finanziariamente fragile, frammentato e troppo esposto ai ritardi.
Pochi mesi dopo, l’incertezza sul nuovo Piano nazionale avrebbe mostrato che lo stesso rischio riguardava l’intero Piemonte.





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