Le 10 battaglie identitarie: Rider e lavoro sulle piattaforme
Chi consegna tutto non può essere lasciato senza tutele
Dietro la comodità di un pasto ordinato con un’app ci sono donne e uomini che attraversano le nostre città in bicicletta o in motorino, sotto la pioggia, nel traffico e durante le giornate di caldo estremo.
Sono lavoratrici e lavoratori essenziali per un’economia che cresce rapidamente, ma che continua troppo spesso a considerarli semplici utenti di una piattaforma: disponibili quando arriva una consegna, invisibili quando si tratta di garantire sicurezza, reddito e diritti.
La mia battaglia nasce da qui: dalla convinzione che l’innovazione tecnologica non possa diventare uno strumento per cancellare le responsabilità delle imprese e scaricare ogni rischio sulle persone.
Un algoritmo può distribuire gli ordini. Non può decidere il valore di un essere umano.
Un lavoro moderno con tutele troppo antiche
Il lavoro attraverso le piattaforme digitali viene raccontato con parole come libertà, flessibilità e autonomia. Nella realtà, molti rider dipendono dalle consegne per una parte fondamentale del proprio reddito e devono confrontarsi quotidianamente con sistemi di assegnazione degli ordini, punteggi, tempi e meccanismi sui quali hanno pochissimo potere.
La distanza tra la piattaforma e il lavoratore rende più difficile individuare le responsabilità. Se una persona si ferma perché le condizioni climatiche sono pericolose, perché ha avuto un incidente o perché il proprio mezzo è danneggiato, spesso non perde soltanto alcune ore di lavoro: perde immediatamente una parte del reddito necessario per vivere.
È una forma di precarietà particolarmente dura perché trasferisce quasi interamente il rischio d’impresa su chi lavora:
- il rischio del maltempo;
- il rischio di un incidente;
- il costo del mezzo e della sua manutenzione;
- il costo del telefono e della connessione;
- la riduzione delle consegne;
- l’assenza di un reddito quando lavorare diventa impossibile o pericoloso.
La tecnologia cambia. I diritti fondamentali, invece, devono continuare a valere.
Il caldo estremo ha reso evidente un’ingiustizia
La crisi climatica non è un problema astratto. È già una questione di salute e sicurezza sul lavoro.
Durante le ondate di calore, i rider continuano a muoversi sull’asfalto delle città nelle ore più pericolose, esposti alle alte temperature, alla disidratazione, alla fatica e al rischio di incidenti. Fermarsi, tuttavia, può significare non essere pagati.
Nel giugno 2026, nonostante l’ordinanza regionale contro il lavoro nelle ore di caldo estremo, sono emerse segnalazioni di consegne che continuavano a essere effettuate. NIdiL CGIL ha denunciato il mancato rispetto sostanziale delle limitazioni e la necessità di controlli e tutele economiche per chi non poteva lavorare.
Questo è il cuore del problema: non basta dire a una persona di non lavorare se poi non le viene garantito alcun reddito durante la sospensione.
Una misura pensata per proteggere la salute rischia altrimenti di trasformarsi in una scelta impossibile:
proteggersi oppure riuscire a pagare le spese quotidiane.
Per questo ho sostenuto fin dall’inizio che al divieto di lavorare nelle condizioni più pericolose dovesse corrispondere un meccanismo pubblico di sostegno economico.
La sicurezza non può essere un diritto soltanto per chi può permettersi di fermarsi.
Dall’ascolto alla mobilitazione
Questa battaglia non è nata dentro un ufficio del Consiglio regionale. È cresciuta attraverso il confronto con i rider, con NIdiL CGIL e con le organizzazioni impegnate a difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori delle piattaforme.
Ho partecipato ai presìdi e alle mobilitazioni, ascoltando direttamente le testimonianze di chi lavora ogni giorno nelle strade piemontesi.
Il 16 luglio 2026 i rider hanno scioperato contro il mancato rispetto delle misure di protezione dal caldo e per chiedere controlli efficaci e ammortizzatori sociali. La mobilitazione ha mostrato ancora una volta che la presunta autonomia offerta dalle piattaforme non corrisponde necessariamente a un reale potere di scelta sulle condizioni di lavoro.
Il mio compito è stato portare quelle rivendicazioni dentro le istituzioni, senza indebolirle e senza sostituirmi alle persone che le avevano costruite.
Perché la buona politica non si appropria delle lotte: le ascolta, le sostiene e utilizza il proprio potere per trasformarle in decisioni pubbliche.
La proposta di un Fondo regionale
Ho proposto l’istituzione di un Fondo regionale di sostegno al reddito delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati mediante piattaforme digitali.
L’obiettivo è semplice e concreto: garantire una forma di tutela economica quando il lavoro deve essere sospeso per ragioni indipendenti dalla volontà della persona, a partire dalle condizioni climatiche estreme e dalle situazioni che mettono a rischio salute e sicurezza.
Un rider non può essere costretto a scegliere tra un colpo di calore e una giornata senza reddito.
Il Fondo rappresenta anche un principio politico più ampio: la Regione non può considerare inevitabile l’esistenza di lavoratori privi delle protezioni minime garantite ad altre categorie. Di fronte alle nuove forme di lavoro, le istituzioni devono costruire strumenti nuovi, senza aspettare che siano le piattaforme a decidere spontaneamente di assumersi le proprie responsabilità.
Un primo risultato storico
Il 30 luglio 2026 ho presentato, come prima firmataria, un ordine del giorno collegato all’assestamento del bilancio regionale per istituire il Fondo. L’atto è stato sottoscritto anche da Alice Ravinale, Giulia Marro, Nadia Conticelli e Laura Pompeo. Il 31 luglio è stato approvato all’unanimità dal Consiglio regionale del Piemonte.
È un risultato politico importante e tutt’altro che scontato.
Dopo interrogazioni, incontri, manifestazioni e iniziative costruite insieme ai rider e alle organizzazioni sindacali, l’intero Consiglio regionale ha riconosciuto la necessità di intervenire.
La proposta non appartiene più soltanto ad Alleanza Verdi e Sinistra. È diventata un impegno assunto formalmente da tutte le forze politiche rappresentate nell’Assemblea regionale.
L’approvazione unanime non significa, però, che la battaglia sia conclusa.
L’ordine del giorno apre concretamente alla possibilità di istituire il Fondo nell’ambito del prossimo bilancio regionale, ma non ne ha ancora definito la dotazione economica e le modalità di accesso. Il passaggio decisivo sarà trasformare quell’impegno politico in risorse reali e in uno strumento effettivamente utilizzabile dalle lavoratrici e dai lavoratori.
Per questo continuerò a monitorare ogni fase della sua applicazione.
Un ordine del giorno non deve diventare una dichiarazione da archiviare. Deve produrre una decisione di bilancio.
Prevenzione, sicurezza e rappresentanza
Il sostegno economico è fondamentale, ma non è sufficiente.
La mia proposta complessiva riguarda anche la costruzione di una rete territoriale capace di occuparsi stabilmente del lavoro attraverso le piattaforme digitali.
Ho lavorato per promuovere organismi bilaterali territoriali che coinvolgano le organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori e delle imprese, in relazione con gli SPRESAL e con gli altri soggetti pubblici competenti.
Questi organismi dovrebbero contribuire a realizzare:
- formazione professionale;
- informazione sui diritti;
- prevenzione degli infortuni;
- diffusione della cultura della salute e della sicurezza;
- strumenti di welfare;
- raccolta delle segnalazioni;
- confronto stabile sulle condizioni di lavoro.
I rider non devono essere incontrati soltanto durante un’emergenza o dopo un incidente. Occorre costruire luoghi permanenti nei quali possano essere rappresentati, ascoltati e tutelati.
Non è una battaglia contro l’innovazione
Difendere i rider non significa opporsi alla tecnologia o alle piattaforme digitali.
Significa rifiutare l’idea che innovazione debba essere sinonimo di deregolamentazione, isolamento e riduzione dei diritti.
Una società realmente moderna non utilizza la tecnologia per sottrarsi alle responsabilità. La utilizza per migliorare la qualità della vita e del lavoro.
Le piattaforme hanno costruito modelli economici capaci di organizzare migliaia di consegne, calcolare percorsi, definire tempi e incrociare enormi quantità di dati. Non è credibile sostenere che non siano altrettanto capaci di garantire sicurezza, trasparenza e condizioni economiche dignitose.
Il futuro del lavoro non può essere un ritorno al passato, nel quale ogni persona è lasciata sola di fronte a chi possiede capitale, dati e potere contrattuale.
Cosa abbiamo ottenuto
Abbiamo ottenuto che la condizione dei rider entrasse stabilmente nel dibattito del Consiglio regionale.
Abbiamo collegato le misure contro il caldo estremo alla necessità di garantire un sostegno al reddito.
Abbiamo portato dentro le istituzioni le rivendicazioni costruite dai lavoratori e da NIdiL CGIL.
Abbiamo ottenuto l’approvazione unanime dell’ordine del giorno a mia prima firma per aprire la strada all’istituzione di un Fondo regionale.
Abbiamo affermato un principio: chi lavora attraverso una piattaforma digitale non può essere considerato meno meritevole di sicurezza e protezione.
Cosa resta da fare
Ora dobbiamo ottenere che l’impegno assunto dal Consiglio diventi realtà.
Gli obiettivi della prossima fase sono:
- istituire formalmente il Fondo nel bilancio regionale;
- assegnargli risorse adeguate;
- definire criteri di accesso semplici e inclusivi;
- garantire che sia utilizzabile nei periodi di sospensione per caldo estremo e in altre condizioni di impossibilità o pericolo;
- rafforzare i controlli sul rispetto delle disposizioni di sicurezza;
- costruire una rete territoriale permanente di prevenzione, formazione e rappresentanza;
- coinvolgere direttamente i rider e le organizzazioni sindacali nella definizione degli strumenti;
- contrastare ogni forma di discriminazione algoritmica o penalizzazione nei confronti di chi tutela la propria salute.
Su questi punti continuerò a incalzare la Giunta e a lavorare con le organizzazioni sindacali, con le altre forze politiche disponibili e soprattutto con le lavoratrici e i lavoratori direttamente coinvolti.
La mia idea di futuro
La battaglia dei rider parla di tutta la società.
Parla di un’economia nella quale sempre più persone lavorano attraverso applicazioni, algoritmi e rapporti contrattuali frammentati. Parla del rischio che la tecnologia renda il lavoro più veloce per chi consuma e più insicuro per chi lo svolge. Parla di chi sostiene quotidianamente i costi della nostra comodità senza ricevere una protezione adeguata.
La risposta non può essere la rassegnazione.
Voglio un Piemonte capace di governare le trasformazioni del lavoro, anticiparne i rischi e costruire nuove tutele. Una Regione che non insegua i cambiamenti quando hanno già prodotto nuove disuguaglianze, ma che sappia intervenire prima.
La modernità non si misura dalla velocità con cui arriva una consegna.
Si misura dai diritti riconosciuti alla persona che la porta.
La barricata
Nessuna lavoratrice e nessun lavoratore deve rischiare la salute o perdere tutto il proprio reddito per consegnare un pasto durante un’ondata di calore.
Il futuro
Un Fondo regionale realmente finanziato, maggiori controlli, prevenzione, rappresentanza e tutele capaci di accompagnare tutte le nuove forme di lavoro.
Chi consegna tutto non può essere lasciato senza nulla.




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