Due ore in caserma per un farmaco prescritto: la storia che ha fatto emergere il caso piemontese
La vicenda è cominciata con una convocazione.
Una donna piemontese di quarant’anni, affetta da una patologia rara e da una malattia oncologica, è stata invitata a presentarsi in una caserma dei carabinieri. Non perché fosse accusata di aver commesso un reato, ma per fornire informazioni sulla terapia con cannabis medica prescritta dal proprio medico.
Ho deciso di accompagnarla.
L’audizione è durata più di due ore. Le domande hanno riguardato il suo stato di salute, la prescrizione ricevuta, le visite effettuate, i pagamenti e il modo in cui era riuscita a ottenere il medicinale. La vicenda era collegata a un’indagine sulle modalità di spedizione della cannabis terapeutica da parte di una farmacia fuori regione.
Quella donna non aveva cercato una sostanza illegale.
Aveva cercato un farmaco.
Lo aveva fatto perché reperire con continuità la preparazione prescritta nella propria regione era diventato difficile. Come altri pazienti, si era rivolta a una farmacia galenica capace di preparare il medicinale e di garantirne la disponibilità.
Il punto più grave è proprio questo paradosso.
Una persona incontra ostacoli nel sistema sanitario pubblico, cerca una soluzione per non interrompere la terapia e finisce per essere convocata dalle forze dell’ordine a causa del percorso che è stata costretta a seguire.
Il problema, naturalmente, non è che la magistratura svolga le proprie indagini o che le forze dell’ordine raccolgano informazioni.
Il problema è il modo in cui una persona malata può vivere quella convocazione.
Ricevere una telefonata, presentarsi in una caserma e rispondere per ore a domande sulla propria patologia e sui propri medici può produrre paura, disagio e la sensazione di essere sospettati per il solo fatto di assumere cannabis.
Non avremmo la stessa reazione culturale davanti a un farmaco oppioide, a un ansiolitico o a un’altra terapia soggetta a prescrizione.
La parola cannabis, invece, continua ad attivare automaticamente diffidenza e stigma.
È come se la distinzione tra uso terapeutico e uso illecito scomparisse.
Eppure la cannabis medica è prescritta da un medico, preparata secondo regole precise e utilizzata per trattare condizioni cliniche nelle quali le terapie convenzionali possono non essere sufficienti. In Piemonte può essere erogata a carico del servizio sanitario per alcune indicazioni, tra cui forme di dolore cronico non responsive alle terapie tradizionali.
Non è una scorciatoia.
Non è un espediente per aggirare la legge.
È una terapia che può aiutare persone con dolore cronico, patologie neurologiche, spasticità, effetti collaterali delle cure oncologiche e altre condizioni complesse.
Dopo quel primo caso sono emerse altre segnalazioni.
Pazienti convocati per chiarire da chi avessero ricevuto la prescrizione, come avessero pagato il medicinale, quali contatti avessero avuto con medici e farmacie. In alcuni casi sarebbero stati richiesti anche messaggi ed e-mail riguardanti la terapia.
È diventato evidente che non stavamo parlando soltanto di una singola esperienza personale.
Stava emergendo un problema nazionale, con un riflesso particolarmente forte in Piemonte.
La vicenda ha mostrato la distanza tra la legalità formale della terapia e il modo in cui chi la utilizza continua a essere percepito.
Una persona può avere una prescrizione valida, seguire il medico e rispettare tutte le indicazioni, ma trovarsi comunque costretta a dimostrare la propria buona fede.
Questo clima produce conseguenze.
Alcuni pazienti possono rinunciare alla terapia per paura. Alcuni medici possono evitare di prescriverla per non affrontare complicazioni. Alcune farmacie possono decidere di non allestire le preparazioni, già soggette a procedure rigorose.
Alla fine, lo stigma diventa un ostacolo sanitario.
Per questo ho scelto di rendere pubblica la vicenda, con il consenso della persona coinvolta, e di portarla dentro il Consiglio regionale.
Non per alimentare uno scontro con le forze dell’ordine, ma per riportare il punto al suo posto: chi si cura deve essere tutelato.
Le istituzioni devono chiarire le procedure, proteggere i dati sanitari e impedire che una persona venga intimidita o colpevolizzata per una terapia regolarmente prescritta.
Quella mattina in caserma ho visto quanto facilmente una questione amministrativa o investigativa possa trasformarsi, per una persona malata, in un’esperienza umiliante.
Da lì è cominciata una battaglia più ampia.
Perché nessun paziente dovrebbe dover scegliere tra interrompere una cura e sentirsi trattato come un sospetto.

