La scuola non deve chiedere il permesso per prevenire la violenza
Nel giugno 2026 ho presentato, insieme alle colleghe di Alleanza Verdi e Sinistra, un ordine del giorno contro la legge promossa dal ministro Valditara sul cosiddetto consenso informato preventivo per le attività scolastiche dedicate alla sessualità e all’affettività.
La norma stabilisce che, per partecipare a questi percorsi, le famiglie debbano essere preventivamente informate e autorizzarne espressamente la frequenza.
Presentata come una misura a tutela dei genitori, rischia in realtà di produrre un risultato molto diverso: rendere l’educazione alle relazioni qualcosa di eccezionale, sospetto e facilmente eliminabile dalla vita scolastica.
Ho scelto di contrastarla perché considero questo arretramento particolarmente grave.
Ragazze e ragazzi crescono dentro un mondo nel quale contenuti sessuali, modelli violenti, pornografia, sessismo e disinformazione sono raggiungibili in pochi secondi attraverso uno smartphone.
Pensare di proteggerli evitando che la scuola affronti questi argomenti significa lasciare che vengano educati dagli algoritmi, dai social e dai rapporti di forza tra coetanei.
Il silenzio non è neutralità.
È una rinuncia educativa.
L’educazione affettiva e sessuale non consiste nel dire alle persone come debbano vivere la propria intimità. Significa fornire strumenti per conoscere il corpo, riconoscere il consenso, rispettare i confini, prevenire abusi, discriminazioni, infezioni sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate.
Significa insegnare che una relazione non dà diritto al controllo, che la gelosia non è una prova d’amore e che un no deve essere riconosciuto e rispettato.
Sono competenze essenziali per la salute e per la convivenza.
La Convenzione di Istanbul attribuisce all’educazione un ruolo centrale nella prevenzione della violenza contro le donne. Anche gli organismi internazionali competenti in materia di salute ed educazione considerano i percorsi sessuo-affettivi strumenti di prevenzione e benessere. Questi riferimenti sono alla base dell’ordine del giorno che ho presentato l’8 giugno 2026.
La legge nazionale compie invece un’operazione culturale precisa.
Rappresenta l’educazione affettiva come un possibile pericolo dal quale le famiglie devono proteggere i figli.
In questo modo delegittima il lavoro svolto da docenti, consultori, centri antiviolenza, operatori sanitari e associazioni che da anni entrano nelle scuole con progetti fondati sulle competenze e sulle evidenze scientifiche.
La collaborazione con le famiglie è fondamentale.
Ma collaborare non significa trasformare ogni contenuto educativo in una prestazione opzionale.
La scuola pubblica possiede un mandato costituzionale e una responsabilità collettiva. Deve formare cittadini consapevoli, prevenire le discriminazioni e garantire a tutte e tutti un accesso uguale alle conoscenze.
Il consenso preventivo rischia invece di escludere proprio le persone che avrebbero maggiore bisogno di questi strumenti.
Un ragazzo che cresce in una famiglia nella quale non si parla di sessualità.
Una ragazza che vive una relazione di controllo e non sa riconoscerla.
Un adolescente LGBTQIA+ che non trova uno spazio sicuro nel quale porre domande.
Per loro la scuola può essere l’unico luogo nel quale ricevere informazioni corrette e non giudicanti.
Renderne l’accesso dipendente dall’autorizzazione familiare significa aumentare le disuguaglianze.
L’ordine del giorno chiedeva alla Regione Piemonte di esprimere una contrarietà politica alla legge e di sostenere, nell’ambito delle proprie competenze, percorsi dedicati al consenso, alla parità, alla salute sessuale e riproduttiva e al contrasto delle discriminazioni.
Proponeva inoltre una strategia regionale costruita con scuole, università, consultori, centri antiviolenza, organizzazioni sindacali e terzo settore.
Non si trattava quindi soltanto di opporsi a una scelta nazionale.
Si trattava di indicare cosa può fare concretamente il Piemonte.
La Regione finanzia progetti educativi, programmi di prevenzione e iniziative rivolte alle nuove generazioni. Può scegliere di sostenere percorsi qualificati, formare gli operatori e garantire che nessuna scuola venga lasciata sola davanti a temi complessi.
La violenza maschile non nasce improvvisamente nell’età adulta.
Si costruisce anche attraverso modelli appresi, stereotipi, incapacità di gestire il rifiuto e rappresentazioni proprietarie delle relazioni.
Se vogliamo prevenirla dobbiamo iniziare prima.
E dobbiamo farlo con serietà, non attraverso campagne occasionali organizzate dopo l’ennesimo femminicidio.
Difendere l’autonomia scolastica significa anche questo: riconoscere che chi educa deve poter affrontare la realtà nella quale vivono le nuove generazioni.
La scuola non può promettere alle famiglie che terrà fuori tutto ciò che è difficile.
Deve promettere che lo affronterà con competenza, rispetto e responsabilità.
Il vero pericolo non è parlare di affettività.
È lasciare che ragazze e ragazzi imparino tutto senza adulti preparati con cui confrontarsi.





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