Il farmaco deve arrivare vicino a casa: la proposta per distribuire la cannabis terapeutica nelle farmacie territoriali
Un farmaco può essere formalmente autorizzato e restare, nella pratica, difficilissimo da ottenere.
È ciò che accade ancora a molti pazienti piemontesi in cura con cannabis terapeutica.
La Regione Piemonte dispone dal 2015 di una legge specifica sull’uso terapeutico della canapa. Fu una scelta avanzata, approvata per consentire l’utilizzo dei medicinali cannabinoidi, promuovere la ricerca e costruire un sistema regionale di approvvigionamento e monitoraggio.
A oltre dieci anni di distanza, però, quella legge mostra limiti evidenti nella sua applicazione.
Il principale riguarda la distribuzione.
L’erogazione a carico del Servizio sanitario regionale è rimasta concentrata prevalentemente nelle farmacie ospedaliere. Se una struttura non dispone della varietà o della preparazione prescritta, il paziente deve attendere, spostarsi o rivolgersi privatamente a una farmacia galenica.
Non tutte le farmacie preparano cannabis medica.
Servono competenze, laboratori, procedure di conservazione e registrazione, fornitori autorizzati e la disponibilità delle specifiche varietà indicate dal medico.
Anche per questo la distanza geografica può diventare rilevante.
Una persona con una patologia oncologica, neurologica o con dolore cronico può essere costretta a percorrere molti chilometri per ritirare periodicamente il medicinale.
Se si rivolge al privato, il costo può raggiungere centinaia di euro al mese. Le difficoltà piemontesi sono state denunciate dalle associazioni dei pazienti e documentate anche dopo il caso delle persone convocate dalle forze dell’ordine.
Per questo ho presentato una proposta di modifica della legge regionale 11 del 2015.
L’obiettivo è consentire che i medicinali cannabinoidi prescritti e rimborsabili possano essere erogati a carico del Servizio sanitario regionale anche attraverso le farmacie territoriali convenzionate e abilitate.
Non tutte indistintamente.
Le farmacie interessate dovranno rispettare i requisiti tecnici, professionali e di sicurezza previsti per la gestione delle sostanze e delle preparazioni magistrali.
Ma chi possiede quei requisiti deve poter entrare nella rete pubblica di distribuzione.
È un cambiamento semplice nella sua logica.
La farmacia ospedaliera mantiene il proprio ruolo di riferimento, mentre il territorio offre punti di ritiro più vicini e una maggiore capacità di risposta.
Un modello simile è già applicato in altre regioni. In Lombardia, per esempio, il medicinale può essere ritirato anche presso farmacie aperte al pubblico inserite nel sistema di erogazione.
Non c’è quindi bisogno di inventare da zero una procedura.
Bisogna adattare un’esperienza esistente alle caratteristiche del Piemonte.
La proposta ha ottenuto un’apertura anche da settori della maggioranza regionale. Nel giugno 2026 il capogruppo della Lega dichiarò pubblicamente la propria disponibilità a sostenere la modifica.
Considero questo elemento politicamente importante.
Il diritto a ricevere un farmaco non dovrebbe appartenere alla destra o alla sinistra.
Dovrebbe unire il Consiglio regionale nella ricerca della soluzione più efficace.
La modifica normativa deve essere accompagnata da altri interventi.
Serve una mappa aggiornata delle farmacie territoriali abilitate e disponibili ad allestire le preparazioni.
Serve una procedura chiara per l’approvvigionamento delle materie prime e per il rimborso.
Serve il monitoraggio dei consumi reali, comprese le terapie acquistate privatamente, affinché la programmazione regionale non sottovaluti il fabbisogno.
Serve formazione per medici e farmacisti.
Molti professionisti continuano a conoscere poco il funzionamento della cannabis medica, le indicazioni terapeutiche e le modalità prescrittive. Anche questa incertezza riduce l’accesso alle cure e aumenta le differenze tra territori.
La mia proposta non amplia automaticamente le condizioni cliniche per le quali il farmaco viene rimborsato.
Interviene su qualcosa di altrettanto concreto: fa in modo che chi ha già diritto alla terapia possa riceverla davvero.
È il passaggio dalla proclamazione all’esigibilità.
Una legge può riconoscere un diritto, ma quel diritto resta incompleto se la persona deve telefonare a decine di farmacie, attraversare la regione o pagare privatamente ciò che il servizio sanitario dovrebbe garantire.
Il territorio è il luogo naturale nel quale avvicinare le cure alle persone.
Lo diciamo quando parliamo di medici di famiglia, Case della comunità e assistenza domiciliare. Lo stesso principio deve valere per i farmaci cannabinoidi.
Il caso della paziente convocata in caserma ha fatto emergere pubblicamente il problema.
La risposta politica non può limitarsi alla solidarietà.
Deve rimuovere una delle cause che hanno costretto quella persona e molte altre a cercare il medicinale attraverso percorsi complicati e lontani dal servizio pubblico.
Un farmaco prescritto non deve essere inseguito.
Deve essere disponibile, controllato e accessibile il più vicino possibile alla casa di chi ne ha bisogno.

