Le 10 battaglie identitarie: data center, ambiente e futuro dei territori
L’innovazione non può essere subita: deve essere governata nell’interesse pubblico
I data center sono infrastrutture indispensabili per il funzionamento dei servizi digitali, del cloud, dell’intelligenza artificiale, delle imprese e della pubblica amministrazione.
Proprio per la loro importanza, non possono essere trattati come normali capannoni industriali né autorizzati valutando ogni progetto in modo isolato.
Consumano grandi quantità di energia, possono richiedere acqua per il raffreddamento, occupano suolo, incidono sulle reti elettriche e possono produrre effetti ambientali, urbanistici e paesaggistici rilevanti. La stessa Regione Piemonte riconosce che la crescita degli insediamenti pone questioni relative a consumo di suolo, fabbisogno energetico, risorsa idrica, rumore, paesaggio, qualità dell’aria e gestione del calore prodotto.
La mia posizione è chiara:
non sono contraria all’innovazione. Sono contraria all’idea che basti chiamare “innovativo” un investimento per considerarlo automaticamente utile alla collettività.
Ogni progetto deve dimostrare la propria compatibilità con l’ambiente, la salute, le risorse disponibili e il futuro del territorio che lo ospita.
Una trasformazione che sta accelerando
La crescita dei servizi digitali e dell’intelligenza artificiale sta aumentando rapidamente la domanda di capacità di calcolo.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030, avvicinandosi a 950 TWh all’anno. La domanda legata ai centri dedicati all’intelligenza artificiale dovrebbe crescere ancora più velocemente.
Questo non significa che la trasformazione digitale debba essere fermata.
Significa che occorre decidere:
- dove localizzare queste infrastrutture;
- quanta energia possono assorbire;
- da quali fonti deve provenire;
- quali risorse idriche possono utilizzare;
- quali territori devono essere esclusi;
- quali benefici devono restare alle comunità;
- quale occupazione stabile sarà realmente creata;
- chi controllerà il rispetto degli impegni.
Senza una programmazione pubblica, il rischio è che ogni Comune sia chiamato a valutare singolarmente progetti di enorme complessità, mentre gli impatti complessivi si sommano su scala regionale.
Il Piemonte non può decidere un progetto alla volta
Negli ultimi mesi sono emerse numerose proposte di nuovi insediamenti in Piemonte, tra cui quelle di Grugliasco, Settimo Torinese, Moncalieri e Trino.
Di fronte a questa successione di richieste, ho presentato un question time urgente per chiedere alla Giunta quali criteri intendesse adottare immediatamente, anche prima dell’approvazione della futura legge regionale.
Ho sottolineato che, in assenza di regole uniformi, sindaci e comunità locali rischiano di essere lasciati soli davanti a decisioni che possono avere conseguenze ben più ampie dei confini di un singolo Comune.
Non possiamo valutare ogni data center come se gli altri non esistessero.
Se in un territorio vengono presentati più progetti, bisogna considerare insieme:
- il consumo elettrico complessivo;
- la capacità della rete;
- il fabbisogno idrico;
- le nuove infrastrutture necessarie;
- le emissioni dei sistemi di emergenza;
- il consumo di suolo;
- il traffico di cantiere;
- il rumore;
- la disponibilità di energia rinnovabile;
- gli effetti sugli altri utenti della rete.
È questo il significato della valutazione degli impatti cumulativi.
Un singolo progetto potrebbe apparire sostenibile se analizzato da solo. La somma di molti progetti potrebbe non esserlo affatto.
Grugliasco: quando una decisione locale assume una portata regionale
Il caso di Grugliasco ha mostrato con particolare evidenza quanto sia urgente una normativa regionale.
Di fronte a un grande insediamento, un’amministrazione comunale deve confrontarsi con questioni energetiche, ambientali e sanitarie che richiedono competenze, dati e strumenti non sempre disponibili a livello locale.
La domanda non può essere soltanto:
“Il progetto rispetta formalmente le procedure?”
Bisogna chiedersi anche:
- quale potenza elettrica richiederà;
- quali opere di rete saranno necessarie;
- quale sistema di raffreddamento verrà utilizzato;
- quanta acqua consumerà;
- quali gruppi elettrogeni saranno installati;
- quali emissioni produrranno durante prove ed emergenze;
- quale quantità di calore verrà generata;
- se quel calore sarà davvero recuperato;
- quanti posti di lavoro stabili verranno creati;
- quali benefici concreti resteranno alla città.
Quando questi elementi non sono conosciuti, la partecipazione pubblica rischia di essere puramente formale.
Le comunità devono poter discutere su dati verificabili, non su promesse generiche.
Trino: quattro miliardi non cancellano le domande
Il progetto annunciato nell’area dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino mostra la dimensione che questa trasformazione può raggiungere.
La Regione ha presentato il “Cavour Hyperscale Campus” come un investimento da circa quattro miliardi di euro. Le stime rese pubbliche indicano 1.200 lavoratori durante la costruzione, con possibili punte superiori a 2.000, e 300–350 occupati qualificati a regime, oltre all’indotto dichiarato dai promotori.
Un investimento di queste dimensioni merita attenzione. Ma proprio perché è così grande non può essere accompagnato soltanto da entusiasmo istituzionale.
Servono valutazioni indipendenti su:
- fabbisogno energetico effettivo;
- provenienza dell’energia;
- eventuali nuovi elettrodotti;
- utilizzo dell’acqua;
- sistemi di raffreddamento;
- impatto acustico;
- gruppi elettrogeni di emergenza;
- recupero del calore;
- occupazione diretta e stabile;
- impatti cumulativi;
- bonifiche e condizioni ambientali del sito;
- ricadute economiche reali sul territorio.
La qualifica di investimento strategico non deve ridurre la trasparenza né comprimere le garanzie ambientali.
L’accelerazione delle autorizzazioni non può diventare una scorciatoia nelle valutazioni.
L’energia deve essere aggiuntiva e realmente rinnovabile
Una delle questioni decisive riguarda l’approvvigionamento elettrico.
Non basta dichiarare che un data center utilizzerà energia rinnovabile attraverso contratti o certificati.
Bisogna verificare se l’energia sarà:
- prodotta da nuovi impianti;
- realmente aggiuntiva rispetto a quella già disponibile;
- disponibile nelle ore in cui il centro ne avrà bisogno;
- compatibile con la capacità della rete;
- sottratta oppure no agli usi di famiglie e imprese;
- accompagnata da sistemi di accumulo;
- tracciabile attraverso dati pubblici.
La domanda politica è semplice:
l’energia sarà davvero nuova, pulita e aggiuntiva, oppure verrà assorbita dalla stessa rete già utilizzata dalle comunità e dal sistema produttivo?
La proposta di legge regionale in preparazione ipotizza una quota minima di energia rinnovabile e una clausola di salvaguardia collegata all’aumento dei consumi elettrici regionali. È un primo elemento utile, ma quote, soglie e controlli dovranno essere definiti in modo rigoroso.
La sostenibilità non può essere affidata all’autocertificazione dei promotori.
L’acqua è una risorsa pubblica
I server producono calore e devono essere raffreddati continuamente.
Le tecnologie utilizzate possono avere consumi idrici molto diversi. Per questo ogni progetto deve indicare con precisione:
- il consumo annuo previsto;
- i picchi stagionali;
- la fonte di approvvigionamento;
- la qualità dell’acqua necessaria;
- la quantità restituita;
- gli effetti nei periodi di siccità;
- le alternative tecnologiche disponibili;
- gli eventuali sistemi di riciclo.
Non è sufficiente parlare genericamente di “raffreddamento efficiente”.
Il Piemonte ha già sperimentato periodi di siccità e crescente pressione sulle risorse idriche. L’acqua destinata a una grande infrastruttura deve essere valutata insieme agli usi civili, agricoli, industriali ed ecologici.
La futura disciplina regionale ipotizza l’obbligo di sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico, ma dovrà indicare parametri misurabili, dati pubblici e procedure di controllo.
L’acqua non può diventare una variabile secondaria di un investimento privato.
Il consumo di suolo non si compensa con un assegno
I data center richiedono superfici molto ampie e fortemente infrastrutturate.
La priorità deve essere il riutilizzo di:
- aree industriali dismesse;
- suoli già impermeabilizzati;
- siti da bonificare;
- edifici esistenti;
- aree dotate delle necessarie infrastrutture.
Terreni agricoli, aree naturali, zone a rischio idrogeologico e territori di elevato valore paesaggistico devono essere esclusi o sottoposti a limiti particolarmente rigorosi.
La proposta regionale distingue tra aree di attrazione, repulsione ed esclusione, indicando tra le zone preferenziali i siti già impermeabilizzati o dismessi e tra quelle da escludere parchi, riserve, siti Natura 2000, terreni di elevato interesse agronomico e aree ad alto rischio idrogeologico.
È una direzione condivisibile, ma deve essere applicata senza deroghe costruite su misura.
Una compensazione economica non restituisce un suolo agricolo consumato.
Prima si evita l’impatto. Solo ciò che non può essere evitato può essere mitigato o compensato.
Anche l’aria e il rumore devono essere valutati
Un data center non produce emissioni soltanto attraverso l’energia che consuma.
Per garantire continuità operativa, queste strutture possono utilizzare numerosi gruppi elettrogeni di emergenza. Anche quando entrano in funzione raramente, devono essere sottoposti a prove periodiche che possono generare emissioni e rumore.
Occorre quindi conoscere:
- numero e potenza dei generatori;
- combustibile utilizzato;
- durata e frequenza delle prove;
- emissioni previste;
- distanza dalle abitazioni;
- qualità dell’aria già presente nel territorio;
- effetti cumulativi con traffico e impianti esistenti.
La proposta regionale ipotizza limiti al ricorso ai gruppi elettrogeni di back-up e considera qualità dell’aria e clima acustico tra gli obiettivi della legge.
Questi limiti devono però diventare prescrizioni vincolanti, non semplici raccomandazioni.
Recuperare il calore, non disperderlo
Una grande quantità dell’energia assorbita dai data center viene trasformata in calore.
Quel calore può essere recuperato per alimentare:
- reti di teleriscaldamento;
- edifici pubblici;
- impianti sportivi;
- processi industriali;
- serre;
- quartieri vicini.
Ma il recupero non deve restare una possibilità teorica utilizzata per migliorare la presentazione del progetto.
Bisogna verificare:
- se esiste una domanda termica nelle vicinanze;
- chi realizzerà le infrastrutture;
- chi sosterrà i costi;
- entro quali tempi;
- quale quota del calore sarà effettivamente utilizzata;
- quali benefici economici riceveranno gli utenti.
La futura legge regionale considera la valorizzazione del calore di scarto uno degli obiettivi e ipotizza l’impiego di un indicatore specifico per misurarla.
La mia posizione è che il recupero debba diventare obbligatorio quando tecnicamente possibile, con impegni verificabili già nella fase autorizzativa.
Non basta promettere posti di lavoro
I data center vengono spesso presentati come grandi occasioni occupazionali.
È necessario distinguere tra:
- posti temporanei legati al cantiere;
- occupazione indiretta;
- personale altamente specializzato;
- manutenzione;
- sicurezza;
- servizi esternalizzati;
- occupazione stabile a regime.
Un investimento può essere enorme dal punto di vista economico e relativamente limitato dal punto di vista dell’occupazione permanente.
Per questo chiedo che ogni progetto presenti dati trasparenti su:
- numero di lavoratori nelle diverse fasi;
- durata dei contratti;
- qualifiche richieste;
- provenienza della manodopera;
- formazione finanziata;
- applicazione dei contratti collettivi;
- sicurezza sul lavoro;
- ricadute per imprese e competenze locali.
Le compensazioni economiche non possono sostituire una vera politica industriale e occupazionale.
La Regione deve negoziare benefici pubblici concreti, non limitarsi a celebrare l’ammontare dell’investimento.
Valutazioni indipendenti, non studi pagati soltanto dai proponenti
I progetti devono essere accompagnati da studi tecnici, ma le valutazioni non possono dipendere esclusivamente dalla documentazione prodotta o commissionata da chi vuole realizzare l’opera.
Per i progetti più rilevanti servono:
- istruttorie pubbliche rafforzate;
- competenze indipendenti;
- coinvolgimento di ARPA;
- dati accessibili;
- confronto con università ed enti di ricerca;
- monitoraggio continuo;
- possibilità di controllo da parte delle comunità;
- pubblicazione dei consumi reali dopo l’entrata in funzione.
Le autorizzazioni devono contenere soglie, obblighi e sanzioni.
Se i consumi reali superano quelli dichiarati, se il recupero di calore non viene attivato o se gli impegni ambientali non vengono rispettati, devono esistere conseguenze precise.
La fiducia non sostituisce il controllo pubblico.
La partecipazione deve avvenire prima delle decisioni
La partecipazione non può iniziare quando il progetto è già definito e le scelte fondamentali sono state compiute.
Comuni, cittadini, associazioni, sindacati e attività economiche devono poter conoscere:
- dimensione del progetto;
- consumo di energia;
- consumo di acqua;
- occupazione prevista;
- opere di rete;
- emissioni;
- rumore;
- compensazioni;
- alternative localizzative.
La Regione ha avviato nel luglio 2026 una consultazione pubblica sulla futura legge, riconoscendo che le decisioni con effetti territoriali e ambientali richiedono il coinvolgimento delle comunità e dei portatori di interesse.
È un passaggio necessario, ma la partecipazione deve continuare anche sui singoli insediamenti.
Non si può chiedere ai territori di esprimersi senza fornire tutti i dati necessari.
La futura legge regionale: un risultato politico ancora da costruire
Quando ho portato il tema in Consiglio regionale, la Giunta ha confermato l’intenzione di predisporre una legge specifica dopo la consultazione pubblica.
La bozza di impostazione contiene alcuni elementi importanti:
- applicazione ipotizzata agli impianti da almeno 1 MW;
- classificazione delle aree;
- requisiti energetici e ambientali;
- limiti ai gruppi elettrogeni;
- raffreddamento a basso consumo idrico;
- recupero del calore;
- soglia di efficienza energetica;
- procedimento autorizzativo differenziato;
- misure di compensazione territoriale.
Ma una legge è efficace soltanto quanto lo sono le sue soglie, i controlli e le esclusioni.
La mia battaglia sarà impedire che il testo si riduca a una procedura di semplificazione per gli investitori.
La priorità deve essere governare il fenomeno, non accelerarlo indiscriminatamente.
I criteri che considero irrinunciabili
La legge regionale dovrà prevedere almeno:
- una pianificazione regionale del fabbisogno e della capacità massima sostenibile;
- la valutazione degli impatti cumulativi;
- priorità assoluta alle aree dismesse e già impermeabilizzate;
- esclusione dei terreni agricoli di pregio e delle aree ambientalmente fragili;
- valutazione ambientale rafforzata per i grandi insediamenti;
- energia rinnovabile realmente aggiuntiva e tracciabile;
- verifica preventiva della capacità della rete elettrica;
- limiti vincolanti al consumo idrico;
- pubblicazione dei consumi energetici e idrici effettivi;
- limiti rigorosi ai generatori di emergenza;
- obbligo di recupero del calore quando tecnicamente possibile;
- monitoraggio indipendente di ARPA;
- consultazione preventiva delle comunità;
- accordi pubblici sulle ricadute occupazionali;
- compensazioni ambientali e sociali aggiuntive, non sostitutive;
- garanzie finanziarie per dismissione e ripristino;
- sanzioni in caso di mancato rispetto degli impegni;
- un registro regionale pubblico di tutti i progetti.
Cosa abbiamo ottenuto
Abbiamo portato il tema dei data center dentro il dibattito del Consiglio regionale prima che la moltiplicazione dei progetti diventasse un fatto compiuto.
Abbiamo chiesto criteri regionali uniformi e misure urgenti per non lasciare soli sindaci e comunità.
Abbiamo imposto nel confronto pubblico questioni che inizialmente restavano sullo sfondo:
- energia;
- acqua;
- suolo;
- salute;
- impatti cumulativi;
- trasparenza;
- ricadute occupazionali;
- interesse pubblico.
La Giunta ha riconosciuto la necessità di una disciplina organica e ha avviato la consultazione sulla futura legge regionale.
È un primo passo, non il punto di arrivo.
Cosa resta da fare
Ora dobbiamo:
- esaminare il testo definitivo della legge;
- presentare emendamenti rigorosi;
- introdurre la valutazione cumulativa;
- definire soglie energetiche e idriche vincolanti;
- impedire consumo ingiustificato di suolo;
- garantire controlli indipendenti;
- rendere pubblici tutti i dati;
- coinvolgere realmente le comunità;
- verificare progetto per progetto l’interesse pubblico;
- monitorare Trino, Grugliasco, Settimo, Moncalieri e gli altri territori interessati;
- impedire che l’urgenza degli investimenti riduca le garanzie ambientali;
- assicurare che i benefici economici e occupazionali dichiarati diventino impegni concreti.
La mia idea di futuro
Voglio un Piemonte capace di attrarre innovazione senza consegnare il proprio territorio a chi dispone di più capitale e potere contrattuale.
Un Piemonte che utilizzi la trasformazione digitale per migliorare servizi, ricerca, imprese e pubblica amministrazione, ma che sappia porre limiti quando sono in gioco acqua, energia, suolo e salute.
Un Piemonte che non metta in competizione la transizione digitale con quella ecologica.
Un Piemonte nel quale gli investimenti privati siano valutati sulla base dei benefici pubblici che producono e dei costi collettivi che generano.
Il futuro non è accettare tutto ciò che arriva.
Il futuro è avere la forza politica, le competenze e le regole per scegliere.
La barricata
Contro una trasformazione digitale senza limiti, nella quale energia, acqua, territorio e decisioni pubbliche vengono piegati alle esigenze dei grandi investitori.
Il futuro
Una legge regionale rigorosa, valutazioni indipendenti, energia realmente rinnovabile e aggiuntiva, tutela delle risorse, trasparenza e partecipazione delle comunità.
L’innovazione non è automaticamente progresso. Diventa progresso soltanto quando migliora la vita delle persone senza consumare il loro futuro.
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