Il corpo maschile non può restare la misura della medicina: che cosa ci insegna il percorso BRCA
La medicina di genere viene spesso fraintesa.
C’è chi la considera una medicina separata dedicata alle donne. Chi pensa sia una formula ideologica. Chi la riduce alla presenza di alcuni ambulatori ginecologici.
È qualcosa di molto diverso.
La medicina di genere studia il modo in cui sesso biologico, genere, condizioni sociali, lavoro, reddito e ruoli familiari influenzano salute, sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci e accesso ai servizi.
Non divide la medicina.
La rende più precisa.
Il percorso BRCA mostra bene perché questo approccio sia necessario.
Le mutazioni BRCA sono entrate nella conoscenza collettiva soprattutto attraverso il rischio di tumore alla mammella e all’ovaio. Questa attenzione ha permesso di sviluppare percorsi di prevenzione fondamentali.
Ma ha prodotto anche un’immagine parziale.
Gli uomini possono essere portatori delle stesse mutazioni, trasmetterle e presentare un aumento del rischio per alcune patologie, tra cui tumori della prostata, della mammella maschile e del pancreas.
Se una campagna informativa parla soltanto alle donne, una parte delle famiglie può non riconoscere il rischio.
L’emendamento inserito nel Piano sociosanitario piemontese prevede proprio un’équipe ampia, che comprende anche urologo e gastroenterologo oltre agli specialisti tradizionalmente associati alla prevenzione femminile.
Questo è già un esempio di medicina di genere.
Riconoscere che la stessa mutazione può produrre bisogni differenti, che le persone devono essere orientate in modo diverso e che un percorso familiare non può essere costruito intorno a un solo sesso.
La questione, però, va molto oltre la genetica oncologica.
Per decenni la ricerca clinica ha utilizzato prevalentemente soggetti maschili, trattando il corpo dell’uomo adulto come modello standard.
Sintomi, dosaggi, effetti collaterali e criteri diagnostici sono stati spesso costruiti su questa base e successivamente applicati a tutta la popolazione.
Le conseguenze possono essere molto concrete.
Una malattia può manifestarsi in modo diverso nelle donne e venire riconosciuta più tardi.
Un farmaco può produrre effetti differenti a causa del metabolismo, degli ormoni o della composizione corporea.
Una condizione prevalentemente femminile può ricevere meno ricerca, meno risorse e una diagnosi più lenta.
Ma il genere agisce anche al di fuori della biologia.
Le donne svolgono ancora una parte sproporzionata del lavoro di cura familiare.
Possono rimandare visite e controlli perché devono assistere figli, anziani o persone non autosufficienti.
Possono avere un reddito più basso e una minore possibilità di acquistare prestazioni private.
Possono incontrare sottovalutazione del dolore o essere considerate eccessivamente ansiose quando descrivono sintomi complessi.
Una medicina che non osserva queste condizioni non è neutrale.
Riproduce le disuguaglianze già presenti nella società.
Anche il percorso BRCA contiene una forte dimensione sociale.
Una persona che riceve una diagnosi di rischio deve frequentare controlli periodici, assentarsi dal lavoro, raggiungere strutture specialistiche e affrontare decisioni che possono avere conseguenze fisiche e psicologiche profonde.
La possibilità di seguire correttamente il percorso dipende quindi anche dalla condizione lavorativa, dalla rete familiare e dalla distanza dai centri.
Per questo il tavolo regionale non dovrebbe limitarsi a verificare gli aspetti clinici.
Dovrebbe osservare anche chi resta fuori, chi interrompe la sorveglianza e quali ostacoli economici o territoriali impediscono la presa in carico.
La medicina di genere richiede dati.
Dati disaggregati per sesso e, quando possibile, capaci di mostrare anche età, territorio e condizioni sociali.
Senza questi dati possiamo conoscere il numero complessivo delle prestazioni, ma non vedere le differenze.
Possiamo sapere quante persone sono state sottoposte a un esame senza capire chi vi accede tardi.
Possiamo finanziare un servizio senza sapere se raggiunga davvero chi ne ha più bisogno.
Il Piemonte aveva già riconosciuto la necessità di integrare i percorsi per l’alto rischio genetico con i programmi di screening e di sviluppare protocolli specifici per BRCA e altre sindromi ereditarie.
Il passaggio successivo deve essere rendere questo metodo trasversale.
Ogni politica sanitaria regionale dovrebbe domandarsi se una patologia viene diagnosticata nello stesso modo, se le terapie producono gli stessi effetti e se tutte le persone riescono ad accedere ai servizi con la stessa facilità.
Questo vale per l’oncologia, la cardiologia, la salute mentale, le malattie autoimmuni, il dolore cronico, la riabilitazione e la medicina del lavoro.
Vale anche per la violenza maschile.
Il personale sanitario può essere uno dei primi punti di contatto per una donna che subisce maltrattamenti. Riconoscere i segnali e attivare una rete competente è parte della qualità della cura.
Salute delle donne, autodeterminazione e contrasto alla violenza non sono quindi capitoli separati.
Sono aspetti dello stesso diritto a essere viste, credute e curate nella propria realtà concreta.
La medicina di genere non chiede di sostituire un modello universale maschile con un modello universale femminile.
Chiede di superare l’idea stessa che esista un corpo standard al quale tutti gli altri debbano adattarsi.
Il risultato ottenuto sui percorsi BRCA è un passaggio importante perché applica questo principio a un ambito preciso.
Ora dobbiamo portarlo nel resto della programmazione sanitaria piemontese.
Una sanità pubblica è davvero universale non quando offre la stessa risposta a chiunque.
Lo è quando riconosce le differenze e garantisce a tutte e tutti la stessa possibilità di essere curati bene.





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