Mirafiori non è in crisi per la transizione ecologica: è in crisi perché la transizione non è stata governata
Quando una fabbrica perde volumi e occupazione, è facile indicare un colpevole semplice.
Negli ultimi anni una parte della destra ha scelto di attribuire la crisi dell’automotive alle politiche europee per la riduzione delle emissioni e alla diffusione dell’auto elettrica.
È una lettura comoda, ma sbagliata.
Mirafiori non è in crisi perché la transizione ecologica è stata troppo veloce.
È in crisi perché la trasformazione dell’automobile è stata affrontata tardi, senza una politica industriale nazionale e lasciando le decisioni strategiche quasi interamente nelle mani delle imprese.
La domanda globale di veicoli sta cambiando.
Cina e Stati Uniti investono enormi risorse in batterie, software, semiconduttori e mobilità elettrica. Anche Stellantis continua a sviluppare e presentare modelli elettrificati in diversi mercati.
Pensare di difendere il lavoro piemontese rallentando questa trasformazione significa rischiare di consegnare definitivamente tecnologie e produzioni ad altri Paesi.
La questione non è scegliere tra il motore del passato e la disoccupazione.
La questione è produrre qui le automobili, le batterie e i componenti della nuova mobilità.
Nel luglio 2026, al tavolo nazionale dell’automotive, Piemonte e Veneto hanno chiesto una Zona economica speciale dedicata al settore. Il presidente Cirio ha rilanciato la proposta insieme alla richiesta di un nuovo modello per Mirafiori.
Ogni misura capace di sostenere investimenti e lavoro merita di essere valutata.
Ma la ZES non può diventare l’ennesimo annuncio dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia.
Una zona agevolata può ridurre tasse o semplificare procedure. Non decide automaticamente quale automobile produrre, non garantisce i volumi e non obbliga Stellantis a investire a Torino.
Soprattutto, non può sostituire il confronto politico con il Governo nazionale e con l’azienda.
Dopo il tavolo di luglio non è arrivata una decisione immediata sulla ZES né l’assegnazione di una nuova linea a Mirafiori.
La discussione è stata rinviata ad azioni e confronti futuri, mentre la fabbrica continuava a fermarsi e l’indotto perdeva tempo prezioso.
Il problema della politica piemontese è proprio questo: annuncia strumenti prima di averne ottenuto l’applicazione e celebra tavoli che non producono ancora risultati.
Mirafiori ha invece bisogno di scelte industriali verificabili.
Una nuova linea produttiva.
Investimenti nella piattaforma elettrica e nelle batterie.
Ricerca sul riciclo e sul riutilizzo dei materiali.
Formazione e riqualificazione professionale pagate anche dall’impresa.
Sostegno alle aziende dell’indotto perché possano riconvertire prodotti e processi.
Una politica pubblica per rendere accessibili i veicoli a basse emissioni e sviluppare il trasporto collettivo.
Transizione ecologica significa anche ridurre il numero complessivo di automobili private nelle città e rafforzare treni, autobus e mobilità condivisa.
Ma le automobili che continueranno a essere necessarie dovranno essere più leggere, efficienti e progressivamente prive di emissioni.
Il Piemonte può produrle.
Ha le competenze e le infrastrutture per farlo.
Quello che manca è una regia industriale capace di trasformare queste capacità in produzioni.
Per anni governi e imprese hanno rinviato gli investimenti, confidando che fosse possibile continuare a vendere gli stessi prodotti e proteggere i margini del presente.
Nel frattempo altri sistemi industriali costruivano filiere, tecnologie e mercati.
Il ritardo accumulato viene ora scaricato sui lavoratori, presentando la transizione come la causa della crisi anziché come il terreno sul quale la competizione industriale è già in corso.
Non accetto questa narrazione.
Non accetto che si chieda alle lavoratrici e ai lavoratori di scegliere tra il posto di lavoro e la tutela del clima.
Sono due diritti che devono essere difesi insieme.
La crisi climatica colpisce già salute, agricoltura, città e sistemi produttivi. Rinviare ancora la trasformazione significherebbe aggravare i danni ambientali e perdere ulteriore terreno industriale.
La vera difesa dell’occupazione consiste nell’investire adesso.
Stellantis deve assumersi la propria responsabilità sociale nei confronti del territorio nel quale è nata e cresciuta anche grazie a enormi risorse pubbliche.
Il Governo deve condizionare ogni incentivo a investimenti, produzione e occupazione in Italia.
La Regione deve utilizzare formazione, ricerca, fondi europei e politiche energetiche per accompagnare l’intera filiera, senza lasciare sole le piccole imprese.
E le decisioni devono essere controllabili.
Non bastano obiettivi fissati per il 2030 se nel frattempo chiudono aziende ogni mese.
Servono scadenze annuali, volumi minimi, numero degli occupati e investimenti distinti per stabilimento.
Mirafiori non ha bisogno di una guerra ideologica contro l’Europa.
Ha bisogno di una battaglia politica molto più concreta contro il disinvestimento.
Il futuro della fabbrica non sarà garantito tornando indietro.
Sarà garantito soltanto portando a Torino una parte decisiva della transizione industriale che sta già cambiando il mondo.

