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Tag Archivio per: #FondoRider #LavoroDignitoso #RegionePiemonte #CeraIlFuturo

Il voto unanime sul Fondo per i rider: come una proposta respinta è diventata un impegno di tutto il Consiglio

in Dalla Regione

Il 31 luglio 2026 il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato all’unanimità il mio ordine del giorno per l’istituzione di un Fondo regionale destinato alle lavoratrici e ai lavoratori impiegati attraverso le piattaforme digitali.

L’atto era collegato all’assestamento del bilancio regionale 2026-2028 ed era sottoscritto, oltre che da me come prima firmataria, da Alice Ravinale, Giulia Marro, Nadia Conticelli e Laura Pompeo.

È stato un risultato importante soprattutto per il percorso che lo ha preceduto.

La proposta di un Fondo non era nata pochi giorni prima del voto.

L’avevo presentata già nell’estate del 2025, chiedendo alla Regione uno strumento capace di compensare i periodi nei quali i rider non potevano lavorare a causa del caldo estremo, di un infortunio o di un guasto tecnico.

Quell’ordine del giorno non aveva ottenuto l’approvazione.

La maggioranza non aveva ancora accettato l’idea che la Regione potesse svolgere un ruolo diretto nel sostegno al reddito di una categoria formalmente frammentata e priva dei normali ammortizzatori sociali.

Un anno dopo, il Consiglio ha votato sì all’unanimità.

Tra i due momenti non è cambiata soltanto una formulazione.

Sono accadute mobilitazioni, nuove ondate di calore, segnalazioni sul mancato rispetto delle tutele, presìdi davanti alla Regione e un lavoro costante con rider e NIdiL CGIL.

La questione è diventata progressivamente impossibile da ignorare.

Il nuovo ordine del giorno è stato presentato il 30 luglio e approvato il giorno successivo. Il testo impegna politicamente la Giunta a istituire il Fondo nell’ambito del prossimo bilancio regionale. Non stabilisce ancora una cifra e non definisce tutti i criteri di accesso.

È proprio qui che bisogna distinguere il risultato dalla sua celebrazione.

Il voto unanime non consegna immediatamente un’indennità ai rider.

Non apre automaticamente un capitolo finanziato.

Non chiarisce ancora in quali circostanze il sostegno verrà riconosciuto, per quanto tempo, con quale importo e attraverso quale procedura.

Ma modifica in modo sostanziale il quadro politico.

Fino a quel momento la Giunta poteva sostenere che il Fondo fosse una proposta dell’opposizione, difficile da realizzare o estranea alle priorità regionali.

Dopo il voto del 31 luglio, l’istituzione dello strumento è diventata un impegno assunto dall’intero Consiglio.

La maggioranza non può più dichiararsi genericamente sensibile alle condizioni dei rider.

Deve tradurre il proprio voto in una norma di bilancio.

È questo il passaggio che monitorerò.

Il primo elemento da verificare sarà lo stanziamento.

Un Fondo privo di una dotazione adeguata rischierebbe di diventare una misura simbolica, incapace di coprire il numero dei lavoratori e le diverse situazioni per le quali è stato immaginato.

Il secondo riguarda i criteri.

Lo strumento dovrebbe intervenire almeno durante le sospensioni dovute alle condizioni meteorologiche estreme, agli infortuni e ai guasti tecnici che impediscono di lavorare.

La procedura dovrà essere semplice.

Non possiamo costruire un sostegno destinato a lavoratori precari e poi renderlo inaccessibile attraverso certificazioni complesse, tempi lunghi o requisiti incompatibili con la natura discontinua del lavoro.

Il terzo nodo è il rapporto con le piattaforme.

Il Fondo pubblico non deve diventare il modo con cui la collettività sostituisce le responsabilità delle aziende.

La Regione può intervenire per colmare un vuoto di tutela, ma deve contemporaneamente chiedere alle piattaforme di contribuire, fornire dati, rispettare le ordinanze e garantire condizioni di sicurezza.

Altrimenti rischieremmo di socializzare il costo dell’inattività lasciando privati i profitti del servizio.

Il quarto elemento è il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori nella definizione della misura.

Chi consegna conosce concretamente i problemi: la variabilità delle entrate, i sistemi di pagamento, le conseguenze di una giornata di stop e le difficoltà nel dimostrare che l’attività è stata interrotta per ragioni indipendenti dalla propria volontà.

Costruire il Fondo senza questo confronto significherebbe rischiare di produrre una misura formalmente corretta ma poco utilizzabile.

Il voto del 31 luglio racconta anche qualcosa sul lavoro di opposizione.

Fare opposizione non significa limitarsi a denunciare una situazione e pubblicare una dichiarazione.

Significa presentare una proposta, accettare una prima sconfitta, continuare a costruire consenso sociale e istituzionale e riproporla quando il terreno politico è cambiato.

Il risultato non appartiene soltanto a chi ha firmato l’atto.

Appartiene prima di tutto ai rider che hanno scioperato e raccontato pubblicamente le proprie condizioni.

Appartiene a NIdiL CGIL, che ha mantenuto aperta la vertenza anche quando l’attenzione mediatica diminuiva.

Appartiene al lavoro di squadra portato avanti in Consiglio con Alice Ravinale e Giulia Marro e al sostegno delle consigliere del Partito Democratico che hanno sottoscritto l’ordine del giorno.

Ora comincia la fase più delicata.

Un impegno approvato all’unanimità può diventare un precedente importante oppure perdersi tra gli atti mai pienamente attuati.

La differenza la farà il prossimo bilancio regionale.

Quando arriverà quel momento, non discuteremo più se il Fondo sia necessario.

Il Consiglio lo ha già riconosciuto.

Discuteremo di quanti soldi destinargli, di come farlo funzionare e di quanto seriamente la Regione intenda rispettare la parola data.

La battaglia ha ottenuto un voto.

Adesso deve ottenere una tutela.

Dalla consegna alla sicurezza: perché ho proposto organismi territoriali per il lavoro sulle piattaforme

in Dalla Regione

Ogni estate, durante le giornate più calde, torniamo a parlare delle condizioni dei rider.

Li vediamo attraversare le città con temperature estreme, discutiamo delle ordinanze e chiediamo alle piattaforme di sospendere le consegne.

Poi la temperatura diminuisce e, insieme al caldo, scompare anche l’attenzione politica.

È precisamente questo meccanismo che ho cercato di interrompere con l’emendamento presentato nel luglio 2026 alla legge regionale di riordino.

La proposta non riguardava una nuova ordinanza né un intervento limitato all’emergenza.

Chiedeva di modificare la legge regionale sul lavoro e di promuovere la costituzione di organismi bilaterali territoriali dedicati alle lavoratrici e ai lavoratori delle piattaforme digitali.

In questi organismi dovrebbero incontrarsi le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative e le imprese del settore, con il coinvolgimento degli SPRESAL e degli altri soggetti istituzionali competenti.

L’obiettivo è costruire un luogo stabile nel quale affrontare formazione professionale, prevenzione degli infortuni, salute, sicurezza e misure di welfare.

Può sembrare una proposta molto tecnica.

In realtà riguarda un problema politico essenziale: chi rappresenta un lavoratore quando il luogo di lavoro è una strada e l’organizzazione del servizio è affidata a un algoritmo?

In una fabbrica esistono un ingresso, un responsabile, turni riconoscibili e strumenti di rappresentanza sindacale consolidati.

Nel food delivery tutto è frammentato.

I rider lavorano individualmente, spesso non si incontrano tra loro, utilizzano mezzi propri e ricevono gli ordini attraverso un’app. Le piattaforme possono cambiare modalità di assegnazione, tariffe, incentivi e sistemi di valutazione senza un confronto reale con chi lavora.

Anche la prevenzione diventa più difficile.

Chi verifica che biciclette, caschi e dispositivi siano adeguati? Chi forma le persone sui rischi stradali e climatici? Chi controlla i tempi imposti dalle consegne? Come si segnalano pressioni dell’algoritmo incompatibili con la sicurezza?

Gli SPRESAL possiedono competenze importanti nella prevenzione e nel controllo dei rischi lavorativi.

Ma per intervenire efficacemente hanno bisogno di interlocutori, dati e procedure riconoscibili.

Un organismo territoriale potrebbe raccogliere segnalazioni, promuovere formazione multilingue, definire protocolli durante le emergenze climatiche e costruire iniziative comuni tra istituzioni, sindacati e aziende.

Non sostituirebbe la contrattazione nazionale.

Non potrebbe risolvere da solo il problema dell’inquadramento giuridico dei rider né imporre una disciplina complessiva degli algoritmi.

Potrebbe però rendere visibili rischi che oggi restano dispersi e offrire un punto di riferimento stabile a lavoratori spesso isolati.

La bilateralità, naturalmente, funziona soltanto se esiste un equilibrio reale tra le parti.

Non deve diventare un tavolo nel quale le piattaforme partecipano volontariamente senza assumere obblighi.

La Regione deve valorizzare le organizzazioni realmente rappresentative, definire obiettivi verificabili e collegare eventuali incentivi pubblici al rispetto delle regole concordate.

Il coinvolgimento sindacale è indispensabile proprio perché le piattaforme possiedono una quantità enorme di informazioni che i singoli rider non hanno.

Conoscono tempi, percorsi, rifiuti, disponibilità, valutazioni e frequenza delle consegne. Questi dati possono essere utilizzati per organizzare il servizio, ma anche per esercitare una pressione continua.

La sicurezza deve quindi comprendere anche il funzionamento dell’algoritmo.

Se il sistema assegna una consegna con tempi irrealistici, incentiva implicitamente comportamenti pericolosi.

Se penalizza chi rifiuta un ordine durante un temporale o in una situazione di caldo estremo, la libertà formale del lavoratore diventa irrilevante.

Se premia la disponibilità costante, può spingere le persone a restare connesse più a lungo e a rinunciare alle pause.

Non possiamo discutere di sicurezza limitandoci al casco.

Dobbiamo discutere di chi decide il ritmo del lavoro.

L’emendamento nasceva anche dal confronto portato avanti con NIdiL CGIL e con i rider durante le mobilitazioni torinesi.

Il sindacato aveva segnalato agli organismi di vigilanza le criticità riscontrate durante l’applicazione dell’ordinanza contro il caldo e aveva chiesto controlli effettivi sulle piattaforme. Le proteste del luglio 2026 hanno nuovamente reso visibile un problema che non poteva essere affrontato soltanto in modo emergenziale.

La proposta sugli organismi territoriali costituisce quindi il secondo passaggio della battaglia.

Il Fondo interviene quando il reddito viene meno.

La bilateralità prova a costruire prevenzione, rappresentanza e strumenti permanenti prima che si verifichino l’infortunio o l’emergenza.

Le due misure non si sostituiscono.

Si completano.

La Regione deve sostenere economicamente chi è costretto a fermarsi, ma deve anche lavorare perché il rischio venga ridotto, le informazioni circolino e le imprese siano chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.

Il lavoro digitale non è privo di un’organizzazione.

È organizzato in modo nuovo e spesso opaco.

La politica deve imparare a riconoscere questa struttura, entrare nei suoi meccanismi e restituire potere a chi oggi riceve soltanto una notifica sul telefono.

I rider non possono essere considerati visibili durante l’emergenza e invisibili per il resto dell’anno.

Hanno bisogno di un luogo permanente nel quale la loro voce produca regole

L’ordinanza fermava le consegne, non il bisogno di reddito: il paradosso dei rider durante il caldo estremo

in Dalla Regione

Nell’estate del 2025 il Piemonte ha compiuto una scelta importante: includere anche i rider nell’ordinanza che vietava il lavoro nelle ore centrali delle giornate caratterizzate da caldo estremo.

Per la prima volta si riconosceva esplicitamente che pedalare sull’asfalto, nel traffico urbano, trasportando pesi e rispettando tempi imposti da una piattaforma digitale, espone a rischi reali per la salute.

Ma dentro quella decisione c’era una contraddizione.

L’ordinanza poteva fermare la consegna. Non fermava l’affitto, le bollette, la spesa o il bisogno di guadagnare.

Per molti rider non lavorare significa semplicemente non essere pagati.

Non esiste una giornata retribuita di sospensione. Non esiste, nella maggior parte dei casi, una cassa integrazione. Non esiste un datore di lavoro chiaramente visibile al quale chiedere di compensare le ore perse.

Il lavoro è organizzato da un’applicazione, ma il rischio economico resta interamente sulle spalle della persona che consegna.

È da questa contraddizione che è nata la mia prima proposta per un Fondo regionale di sostegno al reddito.

Nel luglio 2025 ho presentato l’ordine del giorno n. 319, collegato all’assestamento del bilancio regionale. L’atto chiedeva di compensare i periodi di inattività dovuti a condizioni meteorologiche estreme, infortuni e guasti tecnici, costruendo per i rider uno strumento con una funzione simile a quella di un ammortizzatore sociale.

Non era una richiesta astratta.

Durante le ondate di calore, un rider può ricevere formalmente l’indicazione di interrompere l’attività e continuare contemporaneamente a vedere ordini disponibili sull’applicazione.

Può sapere che uscire è pericoloso, ma anche che rifiutare troppe consegne rischia di ridurre il guadagno o penalizzare la propria posizione nei meccanismi della piattaforma.

La libertà di fermarsi esiste davvero soltanto quando non comporta la perdita immediata del reddito.

Senza questa tutela, la sicurezza rischia di restare una dichiarazione formale.

L’ordine del giorno affrontava anche altri aspetti molto concreti: l’apertura di nuovi punti di sosta dotati di acqua, servizi igienici, elettricità e connessione; il sostegno alle iniziative già promosse da NIdiL CGIL, ARCI e dalle realtà associative; la formazione; la trasparenza degli algoritmi; il superamento del pagamento a cottimo e la promozione di piattaforme cooperative.

Il punto di partenza era però il reddito.

Perché non possiamo chiedere a una persona di scegliere responsabilmente la propria salute, se tutte le conseguenze economiche della scelta ricadono su di lei.

Questa battaglia ha assunto una nuova urgenza nell’estate del 2026.

Durante le giornate più calde sono arrivate segnalazioni di rider ancora presenti nelle strade torinesi nonostante le limitazioni. NIdiL CGIL ha denunciato la necessità di verificare il rispetto dell’ordinanza e ha promosso mobilitazioni davanti alla Regione. Il 16 luglio ho partecipato al presidio insieme ai lavoratori e alle categorie sindacali coinvolte.

Ascoltando le testimonianze, è emerso ancora una volta che il problema non poteva essere risolto soltanto attraverso un divieto.

Una piattaforma può sospendere temporaneamente il servizio in una determinata fascia oraria. Ma chi verifica che la sospensione sia reale? Chi controlla eventuali comunicazioni contraddittorie? Chi garantisce che le persone non vengano spinte a lavorare immediatamente prima o dopo il periodo vietato, concentrando le consegne nelle ore limitrofe?

E soprattutto: chi paga il tempo nel quale non è possibile lavorare?

La crisi climatica sta rendendo queste domande sempre più frequenti.

Il caldo estremo non è più un evento eccezionale. È una condizione destinata a incidere stabilmente sull’organizzazione del lavoro all’aperto.

La risposta non può essere affidata ogni estate a un’ordinanza emergenziale.

Servono regole permanenti, controlli, un sistema di allerta chiaro e un sostegno economico automatico per chi è costretto a sospendere l’attività.

La Regione non possiede tutte le competenze necessarie a regolare il lavoro sulle piattaforme. Contratti, subordinazione, previdenza e ammortizzatori sociali richiedono soprattutto un intervento nazionale.

Ma questo non significa che debba restare immobile.

Può intervenire sulla sicurezza, sulla formazione, sui servizi territoriali e sulle misure regionali di sostegno. Può inoltre utilizzare la Conferenza Stato-Regioni per chiedere una disciplina nazionale più avanzata.

La proposta del Fondo nasce da qui: colmare almeno una parte del vuoto mentre il quadro nazionale resta incompleto.

Non basta dire ai rider di non uscire nelle ore più pericolose.

Bisogna fare in modo che possano davvero permettersi di restare fermi.

Caption social di lancio:

Il Piemonte aveva vietato ai rider di lavorare nelle ore di caldo estremo. Ma senza alcuna indennità, fermarsi significava perdere il reddito.
È da questa contraddizione che nel 2025 è nata la mia proposta per un Fondo regionale. Ho ricostruito l’inizio della battaglia su valentinacera.it.

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