L’ordinanza fermava le consegne, non il bisogno di reddito: il paradosso dei rider durante il caldo estremo

Nell’estate del 2025 il Piemonte ha compiuto una scelta importante: includere anche i rider nell’ordinanza che vietava il lavoro nelle ore centrali delle giornate caratterizzate da caldo estremo.

Per la prima volta si riconosceva esplicitamente che pedalare sull’asfalto, nel traffico urbano, trasportando pesi e rispettando tempi imposti da una piattaforma digitale, espone a rischi reali per la salute.

Ma dentro quella decisione c’era una contraddizione.

L’ordinanza poteva fermare la consegna. Non fermava l’affitto, le bollette, la spesa o il bisogno di guadagnare.

Per molti rider non lavorare significa semplicemente non essere pagati.

Non esiste una giornata retribuita di sospensione. Non esiste, nella maggior parte dei casi, una cassa integrazione. Non esiste un datore di lavoro chiaramente visibile al quale chiedere di compensare le ore perse.

Il lavoro è organizzato da un’applicazione, ma il rischio economico resta interamente sulle spalle della persona che consegna.

È da questa contraddizione che è nata la mia prima proposta per un Fondo regionale di sostegno al reddito.

Nel luglio 2025 ho presentato l’ordine del giorno n. 319, collegato all’assestamento del bilancio regionale. L’atto chiedeva di compensare i periodi di inattività dovuti a condizioni meteorologiche estreme, infortuni e guasti tecnici, costruendo per i rider uno strumento con una funzione simile a quella di un ammortizzatore sociale.

Non era una richiesta astratta.

Durante le ondate di calore, un rider può ricevere formalmente l’indicazione di interrompere l’attività e continuare contemporaneamente a vedere ordini disponibili sull’applicazione.

Può sapere che uscire è pericoloso, ma anche che rifiutare troppe consegne rischia di ridurre il guadagno o penalizzare la propria posizione nei meccanismi della piattaforma.

La libertà di fermarsi esiste davvero soltanto quando non comporta la perdita immediata del reddito.

Senza questa tutela, la sicurezza rischia di restare una dichiarazione formale.

L’ordine del giorno affrontava anche altri aspetti molto concreti: l’apertura di nuovi punti di sosta dotati di acqua, servizi igienici, elettricità e connessione; il sostegno alle iniziative già promosse da NIdiL CGIL, ARCI e dalle realtà associative; la formazione; la trasparenza degli algoritmi; il superamento del pagamento a cottimo e la promozione di piattaforme cooperative.

Il punto di partenza era però il reddito.

Perché non possiamo chiedere a una persona di scegliere responsabilmente la propria salute, se tutte le conseguenze economiche della scelta ricadono su di lei.

Questa battaglia ha assunto una nuova urgenza nell’estate del 2026.

Durante le giornate più calde sono arrivate segnalazioni di rider ancora presenti nelle strade torinesi nonostante le limitazioni. NIdiL CGIL ha denunciato la necessità di verificare il rispetto dell’ordinanza e ha promosso mobilitazioni davanti alla Regione. Il 16 luglio ho partecipato al presidio insieme ai lavoratori e alle categorie sindacali coinvolte.

Ascoltando le testimonianze, è emerso ancora una volta che il problema non poteva essere risolto soltanto attraverso un divieto.

Una piattaforma può sospendere temporaneamente il servizio in una determinata fascia oraria. Ma chi verifica che la sospensione sia reale? Chi controlla eventuali comunicazioni contraddittorie? Chi garantisce che le persone non vengano spinte a lavorare immediatamente prima o dopo il periodo vietato, concentrando le consegne nelle ore limitrofe?

E soprattutto: chi paga il tempo nel quale non è possibile lavorare?

La crisi climatica sta rendendo queste domande sempre più frequenti.

Il caldo estremo non è più un evento eccezionale. È una condizione destinata a incidere stabilmente sull’organizzazione del lavoro all’aperto.

La risposta non può essere affidata ogni estate a un’ordinanza emergenziale.

Servono regole permanenti, controlli, un sistema di allerta chiaro e un sostegno economico automatico per chi è costretto a sospendere l’attività.

La Regione non possiede tutte le competenze necessarie a regolare il lavoro sulle piattaforme. Contratti, subordinazione, previdenza e ammortizzatori sociali richiedono soprattutto un intervento nazionale.

Ma questo non significa che debba restare immobile.

Può intervenire sulla sicurezza, sulla formazione, sui servizi territoriali e sulle misure regionali di sostegno. Può inoltre utilizzare la Conferenza Stato-Regioni per chiedere una disciplina nazionale più avanzata.

La proposta del Fondo nasce da qui: colmare almeno una parte del vuoto mentre il quadro nazionale resta incompleto.

Non basta dire ai rider di non uscire nelle ore più pericolose.

Bisogna fare in modo che possano davvero permettersi di restare fermi.

Caption social di lancio:

Il Piemonte aveva vietato ai rider di lavorare nelle ore di caldo estremo. Ma senza alcuna indennità, fermarsi significava perdere il reddito.
È da questa contraddizione che nel 2025 è nata la mia proposta per un Fondo regionale. Ho ricostruito l’inizio della battaglia su valentinacera.it.

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