Ottanta richieste e sedici impianti: perché ho portato l’espansione dei data center in Consiglio regionale
Quando ho presentato il mio question time sui data center, il problema non era più prevedere se il fenomeno sarebbe arrivato in Piemonte.
Era già arrivato.
Secondo i dati pubblicati nel luglio 2026, nella nostra regione erano operativi sedici centri di elaborazione dati e risultavano presentate oltre ottanta richieste per nuovi insediamenti, anche da parte di grandi operatori internazionali del digitale.
Numeri che cambiano completamente la prospettiva.
Non stavamo discutendo di qualche progetto isolato. Stavamo assistendo alla nascita di un nuovo settore infrastrutturale, con conseguenze potenzialmente enormi sulla domanda elettrica, sulla pianificazione territoriale e sulla disponibilità delle risorse.
Nel frattempo, però, le decisioni continuavano ad arrivare una alla volta sui tavoli dei Comuni.
A Moncalieri si discuteva dell’ex Ilte. A Grugliasco dell’ex Pininfarina. A Settimo Torinese era emersa l’ipotesi di utilizzare l’area ex Lucchini, successivamente rallentata anche a causa dei problemi di bonifica.
Ogni amministrazione locale si trovava a valutare progetti tecnicamente complessi e caratterizzati da investimenti molto consistenti.
Ma energia, acqua e qualità dell’aria non si fermano ai confini amministrativi.
La potenza richiesta da un impianto può rendere necessarie opere sulla rete elettrica che attraversano più territori. Il fabbisogno idrico si inserisce in un sistema regionale già sottoposto agli effetti della siccità. Le emissioni dei gruppi elettrogeni devono essere valutate insieme a quelle già presenti nelle aree urbane e industriali.
Per questo, il 14 luglio 2026, ho chiesto alla Giunta regionale quali criteri e quali azioni intendesse adottare con urgenza, anche in attesa dell’approvazione della legge annunciata.
La domanda era volutamente molto concreta: che cosa succede ai progetti presentati oggi, mentre le nuove regole ancora non esistono?
La mia preoccupazione era evitare che i sindaci e le comunità locali fossero lasciati soli ad assumere decisioni destinate a produrre effetti su tutta la regione.
Nel question time ho richiamato proprio i casi di Grugliasco e Settimo, che si aggiungevano ad altre proposte già note. Ho chiesto tutela dell’ambiente e della salute pubblica, criteri uniformi e una valutazione capace di superare la frammentazione dei singoli procedimenti.
La Giunta ha risposto confermando il lavoro sulla futura legge regionale.
Ma nel frattempo non ha indicato una vera misura transitoria capace di governare i progetti già in corso.
È questo il punto sul quale continuo a insistere.
Non possiamo accorgerci della dimensione del fenomeno soltanto dopo aver autorizzato una lunga serie di insediamenti.
La programmazione serve prima.
Serve stabilire una capacità massima sostenibile, conoscere le richieste di connessione alla rete, individuare le aree compatibili e valutare gli impatti cumulativi.
La parola “cumulativi” è decisiva.
Un data center, considerato singolarmente, può apparire compatibile con le risorse disponibili. Ma che cosa accade quando nello stesso quadrante se ne insediano tre, cinque o dieci?
Quanta energia assorbiranno complessivamente? Quali infrastrutture saranno necessarie? Quale pressione produrranno sulle risorse idriche? Quanti gruppi elettrogeni verranno installati?
Senza questa valutazione, ogni procedimento può risultare formalmente corretto mentre il risultato complessivo diventa insostenibile.
C’è poi un tema democratico.
I territori non possono conoscere i dettagli soltanto quando il progetto arriva in variante urbanistica o in conferenza dei servizi.
Devono esistere un registro pubblico regionale, dati accessibili e una mappa degli insediamenti operativi, autorizzati e proposti.
Un cittadino deve poter sapere quanta potenza è stata richiesta nella propria zona, quali opere di rete sono previste e quali impegni ambientali sono stati assunti.
Anche le ricadute occupazionali devono essere verificate.
Gli annunci tendono a sommare lavoratori di cantiere, occupazione indiretta e posti stabili, producendo numeri molto elevati. Ma alle comunità interessa sapere quanti rapporti di lavoro resteranno davvero quando la costruzione sarà terminata, con quali qualifiche e con quali contratti.
Chiedere questi dati non significa essere contrari allo sviluppo.
Significa pretendere che lo sviluppo venga misurato con parametri pubblici, non soltanto con l’importo dell’investimento.
La mia interrogazione ha avuto un primo effetto: ha portato formalmente il tema dentro l’Aula e ha costretto la Regione a confrontarsi con l’urgenza.
Ma la risposta ha confermato anche il problema.
La legge era ancora in preparazione, mentre la trasformazione procedeva già molto velocemente.
Pochi giorni dopo sarebbe arrivato l’annuncio di Trino, con una dimensione tale da rendere ancora più evidente che il Piemonte non poteva continuare a decidere un progetto alla volta.




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