Dall’ex Ilte all’ex Pininfarina: quando le fabbriche diventano data center senza un piano regionale

Il 26 marzo 2026 abbiamo scoperto che l’area dell’ex Ilte di Moncalieri non sarebbe più diventata il grande polo logistico ipotizzato negli anni precedenti.

Al suo posto è stato annunciato un campus tecnologico dedicato ai data center e all’intelligenza artificiale, su un’area industriale di quasi 400 mila metri quadrati accanto alla tangenziale.

Pochi mesi dopo, la stessa trasformazione è comparsa a Grugliasco. L’ex area Pininfarina, uno dei luoghi simbolici della storia automobilistica piemontese, è stata individuata per la realizzazione di un grande centro di elaborazione dati. Alla fine di giugno, il Consiglio comunale è stato chiamato a esprimersi su una variante in deroga alla pianificazione urbanistica vigente.

Due aree industriali, due città della cintura torinese, due operazioni presentate come occasioni di rigenerazione e sviluppo.

Ma anche una domanda che non possiamo più evitare: chi sta decidendo la nuova geografia industriale del Piemonte?

Non basta recuperare un’area dismessa per poter parlare automaticamente di rigenerazione.

Bisogna capire quale attività vi si insedierà, quali risorse consumerà, quali infrastrutture richiederà, quanti posti di lavoro stabili produrrà e quale rapporto costruirà con il territorio circostante.

Un data center non è un normale capannone.

È un’infrastruttura che può richiedere grandi quantità di energia, sistemi di raffreddamento, collegamenti alla rete elettrica, generatori di emergenza e opere che incidono molto oltre il perimetro dell’area sulla quale viene costruita.

Eppure, quando sono emersi i casi di Moncalieri e Grugliasco, il Piemonte non disponeva ancora di una disciplina regionale specifica.

Ogni Comune era chiamato a valutare il proprio progetto, attraverso procedimenti urbanistici locali, mentre mancava una visione complessiva su quanti insediamenti il territorio potesse sostenere e su quali aree fossero realmente adatte.

A Grugliasco il confronto è stato particolarmente rapido e divisivo. Il progetto sull’ex Pininfarina è arrivato nelle commissioni e nel Consiglio comunale insieme a promesse di investimenti miliardari e nuova occupazione, ma anche a richieste di maggiore documentazione e approfondimento.

È esattamente in questi momenti che il linguaggio dell’urgenza rischia di comprimere il diritto di conoscere.

Quando viene annunciato un investimento molto grande, chi pone domande sull’acqua, sull’energia o sulla qualità dell’aria viene facilmente accusato di voler bloccare lo sviluppo.

È un meccanismo che conosco bene: prima si celebra il progetto, poi si chiede ai territori di fidarsi, infine si considera ogni approfondimento un ostacolo burocratico.

Io penso che debba funzionare al contrario.

Più un progetto è grande, più deve essere accuratamente valutato.

Più importanti sono le risorse coinvolte, più devono essere chiari i benefici pubblici.

Più una decisione può modificare il futuro di una città, più i cittadini devono avere tempo, dati e strumenti per comprenderla.

Anche il passaggio dall’automotive al digitale merita una riflessione politica.

Nel caso dell’ex Pininfarina, il proprietario dell’area ha spiegato di aver creduto nella ripresa di Mirafiori e di considerare ora l’intelligenza artificiale una nuova opportunità di sviluppo.

Ma non possiamo accettare che sia soltanto il mercato immobiliare a decidere quale attività sostituirà le produzioni che il Piemonte sta perdendo.

Un territorio non è una successione di contenitori da riempire con l’investimento disponibile in quel momento.

Servono una politica industriale, una programmazione energetica e una strategia sul lavoro. Serve sapere se queste infrastrutture contribuiranno allo sviluppo delle competenze locali, alla ricerca e ai servizi pubblici oppure utilizzeranno semplicemente suolo, energia e reti per elaborare dati destinati altrove.

La trasformazione digitale è reale e può produrre innovazione. Ma proprio per questo deve essere governata.

A Moncalieri, sull’ex Ilte, abbiamo cominciato ponendo venti domande pubbliche: quanta potenza verrà richiesta, quale acqua sarà utilizzata, quali generatori saranno installati, che cosa succederà al calore prodotto, quanta occupazione rimarrà dopo il cantiere.

Non erano domande contro il progetto.

Erano le domande necessarie per capire se quel progetto fosse davvero nell’interesse del territorio.

Quando poi è emerso il caso di Grugliasco, è diventato evidente che non stavamo più parlando di un singolo insediamento.

Stava cominciando una trasformazione regionale.

Ed era arrivato il momento che la Regione assumesse la propria responsabilità.

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