La fauna non appartiene ai cacciatori: il Piemonte deve scegliere la biodiversità
Ogni volta che in Consiglio regionale si parla di fauna selvatica, il dibattito sembra cominciare dalla stessa domanda: quanti animali possiamo abbattere?
Accade con i cinghiali, con i cervi, con i caprioli, con gli uccelli migratori e persino con specie fragili come la pernice bianca.
Si discute di piani di prelievo, deroghe, calendari, strumenti, accesso ai comprensori e numero delle giornate di caccia.
Molto più raramente si comincia dagli habitat, dalla prevenzione, dai corridoi ecologici e dalle cause che modificano il rapporto tra fauna e attività umane.
Questo squilibrio non è casuale.
Per troppo tempo la gestione degli animali selvatici è stata costruita intorno al mondo venatorio. I cacciatori vengono considerati interlocutori necessari e, sempre più spesso, soggetti ai quali affidare anche interventi di controllo.
Le associazioni ambientaliste, animaliste, scientifiche e le persone che frequentano la natura senza armi faticano invece a trovare lo stesso spazio.
Eppure la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato.
Non appartiene a chi possiede una licenza di caccia e non può essere amministrata come una riserva di animali dalla quale prelevare ogni anno una quantità considerata accettabile.
La gestione dovrebbe perseguire prima di tutto la conservazione degli ecosistemi e la convivenza con le attività umane.
Questo vale anche quando esistono problemi reali.
I danni causati dalla fauna alle coltivazioni non possono essere negati. Gli incidenti stradali che coinvolgono animali selvatici richiedono interventi. La peste suina africana ha prodotto un’emergenza sanitaria ed economica molto grave per gli allevamenti.
Ma riconoscere questi problemi non significa accettare che l’abbattimento diventi la risposta automatica.
Nel piano regionale legato alla peste suina africana, il Piemonte ha previsto un forte ricorso al depopolamento, alla caccia di selezione, agli incentivi al prelievo e all’uso di dispositivi notturni.
Dopo anni di misure emergenziali, è legittimo chiedersi se una strategia così concentrata sugli abbattimenti abbia prodotto tutti i risultati promessi.
Una politica seria dovrebbe pubblicare dati chiari: animali abbattuti, evoluzione della popolazione, diffusione della malattia, costi sostenuti, incidenti evitati e impatto sulle coltivazioni.
Senza questa valutazione, il numero degli abbattimenti rischia di diventare esso stesso l’obiettivo, anziché uno degli eventuali strumenti.
La prevenzione viene ancora trattata come un elemento secondario.
Servirebbero recinzioni adeguate per le colture più esposte, sistemi di dissuasione, manutenzione delle aree di margine, gestione corretta dei rifiuti, attraversamenti faunistici e segnaletica dinamica sulle strade.
Servirebbe soprattutto una pianificazione territoriale che non continui a frammentare gli habitat, costringendo gli animali ad attraversare strade, aree urbane e zone produttive.
Quando costruiamo all’interno dei corridoi ecologici e poi incontriamo gli animali sulle carreggiate, non siamo davanti a un’improvvisa invasione della fauna.
Siamo davanti agli effetti delle nostre scelte.
Anche l’agricoltura deve essere sostenuta in modo diverso.
Gli agricoltori che subiscono danni hanno diritto a indennizzi rapidi, non a procedure interminabili e risarcimenti insufficienti. Devono inoltre poter accedere facilmente agli strumenti di prevenzione.
Contrapporre agricoltori e animali significa evitare di affrontare la responsabilità pubblica.
È compito della Regione finanziare la convivenza, non lasciare che il conflitto venga risolto attraverso i fucili.
Un cambio di paradigma richiede anche una diversa governance.
Le decisioni sulla fauna dovrebbero coinvolgere strutturalmente università, enti parco, ISPRA, associazioni di protezione ambientale e animale, rappresentanti agricoli e comunità locali.
I dati dei censimenti dovrebbero essere pubblici e confrontabili.
I piani di controllo dovrebbero contenere obiettivi, durata, metodi alternativi valutati e indicatori attraverso i quali misurare i risultati.
La caccia dovrebbe smettere di coincidere con la gestione faunistica.
Sono due cose diverse.
Gestire significa conoscere popolazioni e habitat, prevenire squilibri, conservare specie vulnerabili e intervenire in modo proporzionato quando emerge un problema.
Cacciare è un’attività ricreativa che comporta l’uccisione di animali.
Può essere disciplinata dalla legge, ma non per questo deve orientare l’intera politica regionale sulla biodiversità.
La mia posizione non parte dalla ricerca di una formula rassicurante come “caccia sostenibile”.
Parte da un giudizio politico più netto: la Regione deve ridurre progressivamente lo spazio attribuito all’attività venatoria e aumentare quello destinato alla tutela, alla ricerca e alla convivenza.
Gli emendamenti sulla pernice bianca, sugli archi, sui visori e sulle domeniche di settembre rappresentano singoli passaggi di questa direzione.
Ma la battaglia è più ampia.
Riguarda il modo in cui consideriamo gli altri esseri viventi.
Possiamo continuare a valutarli soltanto in base all’utilità, al danno economico o alla possibilità di abbatterli.
Oppure possiamo riconoscere che condividiamo il territorio con specie indispensabili agli equilibri ecologici e dotate di un valore che non dipende dal nostro interesse immediato.
Il Piemonte possiede montagne, boschi, fiumi, zone umide e parchi di straordinaria importanza.
Difendere questo patrimonio significa accettare limiti alle attività umane.
Significa anche dire con chiarezza che la natura è di tutte e tutti.
E che chi entra in un bosco con un fucile non ha più diritti di chi vi entra per osservare, camminare o semplicemente lasciar vivere gli animali.

