Archi, visori e caccia notturna: gli emendamenti contro una natura trasformata in campo di tiro
Nelle leggi di riordino si nascondono spesso scelte tutt’altro che tecniche.
Una modifica apparentemente circoscritta può ampliare i periodi di caccia, consentire nuovi strumenti o ridurre le tutele costruite negli anni.
È per questo che, durante la discussione del disegno di legge regionale di riordino del 2026, ho presentato un pacchetto organico di emendamenti sulla fauna e sull’attività venatoria, preparato anche grazie al confronto con la Lega per l’abolizione della caccia.
La prima proposta riguardava la pernice bianca: eliminarla stabilmente dall’elenco delle specie cacciabili.
Ma il pacchetto affrontava anche un’altra tendenza preoccupante: rendere l’abbattimento degli animali sempre più tecnologico, più esteso nel tempo e meno equilibrato rispetto alle esigenze di tutela.
Ho proposto il divieto dell’utilizzo di archi nella caccia e nelle attività di controllo faunistico.
L’arco viene talvolta presentato come uno strumento silenzioso, tradizionale o persino più rispettoso dell’ambiente. Ma silenzioso non significa meno cruento.
Un colpo non perfetto può ferire l’animale senza ucciderlo immediatamente, provocando una lunga agonia e rendendo più difficile il recupero dell’esemplare.
Il controllo della fauna, quando realmente necessario, deve essere svolto da personale qualificato, attraverso metodi verificabili e con la riduzione massima possibile della sofferenza.
Non può diventare il terreno sul quale ampliare le modalità a disposizione dei cacciatori.
Ho chiesto inoltre di vietare dispositivi ottici notturni, termici o capaci di intensificare la luce.
Negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle misure contro la peste suina africana, il Piemonte ha autorizzato in vari contesti l’uso di fonti luminose, visori notturni e termici per individuare e abbattere i cinghiali. Alcuni atti regionali prevedono persino l’impiego di questi strumenti montati sulle ottiche delle armi.
Un’emergenza sanitaria, però, non può diventare la scorciatoia per normalizzare una caccia sempre più invasiva.
Esiste una differenza profonda tra un intervento eccezionale, gestito e controllato dal personale pubblico, e l’estensione ordinaria di strumenti che eliminano quasi completamente le possibilità di fuga dell’animale.
La notte dovrebbe rappresentare un tempo di relativa protezione per la fauna.
Trasformarla in un ulteriore spazio di abbattimento significa aumentare il disturbo, rendere più difficile la vigilanza e introdurre nuovi rischi anche per la sicurezza.
Gli emendamenti intervenivano anche sul calendario.
Ho proposto di ripristinare il divieto di caccia in tutte le domeniche di settembre. Il primo mese della stagione venatoria coincide infatti con un periodo nel quale montagne, boschi e campagne sono frequentati da famiglie, escursionisti, ciclisti e raccoglitori.
Non è accettabile che l’accesso sicuro alla natura venga subordinato all’attività di una minoranza.
Le aree naturali non appartengono ai cacciatori.
Sono beni comuni e devono poter essere vissute senza il rumore degli spari e senza la paura di attraversare una zona nella quale è in corso una battuta.
Un altro emendamento puntava a limitare la caccia nel mese di gennaio principalmente agli appostamenti temporanei, mantenendo soltanto eccezioni circoscritte.
Gennaio è un periodo delicato.
Le temperature sono basse, il cibo è più difficile da trovare e molti animali devono conservare energia per superare l’inverno. Aumentare il disturbo e l’inseguimento in questa fase può produrre conseguenze che vanno oltre il singolo abbattimento.
Ho proposto anche di vietare l’uso delle radio per coordinare l’attività venatoria.
Quando più persone comunicano in tempo reale gli spostamenti degli animali, la caccia perde ulteriormente qualsiasi pretesa di equilibrio e diventa un’operazione organizzata di accerchiamento.
Queste proposte hanno una coerenza comune.
Non considero la natura un’arena nella quale aggiornare continuamente le tecniche per rendere più efficace il prelievo.
Non credo che esista un diritto intangibile a cacciare ogni specie consentita dalla normativa nazionale, in ogni periodo possibile e con ogni strumento disponibile.
Le Regioni hanno il potere di introdurre tutele più forti.
Devono usarlo.
La politica piemontese, invece, tende spesso a misurare la gestione faunistica sulla base delle richieste del mondo venatorio: giornate disponibili, specie cacciabili, deroghe, accesso ai territori e strumenti consentiti.
Le associazioni ambientaliste e animaliste vengono ascoltate molto meno, nonostante rappresentino un interesse generale: la conservazione del patrimonio naturale.
I miei emendamenti volevano riequilibrare questa impostazione.
Non erano correzioni isolate.
Erano una scelta di campo contro l’idea che il progresso, applicato alla caccia, significhi poter trovare, inseguire e colpire gli animali con sempre maggiore facilità.
La tecnologia di cui abbiamo bisogno è quella che monitora le specie, protegge gli habitat, previene gli incidenti e aiuta gli agricoltori a difendere le coltivazioni senza uccidere.
Non quella che trasforma il buio in un mirino.

